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	<title>sentieri-della-memoria &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "sentieri-della-memoria"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 22:26:58 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[La marcia di Su Guoying]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=3432</link>
<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 03:53:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[Incontro con l&#8217;anziana cinese che nel 1934 attraversò il paese con l&#8217;Armata Rossa per s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="color:#ea0000;">Incontro con l'anziana cinese che nel 1934 attraversò il paese con l'Armata Rossa per sfuggire alle persecuzioni del partito nazionalista contro i comunisti. Oggi, la donna vive in una modesta casa di campagna dove non sono mai arrivati stranieri</span></h1>
<div id="fotoO"><img src="http://images.gazzetta.it/Media/Foto/2008/07/23/pol_03--346x212.JPG" border="0" alt="La novantenne Su Guoying, reduce della lunga marcia" /></p>
<div id="foto-dida">La novantenne Su Guoying, reduce della lunga marcia</div>
<div>.</div>
</div>
<div class="p"><span style="color:#ea0000;"><strong>DAGOUXIANG (Cina), 24 luglio 2008 - La grande foto,</strong></span> all’ingresso del Museo della Lunga Marcia di Huining, è del 2005. Celebra i 70 anni di uno dei più estremi gesti fisici della storia cinese: 100.000 persone, l’Armata Rossa, attraversano il Paese da sud a nord per sfuggire alla campagna nazionalista del Guomindang contro i comunisti. La maratona, guidata da Mao Zedong, è un’impresa lunga un anno: 10.000 chilometri con 18 montagne valicate e 24 fiumi attraversati combattendo quasi ogni giorno. Giungeranno al traguardo in 7000. La ragazza dell’esercito, addetta al museo, racconta fiera: «Huining fu l’ultima tappa prima dell’arrivo a Yan’an, distante 300 chilometri, il 20 ottobre del ’35. Mao decise di passare da qui perché diceva che era una buona terra. Arrivarono il 2 ottobre».</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p"><span style="color:#ea0000;"><span style="font-weight:bold;">SLOGAN</span> </span>- La foto parla: tra i funzionari di partito e le autorità locali un vecchietto in carrozzina e una donna minuta, altrettanto anziana. I reduci, gli ultimi. «Lui, Hui Shi, ha 94 anni, vive a 50 km da Huining ma sta molto male; lei, Su Guoying, ne ha 90, abita a 100 km nella zona di Dagou Xiang, in una casa isolata in campagna». Ci incamminiamo. Sul piazzale, un centinaio di impiegati degli uffici governativi del Gansu — portati qui a fini educativi e disposti in fila per 6 davanti a un’enorme bandiera rossa — a braccia alzate con il pugno chiuso scandiscono: «Amare e rispettare il partito comunista», «Ovunque avrete bisogno, ovunque troverete difficoltà, ci sarà sempre il partito comunista con voi».</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p">
<div class="p"><span style="font-weight:bold;"><span style="color:#ea0000;">STRADA </span>-</span> Paesaggio agricolo, pochi villaggi, saliscendi e montagne ondulate punteggiate da grotte spesso chiuse da una porta di legno. Accanto alle case parabole televisive e pannelli che riflettono il sole perforati da un’asta su cui è poggiata la teiera a scaldare. Dagouxiang è l’ultimo centro abitato prima della casa di Su Guoying. La conoscono, l’indicazione a suo modo è precisa: 20 minuti d’auto e poi mezz’ora a piedi. Il sole non dà tregua. La campagna diventa sempre più bella con grandi terrazzamenti di granoturco; la strada sterrata si snoda tra alberi, recinti con asini, contadini gentili dai grandi cappelli di paglia che al nome della donna fanno sì con la testa.</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p"><span style="font-weight:bold;"><span style="color:#ea0000;">CORTILE </span>- </span>Il sentiero finisce proprio lì. Dopo un gelso e la cuccia del cane ecco il portone che si apre sulla corte interna attorno alla quale sono costruite le case. Ci accoglie Zhang Shengrong, è il figlio: «Siete i primi stranieri che arrivano qui». Entriamo. Il locale ha il pavimento in terra battuta, sul muro grandi scritte di buon compleanno e la foto dell’incontro di Su Guoying con il presidente Hu Jintao; a sinistra, su un sopralzo lungo quanto la parete e largo un paio di metri (dal numero di coperte piegate dovrebbe servire da letto per più persone) c’è la signora: minuta, il viso solcato da mille rughe, sta inginocchiata e seduta sui talloni accanto alla finestra. La visita la rallegra, con gioia stringe le nostre mani. Il figlio le parla e poi spiega: «Ha perso un po’ la memoria, compirà 90 anni il 27 dicembre del calendario cinese». Mentre ci guardiamo intorno (a nostra volta scrutati) tra emozione e sorrisi, lui sparisce per tornare con 2 bottiglie di birra.</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p"><span style="font-weight:bold;"><span style="color:#ea0000;">VITA </span>- </span>Zhang, 63 anni, fa il contadino, parla piano e si concede senza diffidenza. E’ lui a raccontare la storia della madre perché lei tace, assente. «E’ nata nel Sud, probabilmente nella regione dello Jiangxi dove è partita la Lunga Marcia, ma nemmeno noi figli sappiamo dove. Si è aggregata all’Armata Rossa che era giovanissima, nemmeno 16 anni. Durante l’attraversamento delle montagne, parecchie con nevi perenni, ha perso le dita di un piede per congelamento; quando è arrivata a Huining si è ammalata e perciò si è fermata. Si è sposata e non si è più mossa. Non è mai stata a Pechino, nemmeno a Lanzhou (la capitale del Gansu a 4 ore di auto, ndr), ma di strada ne aveva già fatta tanta prima. Lo Stato dall’83 le dà una pensione come ex dell’Armata Rossa: 800 yuan al mese». Non pochissimo, considerato che lo stipendio medio in questa zona molto povera non arriva ai 1000 (pari a 100 euro).</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p"><span style="color:#ea0000;"><span style="font-weight:bold;">RICORDI</span> </span>- Sua madre parlava spesso della traversata al seguito di Mao? La guarda con dolcezza e spiega: «Dal ’35, quando è finita la Lunga Marcia, sino al ’49, quando è nata la Repubblica Popolare, è stato un periodo durissimo in cui il partito Nazionalista cercava di catturare chi aveva partecipato all’impresa. C’era la caccia ai comunisti. Lei non diceva niente: furono anni di silenzio e di paura. Più tardi a noi figli raccontava delle montagne, il grande freddo, il piede congelato. Adesso lei non cammina più, sta tutto il giorno così. E guarda dalla finestra».</div>
<div class="p">.</div>
<div class="p"><span style="font-weight:bold;"><span style="color:#ea0000;">GELSO </span>- </span>Chissà se questa donna, allora ragazzina, ha combattuto… (alla parola combattere Su Guoying ha un sussulto e si mette a ridere). «Sì. All’inizio con la lancia, poi le diedero il fucile». Chissà se quello che ha visto e vissuto l’ha intristita e indurita anche con i figli… «La mia mamma era una persona cordiale, amabile e molto dolce» risponde paziente. Per lei è un eroe? «Sì, la penso come un eroe. Comune e grande nello stesso tempo». E’ ora di riprendere la strada. Zhang Shengrong ci accompagna fino all’imbocco del sentiero. Accanto al gelso si ferma, raccoglie una manciata di more e ce le offre. Il saluto è dolce, come l’accoglienza.</div>
<div class="p">.</div>
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<div id="firma"><span style="color:#ea0000;"><strong><a class="a" href="//www.gazzetta.it/common/sendMail.php?email=generico')"><span style="font-weight:normal;">dai nostri inviati</span><br />
Gian Luca Pasini e Enrica Speroni</a></strong></span></div>
<div>.</div>
<div>fonte: <a href="http://www.gazzetta.it/Speciali/Olimpiadi/Primo_Piano/2008/07_Luglio/23/pasini.shtml">http://www.gazzetta.it/Speciali/Olimpiadi/Primo_Piano/2008/07_Luglio/23/pasini.shtml</a></div>
<div>...</div>
</div>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[A Roma, il museo della Liberazione «inutile»]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=3130</link>
<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 05:45:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[ 

Il museo della Liberazione, in via  Tasso, rischia di sparire perché inserito tra gli enti «inu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" align="justify"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;color:#000080;"><span style="font-size:12pt;"> </span></span></p>
<p><img src="http://www.viatasso.eu/img/logo.gif" alt="http://www.viatasso.eu/img/logo.gif" /></p>
<p><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:12pt;"><span style="color:#000080;">Il museo della Liber</span></span></span><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:12pt;"><span style="color:#000080;">azione, in via  Tasso, rischia di sparire perché inserito tra gli enti «inutili» che tra 60  giorni dovranno chiudere. Alemanno smentisce anche se il provvedimento è  previsto dal decreto legge del 25 giugno 2008 con il quale il ministro Brunetta  «taglia» una lunga serie di enti pubblici non economici sotto i 50 dipendenti.  L’allarme è stato lanciato dal direttore del museo, Antonio Parisella, ai  microfoni di Radio Popolare Roma. ‘«I suoi beni, le sue attività e le sue  risorse finanziarie–ha detto–andrebbero ad un ufficio dell’amministrazione dei  Beni culturali che lo trasformerebbe in un qualsiasi museo gestito come un  ufficio pubblico, togliendogli gran parte del suo significato, che sta proprio  nell’essere un’istituzione parte della società civile. Ci sono due possibilità:  una è che durante la discussione per la conversione del decreto si creino degli  spazi per riuscire a sopravvivere come soggetti autonomi, l’altra è che alcuni  enti vengano ripescati con decreto del ministro».  Parisella annuncia che  convocherà il direttivo del museo e le associazioni dei  partigiani.</span></span></span></p>
<p>Non ci volevo credere... ma ho trovato conferma alla notizia su <!--[if gte mso 9]&#62;  Normal 0 14   &#60;![endif]--> <span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lazio.php?id=1.0.2305664143">adnkronos</a></span></p>
<p><img src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/provvisori_1/roma_museo_via_tasso_facciata--200x150.jpg" alt="L'ingresso del Museo di Via Tasso" width="200" height="150" /></p>
<p>Da <!--[if gte mso 9]&#62;  Normal 0 14   &#60;![endif]--> <span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><a href="http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8401">aprileonline</a></span> del 2 luglio, a firma Matilde Giovenale, riporto:</p>
<h4 class="abstract">La crociata di Brunetta contro gli sprechi rischia di cancellare lo storico museo della Resistenza. Nel decreto legge 112 approvato il 25 giugno, precisamente all'articolo 26, si afferma infatti la volontà di sopprimere gli enti pubblici non economici con una dotazione organica inferiore alle 50 unità. Il centrosinistra si oppone e l'esecutivo tenta di tranquillizzare sul futuro dell'istituto</h4>
<div style="clear:left;"><!-- --></div>
<p>E' stridente il contrasto tra l'esterno dell'edificio, così sobrio, quasi anonimo, e ciò che esso accoglie al suo interno; tra una facciata normale, banale, da palazzo qualunque di una qualunque strada romana, e quello che dietro di essa si è consumato, oggi custodito come memoria storica. Via Tasso 145 è un indirizzo che richiama alla mente altri numeri e altre strade, ben più tragici. Per esempio 1943-1944, ovvero i nove mesi di "Roma città aperta", oppure via delle Fosse Ardeatine o Forte Bravetta. E' proprio qui, da questo edificio trasformato in fortino della Gestapo di Herbert <strong>Kappler</strong>, durante la fase dell'occupazione nazista, che partirono tra i tanti anche Don Pietro Pappagallo e Carlo Zaccagnini per essere trucidati nel massacro del 24 marzo. E' qui che furono rinchiusi Bruno Buozzi e Giuliano Vassali. <span style="color:#ff0000;"><strong>E' qui che si consumarono torture e prigionia di partigiani, ebrei, dissidenti, militari, uomini e donne civili, allo scopo di far tradire loro il patto di fedeltà giurato contro il nemico nazista, di rivelare un indirizzo, un nascondiglio, un nome che mettesse la Gestapo sulle tracce di coloro resistevano alla presenza tedesca. Tutto questo, trasformato in museo dove ogni anno si recano in visita 15mila persone, in maggioranza studenti, rischia di essere cancellato, azzerato, reso superfluo dal governo.</strong></span></p>
<p>Nel decreto legge 112 approvato il 25 giugno, precisamente all'articolo 26, si afferma infatti la volontà di sopprimere gli enti pubblici non economici con una dotazione organica inferiore alle 50 unità. Una decisione che rientra nella crociata lanciata dal ministro della P.A. Renato Brunetta contro gli sprechi che caratterizzano il settore, ormai vera ossessione del persecutore dei fannulloni. Ma la possibilità che via Tasso rientrasse in questo giro di vite ha provocato un fuoco di fila dell'opposizione: dal Pd alla Sinistra, passando per le istituzioni locali, attuali ed ex, è stato un coro unitario di "giù le mani da via Tasso", puntando l'indice contro il governo. Tanto che lo stesso leader democratico Walter <strong>Veltroni</strong> ha presentato un'interrogazione parlamentare chiedendo all'esecutivo di rivedere le misure previste. "Un affronto inaccettabile ed inqualificabile", così Veltroni ha definito l'intenzione del governo di sciogliere l'ente, soprattutto perché colpirebbe "la nostra memoria collettiva e di tutti quegli italiani che hanno pagato con la loro vita il prezzo della nostra libertà". L'ex presidente della Provincia Enrico <strong>Gasbarra</strong>, invece, ha scelto di prendere carta e penna e di chiedere un'inversione di rotta ai ministri Brunetta, Bondi e Calderoli, ricordando come questo patrimonio viva "grazie alla passione e all'impegno del suo presidente e dei numerosi volontari, in gran parte insegnanti in pensione, che svolgono per tutto l'anno attività didattica e storica all'interno dell'ex carcere nazista". Stesse considerazioni sono state espresse dall'attuale inquilino di Palazzo Valentini, Nicola <strong>Zingaretti</strong>, che si è recato al museo: "era doveroso essere presente e portare una totale solidarietà politica e istituzionale", ha detto Zingaretti incontrando il direttore della struttura e impegnandosi a coprirne le necessità economiche rilanciandone le attività.  In campo è sceso anche l'ex sindaco Francesco <strong>Rutelli</strong>, il quale da ministro della Cultura lo scorso 31 gennaio ha consegnato ai responsabili del museo le chiavi dell'appartamento che ne ospita le sale. Per lui il provvedimento dell'esecutivo non può che essere stigmatizzato come "un orrore burocratico". <span style="color:#ff0000;"><strong>Levata di scudi naturalmente anche dall'Anpi, in primis Armando Cossutta</strong></span>: "una notizia assurda", ha detto il membro del comitato nazionale dell'Associazione, chiedendo anche come si possa definire "ente inutile" il patrimonio di via Tasso che, ha sottolineato, "certo non rende profitti di sorta, ma coltiva la memoria, educa le coscienze, le fa vigili e consapevoli, inumidisce gli occhi di chi lo va a visitare accendendo il loro animo, la loro intelligenza".</p>
<p>Partito il fuoco di fila del centrosinsitra, è arrivata inevitabile la specificazione del governo alle 15: "la misura riguarda esclusivamente gli enti pubblici che svolgono attività strumentali per un ministero, e quindi non riguarda per tanto i musei, tanto meno il museo storico della Liberazione di Roma in via Tasso", hanno chiarito dal dicastero di Brunetta. Il collega per la Semplificazione Roberto Calderoli ha invece precisato che la norma "non determina la soppressione automatica e immediata degli enti pubblici non economici con meno di 50 unità di personale ma rinvia tale effetto a una data successiva". "Entro tale periodo di tempo" i ministri Brunetta e Calderoli "individueranno una lista di enti comunque da confermare e a tal fine hanno già avviato un'istruttoria con tutti i ministri di settore per verificare i motivi e le ragioni che giustifichino l'eventuale mantenimento in vita di singoli enti". "Pertanto -conclude la nota- ogni illazione giornalistica su presunte volontà del governo di sopprimere alcuni enti sono del tutto infondate" perchè "la decisione politica sulla loro eventuale soppressione verrà infatti assunta solo al termine di tale istruttoria". Il coinvolgimento dello storico monumento alla Resistenza nella lotta agli sprechi è apparso comunque discutibile perfino a Gianni <strong>Alemanno</strong>: "penso che si stato un equivoco", "parlerò con il ministro Brunetta", <strong>"il comune è contrario a questo taglio", ha dichiarato il sindaco, che si è impegnato anche a visitare il museo il prossimo 22 luglio.</strong></p>
<p>La risposta non appare completamente tranquillizzante perchè, come ha ricordato il direttore di via Tasso, Antonio <span style="color:#ff0000;"><strong>Parisella</strong></span>, pur valutando "positivamente e con attenzione il comunicato del Ministero", comunque non è avvenuto nessun fraintendimento rispetto alla norma: <span style="color:#ff0000;"><strong>"non ci siamo sbagliati: in realtà un'attenta lettura dell'articolo 26 del decreto legge confermerebbe il rischio concreto di scioglimento"</strong></span>. Pertanto la preoccupazione che ha dominato fino alle 15 di oggi non sembra scalfita di molto dalle specificazioni dell'esecutivo: del resto, in quel "al termine di tale istruttoria" si cela una posizione ambivalente che non fa abbassare la guardia ai "resistenti" di via Tasso.</p>
<h2><span style="color:#ff0000;"><strong>ORA E SEMPRE RESISTENZA!</strong></span></h2>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Musei della Coscienza : Ricordare vuol dire imparare]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2970</link>
<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 09:49:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Intervista con Liz Sevcenko, Coalizione internazionale dei Musei della Coscienza

.
ROMA, 19 giugno]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://bp3.blogger.com/_DSneww9xjeY/R1TUwFp594I/AAAAAAAAAEA/5QDqIUVsIns/s1600-R/ella+descansa+en+paz.JPG"><img style="display:block;text-align:center;margin:0 auto 10px;" src="http://bp3.blogger.com/_DSneww9xjeY/R1TUwFp594I/AAAAAAAAAEA/IOQ0OOqEgrk/s400/ella+descansa+en+paz.JPG" border="0" alt="" /></a></p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong><span class="marron">Intervista con Liz Sevcenko, Coalizione internazionale dei Musei della Coscienza</span></strong></span></p>
<p><span class="texto1"><strong><img src="http://ipsnotizie.it/imagenes/images_site/Liz.jpg" border="0" alt="" hspace="4" vspace="0" /></strong></span></p>
<p>.</p>
<p><span style="color:#666699;"><span class="texto1"><strong>ROMA, 19 giugno 2008 (IPS) - I luoghi che richiamano alla memoria i Gulag sparsi in tutta la Russia, e quelli che ricordano il terrorismo di Stato in America Latina non sono poi molto diversi tra loro. Le loro storie sembrano parallele, e simile il loro compito nel presente. </strong></span></span></p>
<p>.</p>
<p><!--[if gte mso 9]&#38;gt; Normal   0   14 &#38;lt;![endif]--></p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Oltre a preservare la memoria,</strong></span> questi "siti della coscienza cercano di creare dei laboratori per l'impegno democratico in ciascuno dei diversi contesti che rappresentano, per capire come poter costruire e preservare la cultura dei diritti umani", ha spiegato Liz Sevcenko alla corrispondente dell'IPS Sabina Zaccaro.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Sevcenko è direttrice </strong></span>della Coalizione internazionale dei Musei della Coscienza, con sede a New York. La Coalizione riunisce diversi siti storici che sono stati teatro di crimini di massa, o di battaglie per la giustizia e i diritti umani.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Fu il Lower East Side Tenement Museum </strong></span>di New York a lanciare, circa dieci anni fa, un appello ai responsabili dei siti storici di tutto il mondo sul loro possibile ruolo nel promuovere un impegno democratico su diversi temi sociali.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Risposero in otto, </strong></span>inizialmente. Tra questi, il District Six Museum in Sud Africa, che ricorda i trasferimenti forzati durante l'apartheid; il Museo del Gulag, l'unico campo di lavoro stalinista ancora conservato in Russia; il Museo della guerra di Liberazione in Bangladesh, in memoria del genocidio contro il popolo del Bangladesh durante la guerra di liberazione del 1971; e la senegalese Maison Des Esclaves, una stazione di passaggio degli schiavi del diciottesimo secolo.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Altri sono arrivati in seguito, </strong></span>dall'Argentina alla Repubblica Ceca, compresa la Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole in Italia. Oggi, la Coalizione internazionale è guidata da 17 "Siti della Coscienza" e comprende oltre 150 membri e 1.800 sostenitori in 90 paesi.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>L'Italia ospita il summit </strong></span>della Coalizione di quest'anno (16-20 giugno).</p>
<p>..<br />
<span style="color:#ea0000;"><strong>IPS:</strong></span> Perché la Coalizione ha deciso di organizzare il suo incontro annuale in Italia?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS</strong></span>: La Coalizione internazionale è venuta in Italia per imparare dal modello della Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole, uno dei Siti della Coscienza accreditati della Coalizione.</p>
<p>Monte Sole fu il teatro di un massacro nazista nel 1944, compiuto con la collaborazione dei fascisti italiani. Più di 700 persone rimasero uccise, e diversi villaggi dell'area vennero distrutti.</p>
<p>La Scuola di Pace ha sviluppato programmi innovativi che si avvalgono della difficile storia di questo posto per promuovere il dialogo, in particolare tra i giovani, sulle sfide attuali della violenza, il razzismo e la xenofobia.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>IPS: </strong></span>Qual è il ruolo di questi siti storici nella costruzione di una cultura dei diritti umani oggi?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS: </strong></span>I siti storici ci aiutano a ricordare sia gli eventi dolorosi che quelli positivi, e le esperienze che hanno plasmato la storia dei diritti umani nelle nostre società odierne. Come nel caso del Memorial Terezin nella Repubblica Ceca, un carcere della Gestapo durante l'occupazione nazista della zona Ceca della Cecoslovacchia, durante la seconda guerra mondiale. Ma sono i siti storici a costruire di per sé una cultura dei diritti umani. Dobbiamo essere noi a compiere uno sforzo deliberato e consapevole per far rivivere i siti storici, attraverso dei programmi innovativi che uniscano le persone al di là delle differenze, per riflettere sul passato, e per capire come potersi confrontare con i suoi retaggi contemporanei.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>IPS:</strong></span> Come si realizza concretamente questo nel caso del Memorial Terezin? LS: Il Memorial Terezin accoglie studenti e insegnanti provenienti da tutta la Repubblica Ceca, per riflettere sulle storie individuali di questo ghetto dell'olocausto, e concentrarsi sulle responsabilità personali che queste evocano. Ma non è tutto. Si lavora con studenti e insegnanti per individuare dei temi specifici legati al razzismo o alla violenza che emergono nelle loro scuole e comunità oggi, e capire cosa i giovani possono fare a questo riguardo.</p>
<p>E' per via di programmi come questo che gli stessi membri della Coalizione si autodefiniscono non solo siti della memoria, ma Siti della Coscienza.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>IPS: </strong></span>Cosa possono imparare le persone - e in particolare i giovani - visitano questi luoghi? LS: I giovani, e in realtà tutti gli individui, si trovano davanti a diversi attacchi ai diritti umani, che si tratti di violazioni più palesi e visibili, o di minacce più crescenti e insidiose.</p>
<p>Esaminando gli esempi del passato, i Siti della Coscienza ci propongono dei modi per capire il cammino e le decisioni individuali che hanno portato a sviluppare una cultura di tolleranza o di intolleranza. Inoltre, mettono in relazione le questioni sociali più importanti con le responsabilità e il potere individuale di ogni persona.</p>
<p>Su questa base, aiutiamo i giovani a individuare i ruoli che possono svolgere come individui di fronte alle difficili questioni che abbiamo davanti a noi oggi.</p>
<p>Per esempio, il campo estivo della Scuola di Pace di Monte Sole, "Pace a quattro voci", riunisce 40 giovani provenienti da zone attualmente in conflitto o che lo sono state in passato - come Germania, Italia, Israele, e Palestina - e che a partire dalla storia del violento conflitto a Monte Sole cercano di leggere le proprie esperienze personali.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>IPS: </strong></span>Qual è il legame tra le vecchie battaglie e le sfide attuali come il razzismo e la xenofobia crescente, e cosa rimane oggi delle lotte del passato?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS: </strong></span>Alcuni Siti della Coscienza si rivolgono al tempo stesso a temi che sono direttamente, o letteralmente, legati ai fatti del passato.</p>
<p>Il Lower East Side Tenement Museum conserva ancora gli appartamenti degli immigranti del diciannovesimo e ventesimo secolo a New York, e utilizza le loro storie quotidiane come catalizzatore per le "conversazioni informali", dialoghi pubblici su come le esperienze dell'immigrazione possano essere più o meno simili tra il passato e il presente, e come poterle migliorare.</p>
<p>Altri siti affrontano temi che hanno assunto una forma completamente diversa. Ad esempio, la Scuola di Pace di Monte Sole non dà informazioni sugli eventi della Seconda guerra mondiale, ma aiuta ad analizzare i sistemi o le culture di fondo che hanno portato alle violenze perpetrate. Anche se è improbabile oggi in Italia la minaccia imminente di un massacro da parte di un qualche esercito d'occupazione, la Scuola di Pace utilizza la storia di Monte Sole per esaminare le culture di violenza o di intolleranza che si stanno sviluppando oggi e che potrebbero provocare episodi di violenza, o che li hanno già provocati, contro alcuni gruppi in particolare.</p>
<p>In entrambi questi contesti, il risentimento contro gli immigrati è in aumento. I siti offrono diversi modi per tracciare una connessione tra le lotte del passato e i problemi attuali; e poi ci poniamo continuamente delle sfide per capire dove questi problemi stanno assumendo nuove forme, e come possiamo risolverli. IPS: Quali sono le sfide che devono affrontare i Siti della Coscienza oggi?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS:</strong></span> In alcuni contesti, la lotta specifica che un sito richiama alla memoria potrebbe sembrare risolta. Di fatto, molti governi e società decidono di commemorare la storia attraverso i siti proprio per suggerire che un certo problema è stato risolto e che non ha più bisogno di essere ricordato.</p>
<p>Per esempio, un visitatore di Villa Grimaldi - un ex centro di tortura e detenzione clandestino in Cile - potrebbe pensare che essendo oggi il Cile una democrazia, quel metodo ufficiale di repressione sia stato sradicato, e il problema dei diritti umani nel paese sia stato risolto.</p>
<p>Invece, la Corporacion Parque por la Paz Villa Grimaldi in Cile si serve della storia di questo sito per aiutare i giovani a capire meglio i diversi temi sui diritti umani che loro stessi devono affrontare oggi nelle scuole - come la xenofobia e il bullismo - e in che modo la cultura della violenza e della repressione possa svilupparsi.</p>
<p>Così, il sito aiuta i giovani a stabilire una connessione tra l'autoritarismo di stato, la repressione dei diritti umani, e il conflitto dei giorni nostri.<br />
<span style="color:#ea0000;"><strong><br />
IPS: </strong></span>Questa connessione è comunemente accettata?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS: </strong></span>Anche se i siti ricevono spesso degli aiuti per preservare i loro edifici, o per raccontare le storie del passato, talvolta devono affrontare qualche opposizione al lavoro molto più difficile di aprire un dialogo sulle complessità e le contraddizioni della storia, e per aver rifiutato di relegare al passato i temi sui diritti umani, rifiutando di etichettarli come definitivamente risolti.</p>
<p>Invece, i Siti della Coscienza cercano di ispirare le nuove generazioni perché possano identificare i problemi della propria generazione e avere gli strumenti per affrontarli. IPS: Esiste una qualche forma di cooperazione tra i siti della memoria in Europa, o ci state lavorando?</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>LS:</strong></span> Siamo molto entusiasti che il nostro vertice internazionale di quest'anno metta insieme diversi luoghi della memoria in Europa.</p>
<p>La nostra speranza è che alla chiusura del summit, sotto la guida di Monte Sole, lanceremo il nostro primo progetto dei Siti della Coscienza europei. In questi giorni, i siti di tutta Europa stanno cercando di capire come intraprendere delle iniziative efficaci per risolvere le sfide specifiche e più urgenti dell'Europa oggi; come potersi sostenere l'uno con l'altro lavorando insieme di fronte a questi sfide, e come la Coalizione internazionale può sostenerli.</p>
<p>.</p>
<p>fonte:<a href="http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1223"> http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1223</a></p>
<p>...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Prima Festa nazionale dell'ANPI ]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2964</link>
<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 21:53:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Sotto                       l&#8217;Alto Patronato del Presidente della Repubblica
Si              ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.anpi.it/festa_08/banner.jpg" alt="" width="425" height="372" /></p>
<p><strong><span style="font-size:medium;">Sotto                       l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica</span></strong></p>
<p>Si                     è aperta a Gattatico, presso il                       <a href="http://www.anpi.it/musei/cervi.htm"> Museo Cervi</a>, la Prima <strong> Festa Nazionale                     dell'ANPI</strong>,                       alla quale il Presidente della Repubblica Giorgio                       Napolitano ha assicurato il suo Alto Patronato Dal                        20 al 22 giugno 2008 tre giorni ricchi di appuntamenti, di                       incontri, di dibattiti, di musica.</p>
<p align="justify">Alle                     17 di venerdì hanno aperto la Festa gli  interventi del Presidente dell'ANPI,                     <strong> Tino Casali</strong>; della Presidente dell'Istituto Cervi, <strong> Rossella                     Cantoni</strong>; del Sindaco di Campegine <strong> River Tagliavini </strong> e                     di <strong> Barbara Cassinari</strong> del Coordinamento della Festa.</p>
<p align="justify">Domenica                     pomeriggio, alla <a title="Comunicato stampa, PDF 74 Kb" href="http://www.anpi.it/festa_08/media/comst_180608.pdf">manifestazione                     conclusiva</a>, parteciperanno anche <strong>Walter Veltroni</strong>,                     segretario del PD, e <strong>Nichi Vendola</strong>, presidente della                     Regione Puglia.</p>
<p align="justify">A seguire il concerto della band                     "<strong>I                     Gang</strong>".</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">Il <strong><a href="http://www.myspace.com/resistenzeanpi" target="_blank">blog</a></strong> della Festa</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Il <a title="PDF, 120 Kb" href="http://www.anpi.it/festa_08/programma_060508.pdf">programma</a> della Festa</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Informazioni sui <a title="PDF, 158 Kb" href="http://www.anpi.it/festa_08/laboratori.pdf">4                           laboratori tematici</a></p>
</li>
<li>
<p align="justify">Attori, giornalisti, scrittori,                           cantanti, scienziati... alcune <a href="http://www.anpi.it/festa_08/adesioni_170608.pdf">adesioni</a></p>
</li>
<li>
<p align="justify">I <a href="http://www.anpi.it/festa_08/messaggi_280508.pdf">messaggi </a>alla Festa di <strong>Carlo Azeglio Ciampi, Guglielmo                           Epifani, Margherita Hack, Inge Manzù, Piero Marrazzo,                           Carla Fracci </strong>e<strong> Beppe Menegatti</strong>...</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Dove e come: <a title="PDF, 1,3 Mb" href="http://www.anpi.it/festa_08/planimetria.jpg">planimetria</a> della Festa</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Per i giovani <strong>spazio camping                           gratuito </strong>che va <strong>prenotato</strong> chiamando direttamente il Museo Cervi al numero 0522.678356</p>
</li>
<li>
<p align="justify"><a href="http://www.anpi.it/festa_08/come_raggiungerci.htm">Come                           raggiungere</a> il Museo Cervi</p>
</li>
</ul>
<p>fonte: <a href="http://www.anpi.it/festa_08/index.htm">http://www.anpi.it/festa_08/index.htm</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Addio a Rigoni Stern, il sergente nella neve]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2941</link>
<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 20:52:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
<guid>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2941</guid>
<description><![CDATA[


Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all&#8217;età di 86 anni. Malato da tempo, R]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class="txt">
<div class="image_left" style="width:220px;text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://digilander.libero.it/freetime1836/images/rigoni.jpg" alt="http://digilander.libero.it/freetime1836/images/rigoni.jpg" /></div>
<p><img class="alignleft" style="float:left;" src="http://www.unita.it/images/stern2.jpg" alt="Mario Rigoni Stern - foto Ansa - 220*155 - 17-06-08 " width="220" height="156" /></p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto</strong></span> ad Asiago, all'età di 86 anni. Malato da tempo, Rigoni Stern è mancato lunedì sera.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Nato ad Asiago</strong></span> in provincia di Vicenza nel 1921 da Giovanni Battista e Annetta Vescovi, terzo di sette fratelli, e una sorella, trascorre l'infanzia tra i pastori e la gente di montagna dell'Altopiano di Asiago. La famiglia numerosa commercia con la pianura in prodotti delle malghe alpine, pezze di lino, lana e manufatti in legno della comunità dell'Altipiano. Studia fino alla terza avviamento al lavoro, poi lavora presso la bottega di famiglia.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Nel 1938 si arruola volontario</strong></span> alla scuola militare d'alpinismo di Aosta e, più tardi, combatte come alpino nella divisione Tridentina, nel battaglione Vestone, al confine con la Francia al tempo dell' entrata in guerra dell' Italia, quindi Albania, Grecia, Russia. Fatto prigioniero dai tedeschi allorché l'Italia firma l'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943), è trasferito in Prussia orientale. Rientra a casa a piedi dopo due anni di lager, il 5 maggio 1945.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Esordisce come scrittore </strong></span>nel 1953, con il libro autobiografico Il sergente nella neve, in cui racconta la sua esperienza di sergente degli Alpini nella disastrosa ritirata di Russia durante la seconda guerra mondiale. Con quest'opera egli si colloca all'interno della corrente narrativa neorealista. Il libro viene pubblicato su indicazione di Elio Vittorini conosciuto da Rigoni Stern nel 1951. Ha condiviso immagini, storie e ricordi con Primo Levi e Nuto Revelli.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Sul finire degli anni sessanta</strong></span> scrive il soggetto e collabora alla sceneggiatura de I recuperanti, film girato da Ermanno Olmi sulle vicende delle genti di Asiago all'indomani della Grande guerra.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Successivamente pubblica</strong></span> altri romanzi nella sua terra natale e ispirati a grande rispetto e amore per la natura. Sono inoltre ben sottolineati nelle sue storie quei valori ritenuti importanti della vita. Sono questi i temi di Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980).</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Nel 1999 gira con Marco Paolini</strong></span> un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati e Paolini stesso, Ritratti: Mario Rigoni Stern. Nel film Rigoni Stern racconta la sua esperienza di vita, la guerra, il lager e il difficile ritorno a casa, ma anche il rapporto con la montagna e la natura. Il racconto come veicolo della memoria: per il Sergente è doloroso ma fondamentale portare agli altri la propria esperienza. A proposito del senso della vita dice: «...il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita.... ».</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Per la sua sensibilità</strong></span> verso il mondo della natura e della montagna l'11 maggio 1998 l'Università di Padova gli ha conferito la laurea honoris causa in scienze forestali ed ambientali.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Il 14 marzo 2007 </strong></span>l'Università degli studi di Genova gli ha conferito la laurea honoris causa in scienze politiche.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>«Per noi è una perdita gravissima.</strong></span> Rigoni Stern era l'icona dei valori della gente di montagna». Così il sindaco di Asiago, Andrea Gios, commenta la scomparsa del celebre scrittore altopianese.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>«Perdiamo - sottolinea </strong></span>- un pezzo della nostra storia, forse il più autorevole, anche se è riduttivo naturalmente considerare Rigoni Stern solo un asiaghese. La sua fama era di levatura mondiale». «Rappresentava - ribadisce Gios - i valori della gente della montagna, quelli in cui tutti noi ci identifichiamo. Per fortuna ci ha lasciato un tesoro, quello delle sue opere delle quali possiamo continuare a godere».</div>
<p><span class="dida"> Pubblicato il: <strong>17.06.08</strong><br />
Modificato il: <span style="color:#ea0000;"><strong>17.06.08</strong> alle ore <strong>22.38</strong></span></span></p>
<p>fonte: <a href="http://www.unita.it/view.asp?idContent=76375">http://www.unita.it/view.asp?idContent=76375</a></p>
<p>...</p>
<p>.</p>
<h1><a href="http://cristinatagliabue.nova100.ilsole24ore.com/"><img src="http://nova100.typepad.com/all_blog_template/banner/1318070.jpg" alt="Cristina Tagliabue - " /></a></h1>
<h2 class="date-header">17 giugno 2008</h2>
<h1 class="entry-header"><span style="color:#ea0000;"><strong>Addio Rigoni Stern, sergente nella neve</strong></span></h1>
<p>.</p>
<p><span style="color:#666699;"><strong>Rigoni Stern ci ha lasciato, all'età di 86 anni. Pubblico qui di seguito l'intervista concessami dal sergente, il 20 febbraio 2007. Una data che non scorderò mai.</strong></span></p>
<p><em>“Il sergente nella neve” è ancora un sergente nella neve. Classe 1921, autodidatta, ha combattuto una guerra che gli ha lasciato segni inenarrabili. Li ha trasformati in letteratura, e lo racconta nel ritratto-intervista con Marco Paolini.<br />
Le sue storie trasudano di luoghi lontani visti in prospettiva dall’altipiano di Asiago, e dalla casa degli Stern. Proprio qui, dove è ancora conosciuto come “l’impiegato del catasto”, hanno origine le sue parole. Quindici romanzi e una fama che valica i confini delle Alpi non son bastati perché la popolazione locale prendesse a chiamarlo “maestro”. E a lui, d’altronde, poco importa. In qualunque altra parte del mondo è riconosciuto come un grande…<br />
“Mi arrivano tonnellate di lettere e testi di giovani che vogliono fare gli scrittori – ci spiega Mario Rigoni Stern –. Io cerco di rispondere a tutti, ma ci vuol tempo. A volte intere giornate. Adesso, per esempio, ho quattro scatoloni pieni di lettere che aspettano. Ma ne arrivano tutti i giorni, ed è difficile star dietro alle richieste”.</em></p>
<p><em>E tuttavia, cosa pensa dei nuovi – o degli aspiranti – scrittori Rigoni Stern: “la lingua si sta impoverendo sempre più, e me ne accorgo anche dai libri che mi spediscono. Quando apro un testo io vado subito a guardare i dialoghi. La maggior parte delle volte non sono costruiti sulla persona che parla (l’io narrante). Si vede che arrivano direttamente dalla testa di chi scrive, e che le risposte seguono il ragionamento dell’autore, e non quello dei personaggi”.<br />
Insomma, secondo Rigoni Stern “parlano tutti allo stesso modo. I media televisivi e i telefonini hanno portato la gente a usare termini inglesi di cui spesso non conosce nemmeno il significato. E invece, non c’è più chi utilizza il dialetto”. Pausa. “Le faccio un esempio. Io continuo a battere i tasti della mia vecchia macchina da scrivere, ma adesso ho preso un fax. Ci sono le istruzioni in tutte le lingue: inglese, francese, tedesco, italiano. Ma leggendo l’italiano, ci si accorge che non è italiano. E’ un italiano tradotto dall’inglese”.<br />
Proprio così. Le conseguenze delle “parole del futuro”. Quelle del passato, invece, Rigoni Stern le usa bene. Hanno un altro significato, sono costruite all’interno di una narrazione limpida e strutturata, e comprensibili a tutti: “E’ vero, uso termini dialettali talvolta. Ma guardi che le parole che scrivo le trova tutte nel dizionario”. Oggi il nostro autore veneto sta scrivendo “una relazione sui luoghi abbandonati che sono i luoghi del futuro – ci spiega – i luoghi pedemontani che la gente ha dimenticato. Fuori dalle città, con strade sconnesse, corrono il pericolo di ospitare cattedrali nel deserto. E invece devono essere luoghi del pensiero…”. Già. Perché “certe volte invece che tante parole, è più importante stare in silenzio”, conclude Rigoni Stern. A lui, che della letteratura contemporanea “mi piacciono solo i poeti”.</em></p>
<div class="entry-more">
<p>PS per papà: non piangere</p>
<p>.</p>
<p>fonte: <a href="http://cristinatagliabue.nova100.ilsole24ore.com/2008/06/addio-rigoni-st.html">http://cristinatagliabue.nova100.ilsole24ore.com/2008/06/addio-rigoni-st.html</a></p>
<p>...</p>
<p><em>Arrivare a casa... senza perdere un uomo.  Era il sogno sfrenato di chi era al fronte, in una guerra dura e folle, come tutte le guerre.<br />
E' morto un semplice e senza frontiere come Mario Rigoni Stern,  nato ad Asiago, paese su un Altopiano, noto oggi per il formaggio incellofanato nei supermercati, dal costo basso rispetto ad altri. Non c'è più un uomo mai diviso dalla terra e dalle creature che l'abitano. Se ne è andato un altro che ha raccontato la vita: speriamo che i bimbi di oggi sappiano un giorno, diventando grandi, che la montagna non la si conquista, che è una salita della terra abitata dalle stagioni e non c'è confine nell'amarle, pianure e montagne.</p>
<p>Doriana Goracci</em></p>
<p>per gentile concessione dell'autrice</p></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Berlinguer, con il discorso sull'austerità, c'era andato molto vicino alle teorie di Serge Latouche]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2832</link>
<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 12:53:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
<guid>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2832</guid>
<description><![CDATA[
.
28.03.2008
.
Autore: Bucci, Tonino
.
Una intervista al teorico della “decrescita”, che chiari]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><img src="http://lasentinelladellamaremma.files.wordpress.com/2007/04/decrescita.gif" alt="http://lasentinelladellamaremma.files.wordpress.com/2007/04/decrescita.gif" /></p>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;"><strong><span style="color:#666699;">28.03.2008</span></strong></p>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#666699;"><strong>Autore:</strong></span> <a class="byline" href="http://www.eddyburg.it/article/author/view/2586">Bucci, Tonino</a></p>
<p style="text-align:left;">.</p>
<h1 style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Una intervista al teorico della “decrescita”, che chiarisce la saggezza della sua proposta</em></strong></span></h1>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;">Berlinguer, con il suo discorso sull'austerità, c'era andato molto vicino alle teorie di Serge Latouche. «Ma a quei tempi predicava come un profeta nel deserto. Oggi però lo scenario è maturo. Il mondo rischia la catastrofe ambientale. Non ci sono alternative: o abbandoniamo la fede in una crescita illimitata o sarà la barbarie».<br />
Latouche è un intellettuale eclettico: economista, sociologo e filosofo, autore di libri che hanno avuto fortuna, ad esempio Giustizia senza limiti e Come sopravvivere allo sviluppo ma anche militante appassionato, partecipe in prima persona di lotte e movimenti locali. In Italia esce proprio in questi giorni il suo nuovo libro, <em>Breve trattato sulla decrescita serena</em> (Bollati Boringhieri, pp. 135, euro 9), appena presentato a Siena con Giacomo Marramao, Ugo Pagano e Pier Giorgio Solinas.</p>
<p style="text-align:left;">La tesi è più o meno nota. Siamo a un passo dal baratro. L'economia capitalistica, spinta dal suo dna a produrre senza limiti quantità crescenti di merci, sta distruggendo l'ambiente. Dovremo dunque rassegnarci a produrre di meno o, peggio ancora, a diminuire i nostri consumi? Latouche non lo nasconde, sa che lo slogan della decrescita è anche una provocazione per smuovere le acque - «sarebbe meglio dire a-crescita». Ma ogni modo infrange un tabù: l'accumulo di ricchezza privata non è più il massimo di felicità desiderabile. Latouche mette sotto accusa il consumismo: un imperialismo invisibile che colonizza dall'interno le nostre menti, che ci ossessiona al punto da ritenere indispensabile cambiare telefonino o automobile a ogni pie' sospinto. Ai nostri occhi le cose diventano vecchie e inservibili in un volgere di tempo sempre più breve. Ma quale automobilista ha quelle elementari cognizioni per decretare l'inutilizzabilità della propria auto? E, intanto, un cumulo di macerie ipertecnologiche si accumula: elettrodomestici, computer obsoleti, lamiere di veicoli. Come se esce? Produrre meno e consumare meno? Bella provocazione, ma un qualsiasi marxista potrebbe obiettare a Latouche che ad abbassare il livello dei consumi si rischia di intaccare lo standard di vita delle classi popolari, già messo a dura prova dal calo di potere d'acquisto dei salari. E anche quell'idea di produrre di meno assomiglia a un velleitario desiderio di far girare all'indietro le lancette della storia, a ritroso verso l'età della pietra. Da queste obiezioni Latouche si difende, dice che sono un fraintendimento della decrescita, che non è affatto sua intenzione mettere fra parentesi le disuglianze di classe nella società capitalistica. E, soprattutto, non negache esiste un gigantesco problema di redistribuzione della ricchezza impossibile a farsi fino a che non si intacca il potere delle multinazionali nel mondo.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>La proposta di mettere una moratoria sull'innovazione tecnologica non è stata digerita. L'hanno accusata di essere un nemico della scienza. Sul serio se ne può fare a meno?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Ci mancherebbe altro. Certo che questi oggetti ci sono utili. Quello che contesto è che si debbano sprecare all'infinito tante ricerche scientifiche semplicemente per fare un modello più sofisticato e più alla moda. Qual è la necessità? Un cellulare con qualche funzione in più non fornisce quasi mai un servizio davvero utile.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>La prospettiva di consumare meno non è che sia allettante per quelle classi popolari che già hanno visto immiserirsi il potere d'acquisto dei salari. Siamo in tempi di crisi e si profilano tagli alla spesa. Non sarebbe bene tenerne conto?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Vero. Ma non dico "consumiamo di meno". Questo è un fraintendimento. Io propongo di ridurre l'impatto ecologico del sistema e questo, semmai, inciderebbe sul consumo intermedio non sui consumi finali. L'impatto ecologico dell'Italia dal 1960 ad oggi si è triplicato. Ma questo non significa che ognuno consuma tre volte di più. Quello che è cresciuto è il consumo di tutto il sistema, lo spreco. Dopo sei mesi buttiamo via un elettrodomestico solo perché diventa obsoleto. Si dovrebbero imporre delle norme che garantiscano una durata minima dei prodotti. Ma la cosa grave è soprattutto il consumo che comporta la globalizzazione, lo spreco di energia, di imballaggi, di celle frigorifere, di condizionatori. La carne nei nostri piatti viene da bestiame che non mangia più l'erba dei prati ma mangimi ottenuti dalla soia coltivata in Brasile. Non si tratta di diminuire il consumo o il reddito dei più poveri. Semmai è ora di redistribuire la ricchezza. Sono i ricchi, i grandi predatori di risorse naturali, che distruggono il pianeta.Tocca ai responsabili, ai partiti politici di sinistra far capire questo. E la gente lo capisce abbastanza.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>Per fare tutte le cose che lei dice non occorre un intervento forte dello Stato e l'introduzione di un'economia di piano?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">No, non penso alla pianificazione. E' più complicato. Un po' di pianificazione non farebbe male, certo. Dobbiamo reincastrare l'economia dentro il sociale. E' più difficile. Non è il mercato in sé ad essere perverso. E' la logica del mercato quando diventa imperialista. I piccoli mercati nella Siena medievale funzionavano bene perché erano incorporati dentro un sistema sociale del buon governo. Erano subordinati alla felicità pubblica. Il problema è che è stato deciso volontariamente di scatenare la dismisura, la hybris della logica mercantile che dovrebbe invece essere sempre inquadrata. E' il segno della colonizzazione dell'immaginario, di un cambiamento di mentalità. Penso che una bella crisi potrebbe aiutarci. La mucca pazza in Francia ha cambiato abitudini alimentari. Ora la gente mangia meno carne. Le crisi sono delle opportunità per rompere con lo strapotere di multinazionali e finanza.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>Lei pensa a un'economia mista, sotto controllo pubblico per i settori strategici e privata per la produzione di beni secondari?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">In un modo o nell'altro dobbiamo distruggere le grandi imprese transnazionali. Sono diventate troppo potenti. Più potenti degli Stati. Dobbiamo sottoporle a limiti di varia natura, ambientali e sociali, perché non continuino a consumare risorse naturali e a sfruttare lavoro umano. Non si deve fissare solo il reddito minimo, dobbiamo fissare anche il reddito massimo. Non ha senso parlare di cittadinanza se qualcuno guadagna un milione di volte in più rispetto a un operaio. La politica deve porsi questi problemi.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>"Produrre meno" è uno slogan. Forse è meglio dire "produrre beni di qualità": cultura, sanità, aria migliore, città vivibili, una vita migliore. O no?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Sì. Non è sovversivismo. Il programma della socialdemocrazia tedesca dell'89 prevedeva di produrre meno in certi settori, a partire da quello automobilistico. Non ha senso produrre beni, anche quelli necessari, sempre di più all'infinito. Perché produrre così tanto cibo per poi distruggerlo? La crescita ha senso solo nella misura in cui soddisfa dei bisogni. Sennò serve solo a far aumentare profitti e rifiuti. Mangiare meno carne farebbe bene alla nostra salute. Pensiamo a mangiare meglio, a produrre cibi freschi di stagione senza sprecare energia per trasportarli da un luogo all'altro del pianeta. Meglio cibi di qualità ottenuti con l'agricoltura biologica.<br />
<strong></strong>
</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>Cambiare modo di produrre significa anche lavorare meno e lavorare meglio. O</strong><strong> no?</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Certo. E' stato calcolato che negli ultimi anni la gente dorme in media un'ora in meno. L'insonnia aumenta. Questa è la crescita del malessere, non del benessere. In Francia Sarkozy ha vinto le elezioni con lo slogan: "lavorare di più per guadagnare di più". E' un'assurdità dal punto di vista dell'economia classica. Lavorare di più significa aumentare l'offerta di lavoro. E se aumenta l'offerta, il prezzo del lavoro, cioè il salario, scende. La gente si è accorta che lavora di più e guadagna di meno. Dal punto di vista della decrescita si tratta di lavorare meno non solo per lavorare tutti, ma per vivere meglio. Per ritrovare il senso della vita e avere più tempo per la cura di sé e per le relazioni con gli altri.<br />
.
</p>
<p style="text-align:left;"><strong><span style="color:#ea0000;">Liberazione</span><em>, 28 marzo 2008</em></strong></p>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;">fonte:<a href="http://www.eddyburg.it/article/articleview/10965/0/286/">http://www.eddyburg.it/article/articleview/10965/0/286/</a></p>
<p style="text-align:left;">__________________________________________________________________________________________________</p>
<p style="text-align:left;"><img class="aligncenter" src="http://www.micropolis-segnocritico.it/mensile/images/2006/011/pg_0013.jpg" alt="http://www.micropolis-segnocritico.it/mensile/images/2006/011/pg_0013.jpg" /></p>
<p style="text-align:left;"><!--[if gte mso 9]&#62; Normal   0   14 &#60;![endif]--></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>ENRICO BERLINGUER</em></strong></span></p>
<h1 style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>AUSTERITA': OCCASIONE PER TRASFORMARE L'ITALIA</strong></span></h1>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;">Desidero esprimere, anzitutto, la soddisfazione nostra, della direzione del partito per la rispondenza che l'iniziativa che abbiamo preso ha avuto tra gli intellettuali comunisti e fra intellettuali ed esponenti politici di diverso orientamento, di altre correnti. La partecipazione e l'interesse che questo nostro convegno ha suscitato dimostrano che esso si è rivelato maturo e tempestivo, come già era nei nostri convincimenti quando abbiamo</p>
<p style="text-align:left;">proposto di « mettersi al lavoro » (ritornerò poi sul significato di questa espressione) per un progetto di rinnovamento della società italiana.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Il metodo di lavoro dei comunisti non è quello del centro-sinistra</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Ecco quale è stato ed è il tema principale,la ragione e lo scopo del nostro incontro con voi. Non ci eravamo proposti di tornare ad approfondire questioni come quelle del rapporto fra politica e cultura, fra partito e intellettuali (sulle quali, tuttavia, alla conclusione del mio intervento, qualche cosa vorrei ancora dire) ma, piuttosto, di aprire un dibattito su quel tema specifico che, del resto, è dichiarato nell'avviso di convocazione del convegno stesso: quale può essere l'intervento della cultura nell'elaborazione di un progetto di rinnovamento della società italiana.</p>
<p style="text-align:left;">Questo convegno ha voluto essere, e io credo che sia stato, un momento del lavoro per un tale progetto; e in tal senso il convegno non mi pare possa dare adito a delusioni: né nostre, né vostre. Delusione potrebbe esservi solo per qualcuno che, fraintendendo il senso della nostra proposta, ma anche più in generale non conoscendo bene il metodo con cui noi comunisti lavoriamo, pensava, forse, che il compagno Tortorella, o il compagno</p>
<p style="text-align:left;">Napolitano o io stesso saremmo venuti qui a presentarvi quasi un piatto bello e confezionato, a cui voi foste chiamati ad aggiungere i condimenti o a dire solo se vi piaceva o no. Noi abbiamo invece voluto convocare questo convegno prima ancora di giungere, come partito, ad un progetto compiuto nelle sue varie parti, e ciò per la semplice ragione che tale progetto deve essere il risultato di una ricerca e di un lavoro comune che vanno al di là di quelli che sta compiendo e compirà il gruppo dirigente del nostro partito. Infatti, anche solo per non ricadere nella negativa esperienza del centro-sinistra, noi dovevamo e dobbiamo guardarci dall'errore di ogni progettazione fatta unicamente a tavolino.</p>
<p style="text-align:left;">Il compagno Napolitano vi ha informato che la direzione del partito ha costituito una commissione, che sta già lavorando per questo progetto, ma vi ha anche detto che, prima che questa commissione presenti le sue proposte alla direzione e al Comitato centrale del partito, noi vogliamo compiere una verifica di massa delle proposte da fare, vogliamo stimolare l'apporto di tutti coloro che intendono impegnarsi attivamente a cambiare questa società; vogliamo, insomma, fare una cosa che non si è mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo: arrivare, cioè, a un progetto di trasformazione discusso fra la gente, con la gente. E poiché per trasformare la nostra società si tratta, come abbiamo detto più volte, non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cioè di inventare qualcosa di nuovo che stia, però, sotto la pelle della storia, che sia, cioè, maturo, necessario, e quindi possibile, è naturale che il primo momento di questo nostro lavoro sia stato e debba essere l'incontro con le forze che sono o dovrebbero essere creative per definizione, con le forze degli intellettuali, della cultura.</p>
<p style="text-align:left;">Non può essere che questo, io credo, il modo di procedere del partito più rappresentativo della classe operaia, ossia della formazione politica che tende di continuo a realizzare una sintesi tra spontaneità e riflessione, tra immediatezza e prospettiva, e, quindi, anche tra classe operaia e intellettuali, tra la forza sociale che oggi è la principale motrice della storia e gli strati che sono portatori di pensiero in quanto esprimono l'accumulazione e lo sviluppo della cultura e della civiltà.</p>
<p style="text-align:left;">Questo convegno costituisce un primo positivo risultato dello sforzo che stiamo avviando, e che dovrà ora continuare ad intensificarsi, tra gli intellettuali e nel mondo della cultura sia attraverso quella disaggregazione del nostro lavoro, di cui parlava il compagno Asor Rosa, da compiersi per materie, per grandi settori, sia attraverso quelle iniziative di cui parlava il compagno Tortorella (particolarmente di quella iniziativa, che egli ha proposto e alla quale dovremo dare la massima attenzione, della promozione di conferenze nelle istituzioni culturali che siano qualcosa di analogo, fatte le debite differenze, delle conferenze di produzione che abbiamo promosso e che dovremo promuovere nelle fabbriche), sia con altre iniziative che sollecitino il contributo degli operai, dei contadini, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro associazioni.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><strong><span style="color:#ea0000;"><em>Dare un senso e uno scopo alla politica di austerità: ma quale austerità?</em></span></strong></p>
<p style="text-align:left;">Da che cosa è nata, da che cosa nasce l'esigenza di metterci a pensare e a lavorare attorno ad un progetto di trasformazione della società che indichi obiettivi e traguardi tali da poter e dover essere perseguiti e raggiunti nei prossimi tre-quattro anni, ma che si traducano in atti, provvedimenti, misure, che ne segnino subito l'avvio?</p>
<p style="text-align:left;">Questa esigenza nasce dalla consapevolezza che occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell'occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano.</p>
<p style="text-align:left;">L'austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l'austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è cosi per noi. Per noi l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L'austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi sì manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Ecco, in base a quale giudizio il movimento operaio può far sua la bandiera dell'austerità?</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">L'austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l'andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Cosi concepita l'austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell'ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l'unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a</p>
<p style="text-align:left;">rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.</p>
<p style="text-align:left;">Lungi dall'essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l'austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle condizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficacemente per una società superiore senza muovere dalla necessità imprescindibile dell'austerità.</p>
<p style="text-align:left;">Ma l'austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l'attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e solidale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell'assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell'uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Le conseguenze sui paesi capitalistici dell'avanzata del moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Abbiamo richiamato in altre occasioni e anche di recente le profonde ragioni storiche, certamente non solo italiane, che rendono obbligata, e non congiunturale, una politica di austerità. Sono ragioni varie, ma occorre ricordare sempre che l'evento più importante i cui effetti non sono più reversibili, è stato e rimarrà l'ingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell'umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale.</p>
<p style="text-align:left;">Assai vario e complesso è, certo, questo moto. Grandi sono le differenze storiche, economiche, sociali, culturali, politiche, che esistono tanto all'interno di quel che suole chiamarsi il Terzo mondo, quanto nei suoi rapporti esterni. In particolare, negli ultimi tempi si è venuta precisando una tendenza verso alleanze tra i gruppi dominanti dei paesi capitalisticamente più sviluppati e quelli di certi paesi in via di sviluppo, alleanze che operano a danno di altri paesi più poveri e più deboli, e contro ogni movimento popolare e progressista. Non sono stati e non sono solo i Kissinger, ma anche gli Yamani (avrete visto le recenti dichiarazioni) che hanno perseguito e perseguono una politica di ostilità contro gli Stati e contro le forze politiche che si battono per il rinnovamento del proprio paese, comprese le forze avanzate del movimento operaio dell'occidente.</p>
<p style="text-align:left;">Ma mentre dobbiamo saper cogliere queste differenze all'interno del Terzo mondo, e tenerne conto, non dobbiamo mai perdere di vista il significato generale del moto grandioso di cui sono stati e sono protagonisti quei popoli: un moto che cambia la rotta della storia mondiale, che sconvolge via via tutti gli equilibri esistiti ed esistenti, e non soltanto quelli relativi ai rapporti di forza su scala mondiale, ma anche gli equilibri all'interno dei singoli paesi capitalistici. È questo moto, o almeno è principalmente questo moto, che, operando nel profondo, fa esplodere le contraddizioni di una intera fase dello sviluppo capitalistico post-bellico, e determina in singoli paesi condizioni di crisi di gravità mai raggiunta. E se può accadere, come ci è dato di constatare, che all'interno del mondo capitalistico alcune economie più forti possono trarre profitto dalla crisi e consolidare la propria posizione di dominio, per altri paesi economicamente più deboli, come l'Italia, la crisi diventa ormai un rotolare più o meno lento verso il precipizio.</p>
<p style="text-align:left;">Sullo sfondo di questa acuita conflittualità tra i paesi e i gruppi capitalistici, mal celata da fragili solidarietà, avanzano processi di disgregazione e di decadenza che, mentre rendono sempre più insopportabili le condizioni di esistenza di grandi masse popolari, minacciano le basi stesse, non solo dell'economia, ma della nostra stessa civiltà e del suo sviluppo.</p>
<p style="text-align:left;">Non è necessario descrivere i mille segni in cui si manifesta questa tendenza che ferisce e mortifica così profondamente anche la vita della cultura. Quel che deve essere chiaro a chiunque voglia intendere le ragioni ed i fini della nostra politica, sia all'interno del nostro paese, sia nei rapporti con forze progressiste di altri paesi, è che essa si può tutta ricondurre allo sforzo di mobilitazione e di ricerca per bloccare questa tendenza e per rovesciarla.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Due premesse fondamentali per avviare «una trasformazione rivoluzionaria della società»</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Viviamo, io credo, in uno di quei momenti nei quali - come afferma il Manifesto dei comunisti - per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, o si avvia «una trasformazione rivoluzionaria della società» o si può andare incontro «alla rovina comune delle classi in lotta»; e cioè alla decadenza di una civiltà, alla rovina di un paese.</p>
<p style="text-align:left;">Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all'occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l'occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.</p>
<p style="text-align:left;">Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.</p>
<p style="text-align:left;">Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l'indigenza, ne deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.</p>
<p style="text-align:left;">Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo cosi ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un'opera di trasformazione sociale.</p>
<p style="text-align:left;">Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese.</p>
<p style="text-align:left;">Non voglio qui esaminare i vari provvedimenti di politica economica attuati o in preparazione da parte del governo, ne ricordare il nostro atteggiamento su di essi. Sono note le posizioni, a volte favorevoli a volte critiche, assunte dal nostro partito sui diversi aspetti della politica economica governativa. Del resto, proprio in questa sala, come sapete, nostri autorevoli compagni qualche giorno fa hanno fatto il punto - in un positivo</p>
<p style="text-align:left;">confronto con esponenti di altri partiti, con illustri economisti e alla presenza, anche, dei rappresentanti del governo - sul quadro economico complessivo e sugli interventi da compiere da parte del governo e dei partiti.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Carenze di vigore e di coraggio, e angustia di prospettive, nella politica di austerità del governo</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Voglio invece ribadire una critica di ordine generale che noi comunisti continuiamo a fare, non possiamo non continuare a fare, all'azione del governo. La politica di austerità è tuttora viziata, infatti, da carenze di vigore, di coraggio e di respiro. Ad esempio: non si è saputo ancora suscitare il necessario movimento di opinione e di massa contro gli sprechi. Contro gli sprechi in senso diretto, che sono ancora enormi (si pensi all'energia o all'organizzazione sanitaria) e contro gli sprechi in senso indiretto e lato, come quelli che derivano dal lassismo nelle aziende, nelle scuole e nella pubblica amministrazione; o come quelli, qui denunciati con particolare rigore dai professori Carapezza, Nebbia, Maldonado e da altri, derivanti da imprevidenze, di cui avvertiamo oggi tutto il peso, e da errori enormi compiuti nella politica del suolo, del territorio, dell'ambiente; o dalla trascuratezza nel campo della ricerca. C'è tutta un'azione amplissima contro gli sprechi e per il risparmio in ogni campo che avrebbe bisogno dello stimolo, della direzione, dell'iniziativa continua di un governo che sapesse davvero esprimere l'autorevolezza politica e morale oggi indispensabile.</p>
<p style="text-align:left;">Non è un caso, certo, che tutto ciò sia mancato o sia stato carente, giacché un'azione simile non si organizza solo con la propaganda, che pure va fatta, e non la si fa abbastanza, ma richiede che siano individuati e colpiti precisi interessi costituiti, una gran parte dei quali sta alla base del mantenimento del sistema di potere della Democrazia cristiana.</p>
<p style="text-align:left;">Ma è evidente, soprattutto pesa assai negativamente, l'angustia di prospettive che caratterizza la politica di austerità chiesta e fatta finora dal governo. Sta qui il punto di massima differenziazione tra noi e gli esponenti governativi e i gruppi economici dominanti. In costoro, al fondo, vi è uno stato d'animo di resa, cioè qualcosa che sta agli antipodi di ciò che occorrerebbe per ottenere l'adesione convinta del popolo a certi sacrifici necessari. Il paese avrebbe bisogno, per compiere uno sforzo adeguato, di veder chiaro davanti a sé, o quanto meno di vedere chiari alcuni elementi fondamentali di una prospettiva nuova. E invece gli esponenti delle vecchie classi dominanti e molti uomini del governo, quando arrivano a tanto, non sanno andare più in là dell'obiettivo di riportare l'Italia sugli stessi binari su cui procedeva lo sviluppo economico prima della crisi.</p>
<p style="text-align:left;">Come se quelle vie e quei modi dello sviluppo possano rappresentare ancor oggi un ideale di società da perseguire, e come se, soprattutto, la crisi di questi anni e di oggi non fosse esattamente la crisi di quel modello di società (crisi in atto non solo in Italia, ma anche, in forme sia pure diverse, in altre nazioni europee). È molto chiara per noi la ragione di queste carenze di vigore, di coraggio, di respiro e di prospettiva nella politica di austerità di cui prima ho parlato. In tali carenze noi vediamo l'evidenza di un processo storico che è segnato dal declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia e dalla conferma che tale funzione dirigente già comincia a passare al movimento operaio, alle forze popolari unite: naturalmente a una classe operaia, a masse popolari, che dimostrino la maturità necessaria per presentarsi a provare al paese intero di essere una forza che democraticamente guida l'intera società alla salvezza e alla rinascita. Ciò richiede che nelle file stesse del movimento operaio, e nelle sue organizzazioni economiche e politiche, si eserciti più ampiamente e più responsabilmente uno spirito autocritico che porti al superamento di quegli atteggiamenti negativi e fuorvianti, o di subalternità o di estremismo, che pesano in misura ancora non trascurabile e che nel concreto, poi, ostacolano la soluzione positiva di problemi di bruciante attualità, quali il risanamento economico, produttivo, finanziario della società e dello Stato.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Non possiamo aspettare di andare prima al governo per presentare un progetto di rinnovamento: bisogna muoversi subito</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">Per impegnarci in un progetto di rinnovamento della società, e per fare la proposta di mettersi al lavoro per definirlo, non potevamo attendere che, prima, maturassero nei partiti le condizioni per un nostro ingresso nel governo. Questa esigenza, lo ribadiamo, rimane più che mai aperta. Ma intanto e subito noi abbiamo il dovere di prendere le opportune iniziative, che rispondono a non rinviabili necessità di lotta del movimento operaio e a non procrastinabili interessi generali del paese, anche nell'ambito dell'attuale quadro politico, che, pur con tutte le sue insufficienze, è un quadro profondamente influenzato dagli effetti positivi dell'avanzata popolare e comunista di questi anni, in particolare di quella del 20 giugno.</p>
<p style="text-align:left;">La proposta del progetto nasce anche da una esigenza interna al movimento operaio: quella di evitare che non si comprendano bene le ragioni oggettive, l'obbligo di una politica di austerità, oppure che si corra il rischio di adagiarsi nella quotidianità, di assuefarsi al piatto tran-tran del giorno per giorno. Ma nasce soprattutto da una esigenza generale, di tutta la nazione, di avere finalmente un orizzonte diverso e dei concreti punti di riferimento.</p>
<p style="text-align:left;">La fase attuale della nostra vita nazionale è certo gravida di rischi, ma essa offre a noi tutti la grande occasione per un rinnovamento. Questa occasione non può essere perduta: essa è la più grande, forse, - sia detto senza retorica, - che si presenti al popolo italiano e alle sue più serie forze politiche da quando è nata la nostra repubblica democratica.</p>
<p style="text-align:left;">Sta qui una peculiarità italiana, di questo nostro paese dissestato, disordinato, si, ma vivo, carico di energie, forte di un grande spirito democratico; di questa nostra Italia che è forse la nazione nella quale la crisi è più grave che in altre zone del mondo capitalistico (e non soltanto in senso economico, ma anche in quello politico, di minaccia alle istituzioni democratiche), e nella quale, però, sono anche maggiori che in molti altri paesi le possibilità per lavorare dentro la crisi stessa, per farla diventare mezzo per un cambiamento generale della società.</p>
<p style="text-align:left;">La nostra iniziativa non è dunque un atto di propaganda o di esibizione del nostro partito. Vuole essere un atto di fiducia; vuole essere, ancora una volta, un atto di unità, cioè un contributo che sollecita quello di altri partiti per avviare un lavoro e chiamare ad un impegno comuni, che coinvolgano tutte le forze democratiche e popolari.</p>
<p style="text-align:left;">Anche per questo suo carattere e intento unitario, il nostro progetto non vuole essere, non deve essere, io credo, un programma di transizione a una società socialista: più modestamente, e concretamente, esso deve proporsi di delineare uno sviluppo dell'economia e della società le cui caratteristiche e modi nuovi di funzionamento possano raccogliere l'adesione e il consenso anche di quegli italiani che, pur non essendo di idee comuniste o socialiste, avvertono acutamente la necessità di liberare se stessi e la nazione dalle ingiustizie, dalle storture, dalle assurdità, dalle lacerazioni a cui ci porta, ormai, l'attuale assetto della società.</p>
<p style="text-align:left;">Ma chi sente questo assillo e ha questa aspirazione sincera non può non riconoscere che, per uscire sicuramente dalle sabbie mobili in cui rischia di essere inghiottita l'odierna società, è indispensabile introdurre in essa alcuni elementi, valori, criteri propri dell'ideale socialista.</p>
<p style="text-align:left;">Quando poniamo l'obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell'uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l'obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l'obiettivo di andare oltre l'appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l'obiettivo della piena uguaglianza e dell'effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l'obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell'economia, dello Stato; quando poniamo l'obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos 'altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>Uscire dalla logica del capitalismo è una esigenza non della sola classe operaia né dei soli comunisti</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">E tuttavia questi criteri, questi valori, questi obiettivi, che indubbiamente sono propri del socialismo, riflettono un'aspirazione che non è esclusivamente della classe operaia e dei partiti operai, dei comunisti e dei socialisti, ma esprimono un'esigenza che oggi può venire - e anzi, viene già - anche da cittadini e strati di popolo e lavoratori di altre matrici ideali, di altri orientamenti politici, in primo luogo di matrice e ispirazione cristiana; è un'esigenza che può venire, e che viene in misura crescente, da aree sociali ben più ampie, che vanno ben al di là della classe operaia. La ragione principale per cui consideriamo la crisi come un'occasione, sta nel fatto che obiettivi di trasformazione e di rinnovamento come quelli che ho ricordato possono essere non solo compatibili, ma debbono e possono essere organicamente compresi dentro una politica di austerità, che è la premessa indispensabile per superare la crisi, ma andando avanti, non tornando al passato. Infatti, mi pare sia evidente che quegli obiettivi contribuiscono a configurare un assetto sociale e una politica economica e finanziaria organicamente diretti proprio contro gli sprechi, i privilegi, i parassitismi, la dissipazione delle risorse: realizzano, cioè, quello che dovrebbe costituire l'essenza di ciò che, per natura e definizione è una vera politica di austerità.</p>
<p style="text-align:left;">Anzi, si potrebbe osservare che come spesso, nelle società decadenti, sono andati, vanno insieme e imperano le ingiustizie e lo scialo, così nelle società in ascesa vanno insieme la giustizia e la parsimonia.</p>
<p style="text-align:left;">Naturalmente, questa convinzione non ci fa dimenticare, ma anzi ci impegna ad affrontare nella loro concretezza, i problemi immediati, le scelte da compiere, le priorità da imporre in ogni campo della politica economica, finanziaria, fiscale, dell'istruzione, allo scopo di prevenire i rischi di tracolli improvvisi, di bruschi arretramenti e di garantire, invece, che, passo a passo, si avanzi verso traguardi di efficienza e di giustizia, di produttività e di socialità. La ricerca dei nessi che devono legare i provvedimenti immediati all'avvio di questa linea di rinnovamento sarà certamente uno dei cimenti più impegnativi di tutti noi e di quanti vorranno contribuire e partecipare all'elaborazione compiuta di un progetto, che corrisponda alle caratteristiche ed alle esigenze che abbiamo cercato di delineare a grandi tratti.</p>
<p style="text-align:left;">Il nostro proposito è di arrivare nel giro di pochi mesi all'elaborazione di un testo che rappresenti una prima base di dibattito e di confronto, ma è anche di stimolare, prima e dopo la pubblicazione di tale testo, un vasto e continuo impegno d'iniziativa e di lotta. Anche e proprio perché sentiamo tutta la difficoltà di questa impresa, ma insieme anche la sua necessità e la sua forza di suggestione, ci siamo rivolti a voi, ci rivolgiamo a tutte le forze intellettuali affinché siano protagoniste - come ha detto Tortorella esponendo questo tema in un modo giusto ed efficace - e di proposte ed iniziative volte a ridare vitalità, a rinnovare le istituzioni culturali (a cominciare dalla scuola, dall'università e dai centri di ricerca) e, al tempo stesso, affinché diano il loro apporto alla elaborazione delle scelte complessive, e non solo di quelle di settore, che devono essere alla base del progetto.</p>
<p style="text-align:left;">Un appello, un invito cosi diretto ed esplicito alla cultura italiana ha oggi una sua ben precisa ragione: infatti, da un lato, come sappiamo, le forze intellettuali hanno oggi in Italia, come del resto hanno in quasi tutti i paesi capitalistici più sviluppati, un peso sociale quale non avevano mai avuto nel passato, e hanno anche, in Italia, in larghissima misura, un orientamento politico democratico e di sinistra; ma accanto a tale dato positivo (Giulio Einaudi ha messo bene in luce questa contraddizione) vi è quello, negativo, della condizione di crisi, di decadimento, di mortificazione in cui sono state precipitate le nostre istituzioni culturali dopo trent'anni di potere democratico-cristiano e di sviluppo sociale distorto e squilibrato. Ed è evidente che nessuna opera di salvezza e di rinnovamento generale del paese può andare avanti senza superare questa crisi, senza sciogliere questa contraddizione: senza, vorrei dire, una crescita del sapere e dell'amore per il sapere, senza un rinnovamento degli strumenti del sapere, affinché la produzione di cultura, e quindi le istituzioni culturali, siano artefici anch'esse del risanamento e del rinnovamento di tutta la società.</p>
<p style="text-align:left;"><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong><em>I comunisti italiani per l'autonoma e libera funzione della cultura: non chiediamo obbedienze a nessuno</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">II modo in cui poniamo oggi la funzione della cultura per la trasformazione del paese corrisponde a una tradizione, a una peculiarità del Partito comunista italiano, come partito della classe operaia, come partito democratico e nazionale, come grande organismo che è esso stesso produttore di cultura. Noi ci siamo battuti sempre e ci battiamo per il progresso e l'espansione della vita culturale. Ma in questo nostro impegno dobbiamo sempre guardarci da interventi che possano, nella benché minima misura, ledere l'autonomia della ricerca teorica, delle attività culturali, della creazione artistica, giacché queste hanno come condizione vitale di sviluppo non quella di obbedire a un partito, a uno Stato, a un'ideologia, ma quella di poter dispiegarsi in pienezza di libertà e di spirito critico. Tale impostazione, che è parte della più generale visione che noi abbiamo dei rapporti tra democrazia e socialismo, si distingue da quella di alcuni partiti al potere in paesi socialisti; atteggiamenti e comportamenti del potere politico quali quelli di cui si ha notizia (per esempio in Cecoslovacchia dove siamo di fronte addirittura ad atti di tipo repressivo), sono per noi inaccettabili in linea di principio. Interpretando questa posizione generale del partito alcuni nostri compagni intellettuali hanno preso l'iniziativa di una dichiarazione pubblica, che noi consideriamo giusta ed opportuna. Fa parte irrinunciabile del nostro patrimonio una concezione che riconosce l'essere compito del partito comunista, degli altri partiti democratici e dei pubblici poteri, in quanto siano orientati anch'essi in senso democratico, da un lato la creazione del clima politico morale e dall'altro lato, l'attuazione delle condizioni materiali, pratiche, organizzative che consentano il positivo e libero sviluppo della ricerca, della iniziativa e del dibattito culturale. Ma non è compito né dei partiti, né dello Stato esigere obbedienze, far prevalere concezioni del mondo, limitare in qualsiasi modo le libertà intellettuali.</p>
<p style="text-align:left;">Ed io, cari compagni ed amici - non senza prima ringraziare tutti voi e in modo del tutto particolare il compagno Argan, che è venuto a rappresentare la città di Roma e la nuova amministrazione popolare romana - voglio concludere il mio intervento proprio con la tranquilla conferma di questa nostra impostazione: da essa non dobbiamo discostarci mai.</p>
<p style="text-align:left;">.</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ea0000;"><strong>Enrico Berlinguer</strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#666699;"><strong>Conclusioni al convegno degli intellettuali</strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#666699;"><strong>Roma, Teatro Eliseo, 15-1-1977</strong></span></p>
<p style="text-align:left;">...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il “non soldato non violento” Dante]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2655</link>
<pubDate>Sat, 17 May 2008 20:09:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[di Stefano Padovese




Ciao a tutti.
Sono il fratello di Marina Padovese, Stefano.
Uno degli impegn]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:medium;">di <span style="color:#ea0000;"><em><strong>Stefano Padovese</strong></em></span></span></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="7" align="left" bgcolor="#cccccc">
<tbody>
<tr>
<td>
<p align="justify"><span style="font-size:medium;">Ciao a tutti.<br />
Sono il fratello di Marina Padovese, Stefano.<br />
Uno degli impegni morali, che mi sono stati chiesti da Marina, prima che se ne andasse, è stato di essere portatore della memoria storica. Di essere testimone della storia, anche se piccola, di quello che ci circonda e che ci piace e non ci piace.<br />
Cerco di assolvere il mio compito, raccontando una storiella di nostro nonno materno.<br />
Anarchico, vecchio anarchico, che forse ha impresso nella mente di Marina gli ideali che fortemente hanno caratterizzato tutto il suo impegno.<br />
Nella speranza di essere stato utile, vi abbraccio tutti quanti.</span></p>
<p><span style="font-size:medium;"> Ciao,<br />
Stefano.</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="left">
<p align="left">
<div>
<table border="0" cellspacing="0" bgcolor="#cccccc">
<tbody>
<tr>
<td><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/pag31.jpg" alt="" width="240" height="320" /></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div><span class="Stile1">Il nonno Dante</span></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="left">
<table border="0" cellspacing="0" bgcolor="#cccccc">
<tbody>
<tr>
<td><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/pag31.jpg" alt="" width="240" height="320" /></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div><span class="Stile1">Il nonno Dante</span></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="left">.</p>
<p align="left"><span style="color:#ea0000;"><strong>Uno dei tanti ragazzi della fine dell’800, </strong></span>che pieni di speranze guardano il futuro, come solo nel passato si poteva e si riusciva a fare.<br />
Un paese in rovina, legiferato e governato da tirannie e da incapacità organizzata.<br />
Tanti ideali, buoni ideali, forti ideali che hanno caratterizzato e stimolato la già forte spinta modernista industriale, il colonialismo che mascherava gli ultimi rigurgiti di schiavismo occidentale.<br />
Le prime rivendicazioni di un popolo sodomizzato e schiacciato dalle casate reali, che sapientemente si spartivano il mondo.<br />
Sull’altro fronte, una nuova generazione veniva spinta verso un futuro ormai deciso per molti, un futuro di fatiche e di morte, la guerra mondiale.<br />
Molte altre guerre, avevano tempestato il primo mondo, il nostro mondo, ma questa era la prima guerra ad ampio raggio che coinvolgeva le maggiori potenze economiche e belliche mondiali.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Un ragazzo, uno come tanti altri, Dante, aveva deciso di andare “controcorrente”.<br />
Ideali forti, lo avevano allontanato da casa, lontano dal suo despota casalingo.<br />
Già, i figli in quei tempi potevano e venivano considerati sangue del proprio sangue che potevano anche lavorare sin da bambini per aiutare a vivere.<br />
Lui aveva già deciso quale strada percorrere, una strada difficile, ma libera.<br />
Lui non voleva essere né vittima né carnefice, Lui aveva deciso che sarebbe stato libero nel pensiero e nel corpo.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Scoppiò la guerra, una sporca guerra, combattuta e vissuta solo da chi non poteva decidere, ma decisa solo da chi vittima della propria codardia non poteva viverla.<br />
Che buffo!<br />
Uno dice, vai là e muori per me!</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Lui aveva deciso di declinare questo invito e fuggì all’estero.<br />
Aveva ancora la fortuna di poter decidere, prima che fosse troppo tardi.<br />
Fuggì nella terra che ospitò molti esuli (volontari o meno) politici e perseguitati.<br />
Fuggì nella terra di Guglielmo Tell, ma arrivò nel mondo che seppe accogliere i veri socialisti, i veri idealisti del popolo e per il popolo.<br />
Il soldato Dante era già uno di loro prima di incontrarli e prima di poter cogliere il testimone ideale da loro. Era come se le idee che loro esprimevano erano già in lui prima che venissero formulate, dimostrate e diffuse. Una su tutte, la solidarietà.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Fuggì con la peggiore e infamante delle accuse, diserzione.<br />
La diserzione è un reato del codice militare, che in tempo di pace viene punito con l’ergastolo, nel periodo di guerra è punito invece con la pena capitale.<br />
Le motivazioni per chi lo attua devono essere necessariamente forti, quanto il disagio dei poteri militari per attuare tali sanzioni.<br />
Del resto la severità di tali rappresaglie verso i propri figli, la patria italica ha costituito un corpo speciale specifico per queste evenienze con lo scopo di fucilare anche alle spalle chi commette queste mancanze. Fu costituito così il corpo dei Carabinieri.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Dante sapeva tutto ciò, per questo fuggì.<br />
Si costruì e si determinò nelle idee che già condizionavano il suo cuore, a lato dei personaggi che hanno lasciato il segno storico e politico nel primo novecento.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Forse il sentimento, forse la nostalgia o forse semplicemente la necessità lo riportarono in Italia non senza conseguenze.<br />
Disertore fu l’accusa che lo accompagnò nelle galere militari di Gaeta.<br />
Molte leggende circolano sulle prigioni di Gaeta ma la scenografia è sempre la stessa; un posto disumano da sempre, forse la struttura non è nemmeno stata concepita e costruita da nessun umano, forse dal demone stesso.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Topi, scarafaggi, buio, isolamento, pane e acqua, dovrebbero bastare per poter avere una vaga idea di cosa un uomo si trova a vivere e a pensare se tale si può ancora definire.<br />
Molte leggende ancora si raccontano di questa struttura, ma difficile è poter immaginare cosa può vivere un uomo in periodo di guerra nel primo novecento.<br />
Un uomo che per l’infamia ricevuta, culturalmente, uomo non era più considerato.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Dante si era rifiutato di aderire alla logica della guerra, di poter correre il rischio di dover sparare anche solo un colpo di fucile, fosse anche per sbaglio.<br />
Ma anche per lui era troppo forte e umiliante.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>In realtà il vero neorealismo cinematografico, non vede come massima espressione nei film del primo dopoguerra, ma in realtà è stata definita dal non soldato non violento Dante.<br />
Il suo ordito pensiero era degno della fantasia e pragmatico pensiero tipico dell’ilarità italiana.<br />
Infatti, decise di aderire al pensiero bellico di quei tempi (per finta!), con l’unico scopo di poter andare al fronte, in prima linea.<br />
I soldati disertori redarguiti e pentiti, per dimostrare l’attaccamento alla regale causa, venivano inviati in prima linea di fronte all’acerrimo nemico.<br />
Così avvenne.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Giunto in prima linea, il non soldato non violento Dante, poté mettere in atto il suo diabolico piano.<br />
Alla prima missione bellica, corse incontro al nemico, non per sferrare il suo poco credibile attacco, ma semplicemente per arrendersi. Così appena incontrato un uomo con la stessa divisa di militare, ma con un altro colore (De André), cioè il nemico, tentò di alzare le braccia al cielo in segno di resa.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Quello era il machiavellico piano, meglio prigioniero del nemico che prigioniero dei propri fratelli. Almeno come prigioniero di guerra si può godere della Convenzione di Ginevra che tutela i prigionieri di guerra.<br />
Sempre meglio delle anguste patrie galere militari.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Il fato ridicolo, si abbatté sul povero non soldato non violento Dante, lo stesso pensiero aveva spinto nelle prime linee il nemico incontrato. Unica differenza fu la velocità, non dello sparo del fucile di uno dei due, ma nell’alzare le mani. Il nemico fu molto più lesto e sconfisse gli intenti del povero reduce di Gaeta.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Così il soldato “nemico” si arrese a Dante.<br />
Sbigottito, non poté fare altro, evitando di mettersi a litigare in mezzo al fuoco di fucile degli altri soldati, su chi fosse stato il primo ad alzare le mani, non poté che arrestare simpaticamente l’avversario non più di schieramento ma di intenti.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Saldamente riprese in mano il fucile e sempre in maniera poco credibile, lo puntò contro al suo simile portandolo ai superiori.<br />
Avvenne l’impensabile, il non soldato non violento Dante fu premiato con il congedo indeterminato per l’alto gesto eroico militare compiuto, affinché fosse d’esempio per i cittadini.<br />
Fu quindi premiato con la medaglia di bronzo al valore militare.<br />
Certo, le circostanze non erano prevedibili, ma il risultato finale era quello di sottrarsi alle armi, tutti sorridevano quando sentivano la storia, ignari di tutta la vicenda i militari che portavano ad esempio le gesta di un militare che soldato non era e che “sconfisse” senza armi non un nemico, ma un sistema omicida di tanta gente innocente.</p>
<p align="center"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/nowar.gif" alt="" width="52" height="53" /></p>
<p>Tutti abbiamo un destino anche contro la nostra volontà, questo del non soldato non violento Dante è una delle tante storie di cui molti possono raccontare.<br />
Io vi ho raccontato questa, perché sono orgoglioso di avere avuto come nonno il non soldato non violento Dante.</p>
</div>
<p style="text-align:left;"><img src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/335/img/quadrino.gif" alt="" width="10" height="10" /> <span style="color:#ea0000;"><strong><em>Stefano Padovese</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">..</p>
<p style="text-align:left;">fonte:<a href="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm">http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm</a></p>
<p style="text-align:left;">...</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/248/img/padovese.gif" alt="" width="300" height="288" /></p>
<p style="text-align:left;"><span style="font-size:medium;">Il 1° settembre 1998 è morta a Lugano                        Marina Padovese, 40 anni, anarchica e femminista.</span></p>
<p align="center"><span style="color:#ea0000;font-size:x-small;"><strong>“Mi                            si ricordi<br />
come donna libera,<br />
anarchica, femminista,<br />
antimilitarista.<br />
Ho fortemente voluto<br />
una società di libere e di uguali,<br />
di pace, di giustizia<br />
e di solidarietà.<br />
Spero di averne lasciato traccia.”</strong></span></p>
<p align="center"><span style="color:#ea0000;font-size:x-small;"><span style="color:#666699;"><em><span style="font-size:xx-small;"><strong>dall’ultimo                            scritto di</strong></span></em></span><em><strong><br />
Marina                            Padovese</strong></em></span></p>
<p align="center">...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[RIFLESSIONI - Essere comunisti oggi ]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2551</link>
<pubDate>Sun, 04 May 2008 15:48:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
<guid>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2551</guid>
<description><![CDATA[
.
di Romano Luperini
.

I. OGGI
.
1. Una serie di parole (&#8221;comunità&#8221;, &#8220;fraternit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://lh3.ggpht.com/mark.rauterkus/RbgZ5jrohTI/AAAAAAAAEhY/QroguDKXK-o/DSC09615.JPG?imgmax=400" alt="http://lh3.ggpht.com/mark.rauterkus/RbgZ5jrohTI/AAAAAAAAEhY/QroguDKXK-o/DSC09615.JPG?imgmax=400" /></p>
<p>.</p>
<p><strong><span><span style="font-family:Times New Roman,Times,serif;color:#ff0000;font-size:small;"><span style="color:#666699;">di </span>Romano Luperini</span></span></strong></p>
<p>.</p>
<p><!--[if gte mso 9]&#38;gt;  Normal 0 14   &#38;lt;![endif]--></p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;color:#ea0000;">I. <em>OGGI</em></span></h2>
<p>.</p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">1. Una serie di parole ("comunità", "fraternità", "uguaglianza") stanno scomparendo</span> dall'uso a vantaggio di altre, opposte ("competizione", "potere", "differenza"). Tutt'al più possono essere profferite solo con pudore e quasi con vergogna, o<em> in falsetto.</em> Fra queste, la parola "comunismo". </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">2. Il Novecento si è aperto nella coscienza della relatività</span> o della falsità dei valori universali. Dopo Marx, anche Nietzsche e Freud ne hanno mostrato il carattere parziale e strumentale. Le avanguardie primonovecentesche - politiche e artistiche - sono partite da qui. Anche nel primo Lenin o nel giovane Gramsci l'aspetto critico-negativo è nettamente prevalente su quello ri-costruttivo. Ma, a partire dagli anni Venti, sia la rivoluzione che la reazione hanno avuto bisogno di nuovi valori assoluti. Del pensiero di Marx è stata ripresa non la carica critica ma l'ottimismo progettuale, mentre dallo storicismo e dal positivismo è stata recuperata l'idea di un progresso lineare. L'errore di Marx, enfatizzato dai teorici della III Internazionale, è stato di credere che l'uomo possa uscire dai propri condizionamenti biologici e temporali per tendere a un progresso senza limiti in nome del quale sacrificare il <em>particolare. </em>L'assolutezza astratta dell'<em>universale</em>, identificato nel <em>partito</em> e nella <em>scienza</em> <em>del proletariato</em> in esso incarnata, è stata eretta contro la concretezza del <em>particolare,</em> dell'uomo <em>qui e ora. </em>La Verità esisteva di nuovo, ed era garantita dal senso della storia, quale era compreso e indicato dal<em> partito.</em> Si è dimenticato che il comunismo intende solo gestire, in modo comunitario e a livello planetario, la conoscenza dei limiti della condizione umana, della sua materiale <em>particolarità.</em> </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">3. Fra anni Venti e anni Sessanta il comunismo è diventato valore assoluto, </span>tanto più astratto e irreale quanto più distante dalla realtà della sua presunta attualizzazione nei diversi modelli "socialisti" di capitalismo di stato. Il comunismo è stato in questo periodo l'utopia di milioni di militanti e la "falsa coscienza" di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all'interno e imperialisti all'esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo, travolgendo non solo la realtà, ma il valore concettuale del termine. Il comunismo è stato sentito come una retorica. E la parola "comunismo" è diventata impronunciabile, come la parola "amore" dopo le <em>Telenovelas.</em> Ma la crisi del comunismo ha coinciso di fatto con quella di ogni valore possibile. La fine del comunismo ha comportato l'annientamento di ogni futuro e l'idea di un eterno presente da cui sarebbe impossibile e assurdo, perché controproducente, cercare di uscire. Non solo è venuto meno l'assoluto o l'universale; è tramontata anche qualsiasi prospettiva capace di unire le particolarità, di superare la mera volontà di potenza e l'egoismo disfrenato dei singoli e di dare senso alla vita. La caduta di ogni alternativa ha posto l'uomo di fronte alla nuda realtà del capitale, alla sua sostanziale amoralità e indifferenza etica. Il neoliberalismo, che mira a distruggere, in nome del mercato, tutte le solidarietà sociali e, con esse, qualsiasi entità collettiva e comunitaria (dallo Stato alla famiglia, dalla scuola pubblica alla vita di paese o di quartiere), è l'ideologia del postcomunismo. Ma essa non può neppure spiegare ai giovani perché non si debbono gettare i sassi dal cavalcavia. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">4. Alla fine del Novecento siano tornati dunque</span> alla stessa situazione dell'inizio del secolo, con in più la coscienza dei terribili errori commessi. Di nuovo il problema è: come fondare, dopo la caduta dell'assoluto e dell’universale, valori laici e relativi e tuttavia capaci di unificare il genere umano? Come dare senso e significato alla vita? La religione cattolica - che ha così larga presa sui giovani in Italia e in Francia -, ma anche le varie sette religiose e l'enorme diffusione del pensiero magico in tutto l'Occidente (dai predicatori televisivi americani ai maghi e agli indovini di paese in Italia) costituiscono una risposta all'essenza di significati dilagata nell'epoca del postcomunismo. Ma ripristinando assolutezze dogmatiche e irrazionalismi alimentari dallo stesso carattere magico e allucinatorio della società dello spettacolo e della televisione. Non si può dare senso alla vita se non ricostituendone una prospettiva di futuro e di trasformazione; se non ritornando a riflettere sulle ragioni prime dei valori, sul loro carattere pragmatico, parziale e caduco ma necessario, sul riferimento che essi comunque postulano all'unità del genere umano - e sulla distanza attuale (moderna e postmoderna) fra termini e cose, fra linguaggio e realtà, che esige di tornare alle origini stesse delle parole, da "amore" a "comunismo". la prima rivoluzione, qui in Occidente, o sarà culturale, o non sarà. Comunismo ha la stessa etimologia di "comunità" o di "comune". Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dai libri, neppure da quelli della tradizione del marxismo, ma dalle radici: quelle delle parole e quelle dell'essere in quanto essere sociale. Forse solo così è possibile rispondere alla domanda "Che cos'è il comunismo?" . </span></h2>
<p>.</p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;color:#ea0000;">II <em>ESSERE COMUNISTI</em></span></h2>
<p>.<span style="color:#ea0000;"><br />
</span></p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">1. Essere comunisti significa che esiste un'unica ontologia:</span> quella dell'essere sociale. Non ci si salva da soli; l'essere umano o è sociale o non è. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">2. Il comunismo è la risposta a un bisogno di significato</span> che sia capace di unire e non dividere gli uomini. Il comunismo è dunque un valore, prima (assai prima) di essere un programma politico o economico. Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">3. Il comunismo è un valore;</span> come tale, non è dimostrabile. Scegliere il comunismo non è scegliere una certezza, ma una possibilità. Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo un'ipotesi razionale (l'ontologia dell'essere sociale) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide). </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">4. Il comunismo è consapevole dei limiti della specie umana</span> nell'universo, dei limiti di ogni valore e dunque anche di se stesso. Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, sappiamo tuttavia cosa è il meglio. In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">5. Il comunismo non si identifica oggi nel progetto </span>di una organizzazione sociale ed economica. Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Il comunismo è un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. E' tutto ciò che si muove per abolire lo stato presente delle cose (Marx). La lotta per il comunismo è il comunismo. "Essere comunisti significa essere in cammino" (Fortini). </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">6. Essere comunisti significa credere che l'eguaglianza e la fratellanza </span>degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell'umanità. Ciò comporta l'esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria, nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. Essere comunisti significa assumere una prospettiva planetaria riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l'uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell'Occidente è solo un provinciale che collabora a un sopruso. Essere comunisti significa che non devono esserci più <em>albanesi. </em>Finche ci sarà un albanese (o un extracomunitario da respingere alle frontiere), ci sarà un comunista perché ci sarà bisogno di comunismo. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">7. Essere <em>comunisti in Occidente </em>significa sapere che,</span> anche in Occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. Essere comunisti significa perciò <em>respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all'affondamento degli albanesi.</em></span></h2>
<p>.</p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;color:#ea0000;">III <em>Il COMUNISMO OGGI</em></span></h2>
<p>.</p>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">1. Il capitalismo celebra vittorioso la fine del secolo e del millennio.</span> Non ha più ostacoli ne frontiere. E tuttavia fra i funzionari del capitale non c'è entusiasmo (come c'era per esempio, alla fine dell'Ottocento), ma malinconia, tristezza, assenza di prospettive ideali. Quando esisteva il nemico al di là della cortina di ferro, il capitalismo si autogiustificava con una serie di valori (non importa se strumentali) di cui oggi non ha più bisogno. Oggi, ridotto a una trama di nudi interessi, ha un unico valore che però non solo rende lecito ogni disvalore, ma lo fonda: il mercato, l'interesse dei singoli o dei piccoli gruppi di concorrenza reciproca. Di qui il trionfo incontrastato dell'ideologia liberista, ma senza più le illusioni e le prospettive ottimistiche di Adam Smith: è sotto gli occhi di tutti, ormai, che l'egoismo privato (o di piccoli gruppi o anche di alcune nazioni) non produce affatto il benessere generalizzato di tutti. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">2. In tale situazione il vero punto debole del capitalismo</span> è la sua assoluta mancanza di legittimazione. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola "comunità" o "società" può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo e pubblico. Non può dare risposta all'essere in quanto essere sociale. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;"><span style="color:#ea0000;">3. Qualsiasi identità si sta scolorando e perdendo:</span> quella delle nazioni, delle classi, delle culture.Ogni comunità si spappola. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed eguale degli individui; al posto dei luoghi, i non-luoghi dove tutti s'incontrano e nessuno si conosce; al posto dell'esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l'obbedienza "spontanea" e immateriale al comando televisivo e massmediologico. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In questa situazione rinascono i fondamentalismi, le sette, la valorizzazione delle etnie, delle tribù e dei localismi spesso ricreati artificialmente: la ricerca di un'identità nel passato dato che non è più possibile sperarla nel futuro. </span></h2>
<h2>.</h2>
<h2><span style="font-size:12pt;font-family:Arial;color:#ea0000;">4. Riproporre la prospettiva del comunismo significa attaccare il capitale là dove rivela il massimo di debolezza: la sua incapacità di autolegittimazione, il suo sostanziale nichilismo; significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l'insignificanza. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell'umanità. Certo, ogni specie - anche quella umana - può estinguersi. Il comunismo non è dunque inevitabile. Ma, se il bisogno di senso qualifica la vita dell'uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla. </span></h2>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family:Arial;"><!--[if !supportEmptyParas]--><!--[endif]--></span></p>
<p><strong>.</strong></p>
<p>fonte:<a href="http://www.leculture.net/Luperini.htm">http://www.leculture.net/Luperini.htm</a></p>
<p>...</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Avant Pop, le canzoni del '68: la colonna sonora è militante]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2507</link>
<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 13:33:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Nuovi libri e cd in uscita aiutano a rimettere i ricordi di quella stagione nella giusta prospettiv]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1><img src="http://images.ciao.com/iit/images/products/normal/404/product-1024404.jpg" alt="http://images.ciao.com/iit/images/products/normal/404/product-1024404.jpg" /></h1>
<h1><span style="color:#ea0000;">Nuovi lib</span><span style="color:#ea0000;">ri e cd in uscita aiutano a rimettere i ricordi di quella stagione nella giusta prospettiva. Una chitarra per "strofe incendiarie": "Contessa", "Che"...</span></h1>
<p>.</p>
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli/este_27091353_14140.jpg" alt="&#60;B&#62;Avant Pop, le canzoni del '68&#60;br&#62;la colonna sonora è militante&#60;/B&#62;" width="230" /><!-- fine FOTO1 --></div>
<p><!-- inizio TESTO --> <!-- inizio FIRMA --><strong><span class="txt12"><em><span style="color:#666699;">di </span><span style="color:#ea0000;">EDMONDO BERSELLI</span></em></span></strong></p>
<p><!-- fine FIRMA -->.<br />
<span style="color:#ea0000;"><strong>Prima di dire che il Sessantotto</strong></span> è stato un'esplosione di libertà e creatività, di immaginazione e fantasia, di questo e di quello, e che la società a quel tempo si diede una mossa, e che nacquero fermenti e si svilupparono tendenze, bisogna fare mente locale e controllare a puntino i documenti. Tecnica di San Tommaso, metterci il dito. Quindi si può prendere con una certa fiducia il libro di Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti, Avant Pop '68, titolo difficile da pronunciare davanti a qualsiasi libraio, che sta per uscire in questi giorni per la Rizzoli Bur, con il sottotitolo fortunatamente più evocativo che recita <a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&#38;cont_id=19666"><span style="text-decoration:underline;">Canzoni indimenticabili di un anno che non è mai finito</span></a>.</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>La fiducia deriva dal fatto </strong></span>che la coppia di autori composta da Bertoncelli e Zanetti è un marchio di fabbrica eccellente: basta non lasciarsi fuorviare dal vecchio ricordo di Bertoncelli motteggiato ai tempi dei tempi da Francesco Guccini (per ritorsione dopo una recensione ispida) in una delle strofe dell'Avvelenata ("tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate"), e considerarne soltanto la lunga carriera di critico, collezionista e musicofilo; e poi avere presente per benino la vicenda di agitprop culturale di Zanetti, animatore della rivista online Rockol (<a href="http://www. rockol. it">www. rockol. it</a>), ma soprattutto inventore di iniziative pazzesche come le canzoni di Battisti-Panella eseguite in una bellissima forma oratoriale, e come il concerto battistiano per le 172 bande che in tutta Italia eseguirono contemporaneamente La canzone del sole, a sette anni giusti dalla scomparsa del "maestro solitario".</p>
<p><!--inserto--></p>
<p><!--/inserto--><span style="color:#ea0000;"><strong>È sufficiente quindi aprire</strong></span> il libro di Bertoncelli e Zanetti per accorgersi che per parlare decorosamente delle canzoni del Sessantotto, e magari degli "anni Sessantotto" (come cita Anna Bravo nel suo recentissimo e serissimo saggio laterziano sulla cultura dell'anno fatale, A colpi di cuore), occorre in primo luogo spogliarsi dei pregiudizi e di un'intera fila di luoghi comuni. Almeno per quanto riguarda le canzoni popolari, infatti, il Sessantotto ci ha messo molto tempo a ingranare. Se si scorrono le classifiche della hit parade di allora, si deve prendere nota di un elenco che comincia con Affida una lacrima al vento di Salvatore Adamo, il languoroso italo-belga emigrato nel 1947 da Comiso di Ragusa, e di cui si favoleggiò a lungo sui rotocalchi un flirt presunto con Paola Ruffo di Calabria, alias Paola di Liegi, cioè la bionda e affascinante cognata di Baldovino e attuale regina. Lui le dedicò una canzone, Dolce Paola, in cui dopo qualche apprezzamento alla sua dimensione regale ("mi offrì il suo sguardo... nella sua maestà"), le rivolgeva apprezzamenti dal lato ornitologico (rivelando che in lei "ho visto in verità una colomba fragile"). Vola colomba, insomma, parole d'antan. E difatti il Sessantotto ci mette un po' a farsi sentire. Le top ten sono tutto un tripudio di Fausto Leali, con il dramma da zio Tom di Angeli negri, "Pittore, ti voglio parlare, mentre dipingi un altare", e giù a scendere con i Camaleonti, Mino Reitano che aveva un cuore che ti amava tanto, Adriano Celentano, Don Backy che aveva litigato con Celentano, Marisa Sannia, Gianni Morandi, Maurizio ex New Dada (quello di Cinque minuti e poi, con l'aereo che si porta via per sempre la ragazza e lui quasi piange, praticamente singhiozza, esulcerato com'è per la perdita della morosa, e piange comunque molto meglio e con più credibilità che non nella tarda versione di Claudio Baglioni).</p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>E poi Sylvie Vartan, Dalida,</strong></span> Dino, Franco IV e Franco I che scrivevano "t'amo sulla sabbia", Giuliano e i Notturni, la bambola di Patty Pravo, l'angelo blu dell'Equipe 84, "che se fischio torna giù", e tutti gli altri, famosi e dimenticati, italiani e stranieri, i Pooh di Piccola Katy (che pure risale alla fine dell'anno precedente) e gli Iron Butterfly dell'irripetibile In-A-Gadda-Da-Vida. Fino a Vengo anch'io, di Enzo Jannacci, che forse contende ad Azzurro il titolo di inno nazionale del Sessantotto all'italiana.<br />
Il merito di Bertoncelli e Zanetti è di avere preferito la documentazione, anche quando è un pochino paranoica, alla teoria astratta. Bertoncelli si è occupato della natura più o meno politica della musica di allora: e allora è il caso di aggiungere che al volume è allegato un cd che documenta "l'"altra" canzone di quel periodo, quella dei circoli operai, delle sezioni, delle prime manifestazioni, quella diffusa principalmente per via orale con rari sbocchi e riscontri discografici" (il disco, prodotto da Ala Bianca di Toni Verona, comprende fra gli altri brani di Giovanna Marini, Sergio Liberovici, Fausto Amodei, tratti dal repertorio dei Dischi del Sole, un giacimento culturale depositato nell'archivio sonoro dell'Istituto Ernesto De Martino).<br />
<span style="color:#ea0000;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p><!-- do nothing --><span style="color:#ea0000;"><strong> Ma sarebbe un fraintendimento</strong></span> limitare la musica del Sessantotto a quell'insieme di canzoni o inni che vanno da Contessa di Paolo Pietrangeli a Hasta siempre! (Comandante Che Guevara) di Carlos Puebla. E difatti per riequilibrare l'operazione c'è la minuziosa ricostruzione di Zanetti, tutta dedicata alla più spudorata canzone commerciale, e soprattutto una formidabile enciclopedia di 68 canzoni più una: quest'ultima, vedi caso, è Quarantaquattro gatti, inno nazionale degli infanti d'Italia, "l'unica vera canzone di protesta del 1968 che abbia avuto davvero un successo duraturo", con il suo resoconto di un'assemblea di rivendicazione di "diritti felini". Per la cronaca, la canzone, scritta dal musicista modenese Pippo Casarini, venne presentata allo Zecchino d'oro dalla udinese-goriziana Barbara Ferigo, quattro anni e mezzo, e superò altre canzoni epocali, Il torero Camomillo e Il valzer del moscerino, eseguita dalla precocissima star Cristina D'Avena (come si vede erano tempi in cui la musica per bambini non scherzava, se è vero che pochi mesi dopo fu addirittura Mina a interpretare Quarantaquattro gatti in un duetto con il pupazzo Provolino). Ecco, se si vuole sapere come sono nate quelle canzoni che fanno parte di un frammento mitologizzato di storia patria, vale la pena di leggere, golosamente, tutte le curiosità citate in questo sublime repertorio. Maniacali annotazioni, frutto di archivi fantastici, che raccontano tutte le cover, i titoli, le versioni, le date, i precedenti, e segnalano tutte le curiosità, sottolineano tutto ciò che si sa e si credeva di sapere sui Rokes, su Jimmy Fontana, su De Andrè, sui Moody Blues, ma sempre aggiungendo con insolenza filologica un particolare sconosciuto, un indizio in più, un elemento che era sfuggito finora. Si possono così trovare "voci" deliranti come la seguente, ripresa da documenti d'epoca (l'Enciclopedia dei cantanti e delle canzoni di Tullio Barbato, De Vecchi Editore, 1969): "Capellone barbuto dell'ultima leva, che ha da poco abbracciato l'attività di cantante in senso professionale, ottenendo buoni risultati con vari complessi e incidendo il suo primo disco con la Jolly. Pieno di belle speranze, è convinto di percorrere molta strada con i suoi stivaletti. Dicono che lo meriterebbe. Il suo genere è il folk". Per chi non l'avesse riconosciuto, si parla di Franco Battiato, segnalato anche come esecutore della versione italiana di Rain and Tears degli Aphrodites Child. Che dire? In effetti se n'è fatta di strada, dal Sessantotto a La cura, stivaletti o no.</p>
<p><!-- do nothing --><!-- fine TESTO --><br />
<span style="color:#666699;"><strong>(<em><!-- inizio DATA -->27 aprile 2008<!-- fine DATA --></em>) </strong></span></p>
<p>fonte:<a href="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli.html">http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli/canzoni-ribelli.html</a></p>
<p>...</p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[Lettera aperta ad Ernesto Che Guevara]]></title>
<link>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2434</link>
<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 19:09:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>solleviamoci</dc:creator>
<guid>http://solleviamoci.wordpress.com/?p=2434</guid>
<description><![CDATA[A tutti voi, compagni delusi. Che questa lettera possa essere lo spunto per una profonda riflessione]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color:#666699;"><strong>A tutti voi, compagni delusi. Che questa lettera possa essere lo spunto per una profonda riflessione ed una sana autocritica.</strong></span></p>
<p>.</p>
<p><span style="font-weight:bold;">di<span style="color:#ea0000;"> Frei Betto</span></span></p>
<p><img style="float:left;cursor:pointer;width:170px;height:133px;margin:0 10px 10px 0;" src="http://bp1.blogger.com/_7vyWcPBov-8/RwsLE8e1krI/AAAAAAAAApk/mrG1VPrd224/s320/che-guevara-2.jpg" border="0" alt="" /></p>
<p><span style="color:#ea0000;"><strong>Caro Che,</strong></span><br />
sono già passati quarant’anni da quando la CIA ti ha assassinato nella giungla boliviana, l’8 ottobre del 1967. Allora avevi 39 anni. I tuoi assassini pensavano che sparandoti addosso, dopo averti catturato vivo, avrebbero cancellato la tua memoria. Non sapevano, che al contrario di quello che capita agli egoisti, gli altruisti non muoiono mai. I sogni libertari non rimangono chiusi in gabbia come uccelli domestici. La stella del tuo basco ora brilla più forte, la forza dei tuoi occhi guida generazioni per le vie della giustizia, il tuo aspetto sereno e fermo ispira fiducia a chi combatte per la libertà. Il tuo spirito supera le frontiere dell’Argentina, di Cuba e della Bolivia, come una fiamma ardente avvolge ancora oggi il cuore di molti rivoluzionari.</p>
<p>In questi quarant’anni ci sono stati cambiamenti radicali. E’ caduto il muro di Berlino, ed ha sepolto il socialismo europeo. Molti di noi capiscono solo ora il tuo osar segnalare, nel 1962 in Algeria, le crepe nelle mura del Cremlino, che ci sembravano così solide.</p>
<p>La storia è un fiume rapido che non vuole ostacoli. Il socialismo europeo ha cercato di fermare le acque di quel fiume con il burocraticismo, l’autoritarismo, l’incapacità di portare nella vita quotidiana lo sviluppo tecnologico derivato dalla corsa allo spazio, e soprattutto, si era rivestito di una razionalità economicistache non affondava le sue radici nell’educazione soggettiva dei soggetti storici: i lavoratori.</p>
<p>Chissà se la storia del socialismo non sarebbe stata diversa se avessimo ascoltato le tue parole:</p>
<p>“A volte lo Stato si sbaglia. Quando capita uno di questi equivoci si percepisce una diminuzione dell’entusiasmo collettivo, dovuto ad una riduzione quantitativa di ciascuno degli elementiche lo formano, ed il lavoro si paralizza fino a diventare di volume insignificante: è il momento di rettificare”.</p>
<p>Che, moli dei tuoi dubbi si sono confermati nel corso di questi anni ed hanno contribuito alla sconfitta dei nostri movimenti di