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	<title>scrivo-anchio &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "scrivo-anchio"</description>
	<pubDate>Sat, 06 Sep 2008 20:15:40 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Scrivo anch'io! - Errori e orrori: "The Big Bang Theory" e il doppiaggio italiano]]></title>
<link>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=13003</link>
<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 13:40:20 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi), v]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="../category/articoli/category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/"><img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2008/01/scrivoanchio1.jpg" alt="Scrivo anch’io!" align="left" /></a>Per lo spazio <strong>“Scrivo anch’io!”</strong> (<a href="../category/articoli/category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/">leggete qui</a> tutte le istruzioni per partecipare anche voi), vi propongo oggi un pezzo scritto da <strong>Marta</strong>, che in vista della sua tesi di laurea incentrata sul fenomeno del Fansubbing, ha curato una dettagliata ed interessante analisi del non eccelso doppiaggio italiano della nuova sit-com <strong>The Big Bang Theory</strong>, trasmessa in anteprima pay su Steel e prossimamente in arrivo su Italia 1.</p>
<h5 style="text-align:center;">Errori e orrori: "The Big Bang Theory" e il doppiaggio italiano</h5>
<p><!--[if gte mso 9]&#62; Normal   0         14         false   false   false      IT   X-NONE   X-NONE &#60;![endif]--><!--[if gte mso 9]&#62; &#60;![endif]--><!--  --><!--[if gte mso 10]&#62; &#60;!   /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-priority:99; 	mso-style-qformat:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin-top:0cm; 	mso-para-margin-right:0cm; 	mso-para-margin-bottom:10.0pt; 	mso-para-margin-left:0cm; 	line-height:115%; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:11.0pt; 	font-family:"Calibri","sans-serif"; 	mso-ascii-font-family:Calibri; 	mso-ascii-theme-font:minor-latin; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-theme-font:minor-fareast; 	mso-hansi-font-family:Calibri; 	mso-hansi-theme-font:minor-latin;} --> <!--[endif]--></p>
<p>Che il doppiaggio italiano sia uno dei migliori (se non il migliore) al mondo è ormai risaputo e da anni è motivo di vanto per gli abitanti del bel Paese. Quello di cui non tutti si sono resi conto è che la qualità, per lo meno riguardante il doppiaggio dei telefilm, è calata, negli ultimi anni, in maniera inversamente proporzionale all'aumentare delle serie americane e inglesi importate. Troppo lavoro? Troppo poco tempo? Troppa concorrenza? Può darsi.<img class="alignright size-full wp-image-13005" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/07/bigbangtheory.jpg" alt="" width="216" height="196" /><br />
Rimane il fatto che noi utenti, sempre più spesso, ci accorgiamo di madornali sviste e/o veri e propri errori di traduzione che ci lasciano quantomeno perplessi. Com'e' possibile, vi chiederete? E' possibile perchè sempre più gente ormai vede i telefilm in lingua originale. E quando, poi, in un secondo momento li vede in italiano coglie, a seconda del proprio livello di conoscenza della lingua straniera, tante sfumature e incoerenze e scelte incomprensibili ed inspiegabili che di certo non lo invogliano nel proseguimento della visione.<br />
Ecco spiegarsi il flop di Heroes in italiano, dove un doppiaggio piatto e una traduzione barbara (porto solo l'esempio di Mister Babbani che ha lasciato sotto shock l'intera comunità di fan, che amassero o meno Harry Potter) hanno fatto desistere migliaia di giovani che, avendolo già visto in inglese, avrebbero voluto rinfrescarsi la memoria vedendolo doppiato nella propria lingua madre.<br />
Ma le barbarie di traduzione e adattamento più spietate che la storia del doppiaggio italiano ricordi sono sicuramente quelle perpretrate sulle sit-com, le serie comedy e tutto ciò che in inglese dovrebbe far ridere. In italiano, dai tempi di Friends, più nessuna serie comica americana ha avuto successo e fatto veramente ridere come l'originale. Mentre, invece, le serie crime, mistery, i procedurali ecc riescono a mantenere, nella trasposizione, un certo livello e ad essere amate anche in italiano (vedi gli esempi di Law&#38;Order e i vari spin-off, CSI, NCIS, Criminal Minds ecc), le comedy non hanno lo stesso destino.<!--more--><br />
Senza inoltrarmi nell'analisi di serie famosissime in America e che in Italia non guarda nessuno perchè non fanno più ridere (vedi How I met your mother o Two and a half men), vorrei soffermarmi sull'analisi della serie, famosissima ed apprezzatissima in America e in tutto il mondo (in lingua originale) che è da poco sbarcata in Italia con un doppiaggio, ad avviso mio e di tutti i fan, disastroso: <strong>The Big Bang Theory</strong>.</p>
<p>La serie, presentata come anteprima al Roma Fiction Fest (ma di cui, in realtà, sono già state mandate in onda 4 puntate in italiano), ha debuttato in America nel settembre 2007, riscuotendo immediatamente un enorme consenso di pubblico.<br />
The Big Bang Theory, però, non è una serie adatta a tutti. E' una serie che piace e fa ridere un certo tipo di persone, quelle persone che capiscono le cose che vengono dette, che sanno contestualizzarle e che sanno sorridere di una data caratteristica umana: l'essere <strong>nerd</strong>.<br />
La serie, quindi, ha un target ben preciso: i giovani (e non più tanto giovani) nerd, cultori delle scienze, dei videogiochi e della fantascienza. La serie ci mostra 4 giovani geni, la loro vita e le loro difficoltà relazionali con gli altri e, soprattutto, con l'altro sesso.</p>
<p>Guardando la versione doppiata in italiano, la prima cosa che salta agli occhi è che quasi tutti i riferimenti nerd sono stati eliminati e sostituiti da altri tipi di riferimenti o dialoghi. La cosa è decisamente grave se si pensa che buona parte dell'ironia del telefilm è basata su quello.<br />
Non solo. I protagonisti, nella versione originale, sono caratterizzati da un linguaggio tipico personale con cui si distinguono e si impongono al pubblico che adora citarli e riprenderli, sicuri di avere un effetto comico. Anche di questo, in italiano, nessuna traccia. La caratterizzazione linguistica si perde, così come si perdono i riferimenti nerd, così come si perde spesso il senso di quanto si stia dicendo.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-13006" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/07/bigbangtheory1.jpg" alt="" width="370" height="257" /></p>
<p>Passo a fare una serie di esempi per argomentare quanto sopra. Nell'episodio 1 conosciamo i personaggi. Leonard, Sheldon e Penny sono i primi che incontriamo; successivamente Howard e Rajesh.</p>
<p>Il telefilm si apre in una banca del seme per supergeni alla quale Leonard e Sheldon si sono recati per fare una donazione in cambio di soldi per aumentare la banda internet.</p>
<p><em>Sheldon: Leonard, I don't think I can do this.<br />
Leonard: What, are you kidding? You're a semi-pro.<br />
Sheldon: No, we are committing genetic fraud. There's no garantee that our sperm's going to generate high-IQ offspring, think about that. I have a sister with the same basic DNA mix that hosts at Fuddruckers.</em></p>
<p>In italiano la scena è diventata:</p>
<p><em>Sheldon: Leonard, io non posso farlo.<br />
Leonard: Scherzi? Sei un semi-donatore, ormai. (sicuri che sia donatore?)<br />
Sheldon: No, questa è frode genetica vera e propria. Che garanzia c'è che dal nostro seme venga generata prole superintelligente. Mia sorella disse le prime parole a sei anni e fece la stessa classe 5 volte.</em></p>
<p>Vorrei soffermarmi un attimo sull'adattamento dell'ultima frase di Sheldon. Fuddruckers è una catena di Fast Food ignota in Italia ma il problema non si porrebbe, perchè potrebbe essere sostituita da un banalissimo McDonalds o Burger King. Inoltre Sheldon ha una sorella gemella, quindi fare riferimento allo stesso DNA non mi sembra avrebbe procurato grossi problemi. Invece che tradurre, quindi, letteralmente, ed ottenere una battuta divertente e tipicamente di Sheldon, si è deciso di inventare un giro di parole assurdo e, a mio avviso, anche improbabile. Infatti, che una bambina inizi a parlare a 6 anni può anche starci, ma che ripeta una classe 5 volte, in Italia, mi sembra altamente improbabile. E, in effetti, chiunque senta questo dialogo (senza sapere come fosse in inglese) rimane un attimo allibito perchè non se ne capisce il senso.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: Well, what do you wanna do?<br />
Sheldon: I want to leave. What's the protocol for leaving?<br />
Leonard: I don't know, I've never reneged on a proffer of sperm before.</em></p>
<p><em>Leonard: Allora? Cosa vuoi fare?<br />
Sheldon: Tutto tranne quello. (quello cosa?!?!?!) Come ci si ritira?<br />
Leonard: Non lo so, è la prima volta che il mio seme non finisce sul copriletto.</em></p>
<p>La scelta di introdurre una frase del genere è, a mio parere, completamente fuoriluogo perchè, non solo Leonard non dice niente di simile, ma anche perchè Leonard in tutto il telefilm non ha mai rasentato la volgarità, non vedo perchè dovrebbe farlo in italiano.</p>
<p><em>Sheldon: You want to hear an interesting thing about stairs?<br />
Leonard: Not really.<br />
Sheldon: If the height of a single step is off by as little as two millimeters, most people would trip.<br />
Leonard: I don't care.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Sheldon: So una cosa sulle scale, la vuoi sapere?<br />
Leonard: Non tormentarmi.<br />
Sheldon: Abbassando l'altezza dei gradini di soli due millimetri, le persone inciamperebbero.<br />
Leonard: Mi stai tormentando.</em></p>
<p>Perchè "Not Really" e "I don't care" sono stati tradotti con "Non tormentarmi"? Tra l'altro non c'è nemmeno il bisogno di adeguarsi al labiale in quanto il personaggio una volta è di spalle e l'altra è inquadrato di profilo...</p>
<p><em>Leonard: New neighbor?<br />
Sheldon: Evidently.<br />
Leonard: Significant improvement over the old neighbor.<br />
Sheldon: 200-pound transvestite with a skin condition? </em><em>Yes, she is.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: Prima non c'era.<br />
Sheldon: No, mai vista.<br />
Leonard: La vicina che c'era prima l'hanno rottamata?<br />
Sheldon: Se accettano trans di 100 kg con la cellulite sulle guance...</em></p>
<p>A parte che non condivido l'adattamento in toto, la scelta di inserire la parola "rottamata" per dargli quel tocco di italianità è senz'altro un'idea tremenda. Di scelte simili ne troveremo anche successivamente quando la domanda: lavori? viene tradotta come: Fai la badante per mantenerti? Non ci sono parole...</p>
<p><em>Leonard: I think we should be good neighbors and invite her over, make her feel welcome.<br />
Sheldon: We never invited Louie-slash-Louise over.<br />
Leonard: And that was wrong of us. We need to widen our circle.<br />
Sheldon: I have a very wide circle. I have 212 friends on MySpace.<br />
Leonard: Yes, and you've never met one of them.<br />
Sheldon: That's the beauty of it.<br />
Leonard: I'm gonna invite her over. We'll have a nice meal and... chat.<br />
Sheldon: Chat? We don't chat. At least not offline.<br />
Leonard: It's not difficult. You just listen to what she says and then you say something appropriate in response.<br />
Sheldon: To what end?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: Dobbiamo essere dei bravi vicini, farla sentire a suo agio a casa nostra.<br />
Sheldon: Non invitavamo mai il pachiderma che abitava lì prima.<br />
Leonard: Infatti è stato un grosso errore, dobbiamo fare delle nuove amicizie.<br />
Sheldon: Ti pregherei di guardare più in là del tuo pianerottolo. Io ho gia' 210 amici nel mio sito.<br />
Leonard: Peccato tu non ne abbia mai incontrato uno.<br />
Sheldon: Io direi che questa è la parte migliore.<br />
Leonard: Beh, io invece la voglio invitare. Per mangiare e... per parlare.<br />
Sheldon: Per parlare? E dire: ciao, come va, bene, ciao?<br />
Leonard: Non arrenderti alle prime difficoltà, in fondo, per lei siamo due sconosciuti che hanno l'arduo compito di metterla a suo agio.<br />
Sheldon: Fino a che punto?</em></p>
<p>Ora, su questo pezzo vorrei soffermarmi un attimo. Innanzitutto, è doveroso mettere in luce due errori di traduzione abbastanza evidenti quali i 212 amici che diventano 210 e il "To what end?" che diventa "Fino a che punto?".<br />
Soprattutto riguardo l'ultimo, volendo considerare il primo una svista, terrei a sottolineare che questa traduzione, oltre che sbagliata, non coglie affatto quelle che sono le difficoltà relazionali dei due protagonisti, soprattutto Sheldon che non ha la minima comprensione delle convenzioni sociali.<br />
Inoltre, vorrei far notare come tutti i riferimenti nerd siano stati cancellati e sostituiti con strani adattamenti. Sheldon non farebbe mai un commento sull'aspetto fisico di una persona così offensivo (e infatti nell'originale non lo fa). Myspace è una community famosissima e non vedo perchè sottovalutare la comprensione di uno spettatore italiano banalizzando così la frase. Per non parlare del "we don't chat, at least not offline" addirittura trasformato in un: "Per parlare? E dire: ciao, come va, bene, ciao?"...<br />
Un telespettatore attento non ci metterà molto a capire cogliere la mancanza di idee nascosta dietro questa banale soluzione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: If you like boards, this is my board.<br />
Penny: Holy smokes.<br />
Sheldon: If by "holy smokes", you mean a derivative restatement of the kind of stuff you can find scribbled on the wall of any men's room at MIT, sure.</em></p>
<p><em>Leonard: Questa è la mia, ed è anche di qualità migliore.<br />
Penny: Proprio appassionati.<br />
Sheldon: Se questo è il tuo giudizio sintentico su quello che in genere si trova scribacchiato qua e là sulle lavagne delle stanze dei maschi al MIT, sì.</em></p>
<p>Mi sembra risaputo che men's room sia il bagno degli uomini, non le lavagne delle stanze dei maschi.</p>
<p><em>Sheldon: In the winter, that seat is close enough to the radiator to remain warm, and yet not so close as to cause perspiration.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Sheldon: D'inverno quel posto è così vicino al termosifone che staremo al calduccio ma se uno vuole sudare dovrà abbracciarlo.</em></p>
<p>Perchè questa scelta di cambiare la frase originale? Tra l'altro, come ho già detto prima, Sheldon in particolare utilizza un linguaggio molto peculiare che lo rendono divertente. Perchè modificare una frase divertente con un adattamento simile?</p>
<p><em>Leonard: This is nice, we don't have a lot of company over.<br />
Sheldon: That's not true. Koothrappali and Wolowitz come over all the time.<br />
Leonard: I know, but...<br />
Sheldon: Tuesday night, we played Klingon Boggle till 1:00 a.m.<br />
Leonard: Yeah, I remember.<br />
Sheldon: Don't say we don't have company.<br />
Leonard: Sorry.<br />
Sheldon: That has negative social implications.<br />
Leonard: I said I'm sorry!</em><em><br />
Penny: So... Klingon Boggle?<br />
Leonard: Yeah. It's like regular Boggle, but... in Klingon.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: E poi qui non è mai affollato, noi parliamo comodamente seduti.<br />
Sheldon: Non dire sciocchezze, Koothrappali e Wolowitz stanno qui giorno e notte.<br />
Leonard: Sì, lo so...<br />
Sheldon: L'altro ieri a Risiko non hai vinto una partita fino alle 3 del mattino.<br />
Leonard: Colpa di Messico e Cuba.<br />
Sheldon: Insomma, questa casa è sempre piena di persone.<br />
Leonard: Sì, lo so...<br />
Sheldon: Non sarà affollato ma di certo...<br />
Leonard: D'accordo, è come una stazione.<br />
Penny: Voi giocate anche a Scarabeo?<br />
Leonard: Ah, certo ma non siamo mai più di 450.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Anche in questo caso, la volontà di cancellare un riferimento nerd ha sconvolto completamente la struttura e il senso del discorso.<br />
Il "Klingon Boggle" è stato sostituito 2 volte con 2 giochi diversi, inventando qualcosa di inesistente nell'originale.<br />
Inoltre, mentre in inglese il povero Leonard continua a scusarsi per la "sconsideratezza" della sua affermazione, in italiano si ritrova addirittura ad affermare che casa loro è una specie di stazione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Penny: I'm a vegetarian. Except for fish. And the occasional steak. I love steak!<br />
Leonard: Do you have some sort of a job?<br />
Penny: I'm a waitress at The Cheesecake Factory.</em></p>
<p><em>Penny: Ah, sono del sagittario, ma questo ve l'ho già detto. Quello che non vi ho detto è che adoro le bistecche... buone!<br />
Leonard: Ti mantieni agli studi facendo la badante?<br />
Penny: No, faccio la cameriera alla fabbrica del Cheesecake</em>.</p>
<p>Vorrei proprio capire come mai è stata cambiata tutta la parte del "Sono vegetariana, tranne il pesce" e come si pretende che, in italiano, la frase adoro le bistecche faccia ridere escludendo la battuta precedente.<br />
Inoltre, come ho detto prima, il tradurre la domanda "Hai un lavoro?" con "Ti mantieni agli studi facendo la badante" non solo è scorretto (in quanto la parola badante in originale non c'è e in quanto non si è mai detto che Penny studi) ma introduce una connotazione del personaggio negativa che non esiste nell'originale.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Leonard: Should I say something? I feel like I should say something.<br />
Sheldon: You? No, you'll only make it worse.<br />
</em><em>Penny: You want to know the most pathetic part? Even though I hate his lying, cheating guts... </em><em>I still love him.</em></p>
<p><em>Leonard: Sento che dovrei dire qualcosa ma non so cosa, per Diana.<br />
Sheldon: Tu? Il rischio è troppo grosso.<br />
Penny: Ma quello che mi manda in pappa, è che mi mancano tutte le bugie che mi raccontava. Non riesco a dimenticarmi di lui.</em></p>
<p>Pur volendo sorvolare sull'adattamento che, in fondo, non distorce granchè il senso, non capisco quale necessità ci fosse di utilizzare la frase "Ma quello che mi manda in pappa" che è tremenda e decisamente troppo colloquiale per il contesto e da dove salti fuori il "per Diana". Si continuano a mettere in bocca ai personaggi parole non dette, sensi non dati, volgarità o sproloqui non presenti.</p>
<p><em>Penny: On top of everything else, I'm all gross from moving and my stupid shower doesn't even work.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Penny: Inoltre ho appena traslocato, puzzo come un cinghiale e la mia doccia si è rotta.</em></p>
<p>Di nuovo linguaggio colorito totalmente estraneo alla serie.</p>
<p>Non volevo dilungarmi così tanto ma mi sono lasciata prendere la mano. Sono arrivata solo al minuto 12 e ho comunque preso solo gli esempi che mi sembravano più eclatanti.</p>
<p>Vorrei terminare la carrellata con l'ultimo minuto della prima puntata che offre altri due esempi molto interessanti.<br />
Penny convince Leonard e Sheldon a farle un favore, loro escono e la lasciano sola in casa con Howard e Rajesh. Un'intera scena in cui Howard le mostra il suo personaggio di un gioco di ruolo e le fa discorsi con linguaggio tipico del genere viene completamente cambiata.<br />
Successivamente, Sheldon e Leonard rientrano, in mutande.</p>
<p><em>Penny: Why don't you put some clothes on, I'll get my purse, and dinner is on me, okay?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Penny: Andate a mettervi qualcosa addosso, si cena da me stasera, d'accordo</em>?</p>
<p>Evidente e lampante l'errore di traduzione. Se anche si volesse accettare l'idea di una svista, come si giustifica questa frase con la scena successiva in cui sono tutti in macchina che vanno a mangiare fuori?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Sheldon: We can't have Thai food, we had Indian for lunch.<br />
Penny: So?<br />
Sheldon: They're both curry-based cuisines.<br />
Penny: So?<br />
Sheldon: It would be gastronomically redundant.</em></p>
<p><em>Sheldon: Niente Thai, abbiamo mangiato indiano a pranzo.<br />
Penny: E allora?<br />
Sheldon: Il curry impazza da quelle parti.<br />
Penny: E allora?<br />
Sheldon: Troppo fa venire la currite.</em></p>
<p>Non so nemmeno come scrivere la parola currite dato che non esiste. Ma anche se esistesse, non vedo il motivo di usarla quando, una traduzione letterale, avrebbe fatto ridere (e non molto di più, proprio ridere in quanto la traduzione non è divertente) e si sarebbe attenuta con fedeltà alla già mensionata linea comica del linguaggio di Sheldon.</p>
<p>In conclusione, il doppiaggio della serie è un fallimento completo. Errori di traduzione, adattamenti selvaggi, annullamento delle due caratteristiche principali di comicità della sitcom.<br />
Gli esempi parlano da soli e, se avessi voluto, avrei potuto continuare. Ma mi fermo e pongo un interrogativo.<br />
Ho studiato traduzione, sono un'appassionata di telefilm e mi diletto nel fansubbing. Ma non ho studiato adattamento per il doppiaggio. Di conseguenza non mi pongo come mentore e censore perchè so che il doppiaggio comporta difficoltà diverse, legate ai tempi, al labiale, ecc.<br />
Quello che mi domando, però, è questo: Ha veramente senso doppiare una serie del genere in questo modo ottenendo questo risultato? Il mondo del fansubbing prende sempre più piede. Si è iniziato per la frenesia di vedere subito come andava a finire Lost e si è finiti per apprezzare le serie in lingua originale snobbando i mediocri prodotti doppiati. Tra l'altro, molti fan (me compresa) si sentono quasi offesi da doppiaggi fatti in questo modo. Sembra che un italiano non possa capire un dialogo in cui si citano Darth Vader, myspace e le chat room. Forse il target del telefilm non è stato ben capito, altrimenti dubito (e spero) che non si sarebbe seguito un simile approccio.<br />
Spero che qualcuno rifletterà su quanto sopra.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Scrivo anch'io! - Estate 2006, viaggio nei luoghi di "Roswell"]]></title>
<link>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=12908</link>
<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 06:28:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio</dc:creator>
<guid>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=12908</guid>
<description><![CDATA[ 

Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi)]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><em class="info"> </em></p>
<div class="snap_preview">
<p><a href="../category/articoli/category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/"><img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2008/01/scrivoanchio1.jpg" alt="Scrivo anch’io!" align="left" /></a>Per lo spazio <strong>“Scrivo anch’io!”</strong> (<a href="../category/articoli/category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/">leggete qui</a> tutte le istruzioni per partecipare anche voi), vi propongo oggi un pezzo scritto da <strong>Elisa</strong>, grande appassionata della serie <strong>Roswell </strong>con Shiri Appleby e Jason Behr (ed autrice di diverse fanfiction pubblicate negli ultimi anni sul mio sito web <a href="http://www.antoniogenna.net/roswell/roswell.htm" target="_blank">Roswell.it</a>), che ci offre un bel resoconto del viaggio compiuto due estati fa negli Stati Uniti, con particolare sosta nei luoghi del telefilm. La lettura è particolarmente consigliata ai fan della serie, ancora di recente replicata su MTV.</p>
<h5 style="text-align:center;">Estate 2006, viaggio nei luoghi di "Roswell"</h5>
<p><img class="size-full wp-image-12909 alignright" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/07/roswell1.jpg" alt="" width="185" height="286" />Avevo già visitato gli Stati Uniti in passato, con viaggi organizzati che mi avevano fatto conoscere la meravigliosa grandezza dei Parchi Nazionali dell'Ovest. Il Grand Canyon, il Bryce Canyon, la Monument Valley, Yosemite, Yellowstone. Avevo anche attraversato una parte del territorio del New Mexico, senza però addentrarmi nel cuore di quello Stato.<br />
Questa volta, però, non avrei ripercorso i sentieri dei nativi americani. Questa volta avrei ripercorso i sentieri dei miei amici alieni...</div>
<p>17 agosto 2006: Partenza per New York.<strong><br />
</strong>Non avevo mai avuto prima l'opportunità di girare la città così ho colto l'occasione e per quattro giorni ho camminato, camminato, camminato... E mi sono sentita un po' come Max e Tess, quando vi si erano recati per il summit. L'ultimo giorno sono salita con l'ascensore sull'Empire State Building (l'interno dell'ascensore non è esattamente come quello mostrato nella serie televisiva...): volevo vedere il mondo così come era apparso davanti agli occhi incantati di Max. Il mondo di cui lui era il re. A dispetto di Tess, che aveva subito tenuto a precisare che era sì il re, ma non di questo mondo. Errore, mia cara: Max è nostro, non tuo!!!<br />
Ho poi cercato, ma senza riuscirvi, di individuare l'area di TriBeCa dove ha avuto luogo il festival cui un paio di anni fa ha presenziato anche Jason. <strong>TriBeCa</strong>, situata nel Lower East Side di Manhattan, vicino SoHo, è una zona approssimativamente delineata da alcune vie (Broadway, Canal Street, Chambers Street e West Street), e l'acronimo sta per TRIangle BElow CAnal. Ma purtroppo non c'erano stelline ad indicare i punti in cui aveva sostato Jason...<br />
Il 21 agosto, alle sette di sera, sono poi salita sul primo della piccola serie di pullman della Greyhound con cui avrei attraversato la bellezza di sette Stati prima di arrivare nel New Mexico, nel primo pomeriggio del 23 agosto.<!--more--><br />
Il viaggio è stato molto lungo, e le numerose soste non sono riuscite ad evitare che all'arrivo a Roswell mi scoprissi due tronchi al posto delle gambe. Dalle ginocchia alle caviglie ero gonfia da far paura ma per fortuna non mi doleva nulla e dopo qualche giorno è tornato tutto a posto. Non oso pensare cosa sia successo alla povera Liz, che doveva arrivare fino in Vermont, quindi ancora più a nord di New York! O forse, grazie ai cambiamenti dovuti all'intervento di Max, a lei non è capitato niente...<br />
Comunque sia, all'arrivo alla prima stazione "di sosta", quando siamo scesi tutti per andare a sgranchirci le gambe (e correre al bagno prima che si formasse la fila!) mi è quasi venuto da ridere. Sembravamo proprio il gruppo di Skins all'arrivo a Roswell, con quelle facce incuriosite da tipico turista che si guarda intorno domandandosi dove caspita sia finito!...<br />
Quando alla fine sono arrivata nella microscopica stazione della Greyhound di Roswell ed ero in attesa di rientrare in possesso della mia valigia, si sono fatti avanti tre o quattro agenti di polizia che hanno ammanettato una giovane coppia mista (lei bianca e lui di colore), come me appena scesa dal pullman. Beh, come inizio del soggiorno non c'era male!</p>
<p>Roswell è molto estesa in lunghezza ma solo la parte centrale della Main Street e qualche breve tratto di strade laterali è dedicata al tema degli Ufo. Murales decorativi, sagome a forma di alieni sulle insegne dei negozi, pupazzi di gomma appesi all'esterno, vetrine allestite a tema, nomi suggestivi come "Cover Up Café", o "Not Of This World" indicano punti di ristoro, ma svariati sono i locali chiusi e l'impressione generale è che l'argomento Ufo non sia poi così vitale per il sostentamento della città (anche se il locale McDonald's ha l'aspetto di un'astronave e sui lampioni di un tratto della Main Street sono attaccati gli occhi neri dalla forma a mandorla tipicamente attribuiti agli alieni!). Il materiale in vendita non è molto appetibile, almeno per quel che mi riguarda: dai soggetti delle magliette ai gadgets, sono sicura che le creazioni di Amy DeLuca sarebbero state di gran lunga superiori!<br />
Il <strong>Museo Internazionale degli Ufo </strong>è suddiviso in varie parti: la sala principale, con all'estremità l'area attrezzata per gli incontri (palco, microfono e sedie), la biblioteca, il negozio di souvenirs. Un enorme pannello con la rappresentazione del mondo consente di evidenziare, grazie a lucine multicolori, tutti i punti di avvistamento ufo. Poi ci sono sezioni dove vengono descritti i misteri dei cerchi nel grano, i dettagli relativi alla copertura messa in atto dal governo statunitense nel 1947, foto di galassie ed altro materiale di vario genere, come l'allestimento della famosa "autopsia", reso possibile dall'attrezzatura donata al termine delle riprese del film su Roswell uscito alcuni anni fa; c'è addirittura un librone che raccoglie il nome dei militari del 509° stormo bombardieri (ma non ho trovato Hal Carver...)! In un corridoio c'è, fra le altre cose, una cornice con la pagina del Roswell Daily Record del 1947 ed un articolo del 1999 che parla delle riprese a Covina della serie televisiva: l'unico riferimento al nostro beneamato "Roswell"! Poi, in fondo alla sala della biblioteca, l'incredibile coincidenza: un grande murale della classe d'arte '99 della Roswell High School. Forse Michael Guerin non si era limitato a disegnare solo la cupola geodesica di Atherton...<br />
Era sabato quando sono tornata al museo per l'ultima volta, ed era decisamente più affollato. C'era pure una troupe televisiva, e l'intervistatore mi ha chiesto sussurrando con fare cospiratorio se fossi stata rapita. Avrei voluto rispondergli: "Sì, da Max Evans!", ma mi sono limitata a rispondergli con un sorriso significativo: "No, mai..." Mi sarebbe però piaciuto sapere cosa pensino realmente le persone che lavorano lì di tutte le storie sugli ufo in circolazione. Ci crederanno davvero? Chissà...<br />
E per concludere, un cartello su uno spiazzo di terreno più a nord, sempre sulla Main Street, indica la prossima nuova posizione del museo. Il che significa che sarà più vicino al New Mexico Military Institute. Non avevo idea che a Roswell esistesse una tale scuola, e certo non è mai stata nominata nella serie televisiva. Ma meglio così: poveri Max, Isabel e Michael, se davvero avessero anche dovuto muoversi in una città piena di militari, allievi ed insegnanti... Oddio, non è che ne abbia visti molti in giro, a parte quando facevano il loro percorso a passo di corsa lungo il marciapiedi oppure ginnastica sul prato dell'istituto, ma sarebbero pur sempre stati un'altra fonte di ansia!<br />
Non ho trovato tracce di osservatori astronomici, ma solo il <strong>planetario Goddard</strong>. Naturalmente chiuso, dato che è disponibile solo in momenti ben precisi, ed è dedicato a Robert H. Goddard che, coi suoi studi sul combustibile liquido per razzi, ha un posto d'onore nella storia della città. Tant'è che a lui deve il nome una delle scuole superiori, il cui simbolo è per l'appunto un razzo! La Roswell High School, invece, ha come simbolo il coyote... uff...<br />
Nei dintorni di Roswell ci sono davvero dei binari ferroviari, quindi quel riferimento è giusto ("Independence Day"), ma la città è in mezzo ad un'ampia distesa desertica quindi trovo un po' fuori posto l'inquadratura dall'alto in occasione del rientro di Liz e Maria dal loro incarico fuori sede ("Wipe Out")... E c'è solo un taxi, guidato da un ometto di nome Howard, che non poteva assentarsi un'intera giornata per portarmi a Carlsbad perché avrebbe significato lasciare la città senza quel tipo di mezzo di trasporto! Ad ogni modo, un microscopico bus pubblico esiste, ma sembra uno di quegli shuttle per l'aeroporto...<br />
Il <strong>Crash City Cafè </strong>è chiuso e da un mese è stato messo in vendita (secondo un simpatico quanto stravagante tizio, titolare di un negozio "a tema", è perché i proprietari hanno avuto un brutto incidente d'auto e, dato che non li ha più visti in giro, pensa che l'incidente sia stato molto grave). Il Crash Down Diner, invece, è chiuso da tre anni. Insomma, niente "Crash e qualcosa"...<br />
L'ultimo giorno, poi, ho del tutto casualmente scoperto la casa che avevo scelto come abitazione della "mia" versione della storia di Max e Liz consultando il sito di un'agenzia immobiliare di Roswell. Certo, da allora sono passati alcuni anni e gli alberi sono cresciuti nascondendola un po' alla vista, ma era lei, ed ha persino un parco davanti! Così, ora posso immaginare con dovizia di particolari il posto dove Max porta a giocare la sua nidiata di bambini...<br />
Ho fatto una piccola ricerca nelle "pagine bianche" di Roswell e ho trovato un "Bryan &#38; Luci Evans", al 410 Lea Ave S (a proposito di coincidenze...), ed un "Jeff Parker". Ma niente Guerin, DeLuca o Valenti, e nessun riferimento a Nancy, Diane e ai vari "figli" di Max e Liz... Ah, e niente KROZ: la sigla radiofonica più vicina a questa che abbia trovato è KCRX, e all'indirizzo indicato in elenco c'è tutt'altra cosa...<br />
Ah, una cosa molto importante da tenere a mente: nel New Mexico funzionano solo i cellulari locali. Anche col triband, infatti, la rete non copre i telefonini italiani! E c'è da stupirsi se un'astronave sia precipitata in quella zona?!?<br />
Prima di proseguire il viaggio alla volta della nuova tappa sono riuscita comunque a fare una puntata a <strong>Carlsbad </strong>per visitare le famose caverne, dove si svolge una delle vicende narrate nei libri scritti con i protagonisti così come li conosciamo dalla serie televisiva. Non potevo non andare lì e, come Liz, assistere alla rinomata uscita serale delle migliaia di pipistrelli che abitano quelle caverne...</p>
<p>28 agosto, ore tre del pomeriggio: Partenza per <strong>Covina</strong><br />
Ed eccomi di nuovo sul pullman della Greyhound, diretta alla volta della California!<br />
Dopo l'attraversamento di altri due Stati, all'una del pomeriggio del 29 agosto arrivo ad El Monte, nell'area di Los Angeles. Decido di prendere il taxi per raggiungere West Covina, dato che l'autobus si fa attendere, e finalmente mi accingo a camminare là dove ha camminato il mio mitico Jason!<br />
Covina è attaccata a West Covina, e Citrus Avenue - l'equivalente della Main Street... - è molto vicina al mio ahimé squallido motel (perché squallido? Beh, vero che è il posto col bagno più grande in assoluto che abbia avuto a mia disposizione ma la vasca doveva risalire all'epoca dei pionieri, e l'igiene era alquanto approssimativa...). Una mezz'ora di cammino ed eccomi all'incrocio con Badillo Street, da cui si accede alla "Roswell Zone", come era stata definita dalla ragazza che a suo tempo aveva visitato la città e tracciato un accurato percorso dei vari luoghi dei set. Ero incappata in questa descrizione alcuni anni fa, mi sembra sul sito www.Crashdown.com, e l'avevo stampata sognando di andare anch'io a vedere quei posti...<br />
Avrei potuto fare poco o nulla se non avessi avuto quella specie di bibbia di Roswell ma, grazie a lei, ho potuto rivivere i magici momenti di quella che è di sicuro tra le più belle serie televisive finora andate in onda!<br />
Citrus Avenue e le vie adiacenti, il Civic Center Park ed il City Park sono diventati il cuore del mondo di Roswell, e a poco a poco prendo confidenza con i ricordi. Tra l'altro, il settore centrale di Citrus Avenue ha gli alberi avvolti in fili e fili di lucine gialle e la sera sembra un eterno Natale! Decisamente un'atmosfera di sogno...<br />
Il <strong>CrashDown </strong>ora si chiama "Casa Moreno" (era "The Citrus Grill" al tempo dell'esplorazione della ragazza del sito...), il <strong>Chez Pierre </strong>è "La Tazza", il <strong>Logan's Hardware</strong> (cui i proprietari, secondo la "bibbia", avevano aggiunto la parola "Roswell") ha conservato solo il nome Logan ed è ora un punto di ristoro specializzato in granchi. L'edificio usato come museo, e che in origine era una banca, è stato buttato giù (lo avevo letto da qualche parte ma me ne ero dimenticata...), e giù è stato tirato anche l'edificio usato come stazione degli autobus per Kyle al ritorno dal campo estivo. Per questo ad un certo punto mi ero parecchio confusa (non che ci voglia poi molto, dato il mio scarso senso dell'orientamento), e per di più c'erano dei lavori in corso sul vicolo che esisteva tra gli edifici ancora in piedi e quello abbattuto, complicandomi ulteriormente la decifrazione di alcuni "indizi" (secondo la "bibbia" era il vicolo dove i compagni di Kyle hanno picchiato Max)... In ricostruzione è anche l'edificio davanti cui Max chiede a Liz di fermarsi e ridere in modo da permettergli di verificare se davvero siano pedinati.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-12911" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/07/evans2.jpg" alt="" width="448" height="333" /></p>
<p>E' stato emozionante sedersi a mangiare all'interno del "CrashDown", e poi fuori, ai tavolini esterni separati dal marciapiede solo da un cancelletto di ferro battuto: mi aspettavo quasi di vedere Kyle che batteva ossessivamente le dita sul tavolo... Sul retro c'è davvero la scala usata da Liz per rincasare la sera prima di scoprire che il suo diario non c'è più, mentre per quel che riguarda la terrazza... ecco, ho dei seri dubbi che la parte di costruzione su quel lato contenga al suo interno un balconcino, ma tutto può essere! L'interno del "Chez Pierre" ha un'aria vecchiotta, ed è stato buffo confrontarlo col raffinato arredamento di "Blind Date"...<br />
Una cosa che mi ha colpito è stato il City Park: esteso, con un bellissimo prato folto, tanti sempreverdi e panchine e tavoli per il picnic. E molti dei punti di riferimento della serie, uno attaccato all'altro! La casa di Max ed Isabel Evans, il campo di basket (con adiacenti quello da tennis e il diamante del baseball - che si intravedono nell'episodio in cui Max rivela a Michael del pasticciaccio con Tess - ma per quel che riguarda la panchina su cui siedono sono un tantino incerta perché non ne ricordo una simile nel parco...), il palco usato per la recita di Natale e la messa di mezzanotte (ma anche qui, ahimé, le panchine sono diverse...), i bagni pubblici (la piccola costruzione scura vicino alla quale credevo che Tess avesse detto a Max della sua gravidanza, mentre in realtà nell'episodio si vede dell'acqua alle loro spalle, e mi sembra difficile si tratti della piscina del parco...), l'area attrezzata per i bambini (accanto cui si trova la panchina dove Max dà alla madre la casa magica che lei gli aveva regalato da piccolo), il sentiero lungo il quale un ragazzino dalle sembianze di Nicholas corre col monopattino dopo la sconfitta degli Skins. Insomma, un'esplosione di ricordi e nostalgia... (a dispetto dei dubbi suscitati dal successivo confronto delle foto con le reali inquadrature nei vari episodi!) La casa degli Evans è davvero molto carina, anche se con gli anni gli alberi si sono infoltiti coprendola in parte, ed il rampicante alla base dell'archetto vicino cui Max e Liz si fermano mentre i genitori di lui partono col piccolo Zan ha ormai rivestito per intero la struttura metallica. Ma il divanetto chiaro di bambù dove era seduta Liz mentre Max dava l'ultimo saluto al suo bambino è ancora lì, e gli attuali proprietari (ho visto una giovanissima coppia, probabilmente fratello e sorella) hanno un cagnolino nero. Non certo Ronin, l'amico a quattrozampe di Jason, ma pur sempre un cane...<br />
E a poca distanza dal parco c'è persino l'ospedale, che però non mi è sembrato quello della serie televisiva.<br />
Il Civic Park è dalla parte opposta della città, ed è più piccolo. Lì si trova un pannello con vari emblemi di circoli di Covina, quello stesso pannello opportunamente "truccato" per apparire come l'insegna della biblioteca; dietro di questo c'è il sentiero con cespugli e fiori dove gli amici di Kyle gli rivelano di aver picchiato Max; il gazebo accanto al quale Max e Michael si incrociano di sera e discutono della decisione di Isabel di andare al college a San Francisco, che per l'occasione era stato rivestito con tralicci di legno; il cerchio nel prato in cui è stato fatto bruciare il simbolo alieno, che ho poi scoperto essere mantenuto in perfetta forma dal settimanale "girotondo" di ponies per i bambini in occasione della fiera del venerdì sera; il tratto di marciapiede lungo il quale si allontana Nasedo dopo aver gettato nel fuoco una foto dei tre alieni; l'angolo di strada in cui era sistemata la vendita degli alberi di Natale nell'episodio "Natale a Roswell", ed il punto dove si danno appuntamento Max e Tess coi Dupes per andare a New York. Ad una estremità si trovano dei bassi edifici, uno dei quali è il locale ufficio della polizia, mentre sul lato opposto della "rivendita degli alberi di Natale" si trova il fioraio presso cui Liz indaga per avere l'indirizzo della famiglia svedese che aveva ospitato Alex (anche questo negozio ha cessato l'attività...).<br />
Sono andata alla fiera, era piena di gente del luogo, c'era un complessino sotto il gazebo, e stand gastronomici e di oggettistica di vario genere. Non ho potuto fare a meno di comprarmi un hot dog, che adoro!, e poi una crèpe alla Nutella: ebbene sì, c'era uno stand dotato di una nutrita quantità di barattoli di Nutella, e persino una donna che non la conosceva e a cui è stata fatta assaggiare! Fra gli oggetti in vendita ho visto una composizione con un alieno: non era malvagia, anche se l'idea di comperarla non mi ha neppure sfiorata! Però mi è sembrato quasi un segno del destino... Per non parlare di quando la cantante del complessino ha intonato "Amazing Grace"... Mi sono venuti i lucciconi agli occhi!!!<br />
E sempre a proposito di destino, vicino al bowling di Covina c'è un cartello pubblicitario che lo indica come "Cosmic Bowling"!<br />
Tornando alla "Roswell Zone", lungo Citrus Avenue c'è molto altro: l'ufficio (anche questo chiuso!) usato per Vanessa Whitaker; il tratto di marciapiede lungo cui camminano Max ed Isabel quando lei si offre di indagare su Grant Sorenson; il bar davanti al quale Max cade nella sua folle corsa la sera della morte di Nasedo; la libreria il cui retro è usato come ingresso dell'obitorio per Alex; il negozio di ciabattino davanti cui Max bacia (...) Tess dopo essersi rappacificato con Liz (ed il cui retro è il posto dove muore Courtney); il vicolo tra il negozio di ciabattino e l'adiacente panetteria è dove Max parcheggia la jeep dopo aver passato con Liz la notte nel deserto alla ricerca del comunicatore; il negozio (una specie di bar dove vendono anche i biglietti per gli spettacoli) sul cui tetto Max si arrampica in "Blind Date" al termine della gara di corsa con Kyle.<br />
Il retro della libreria, quello usato come ingresso dell'obitorio, dà su un parcheggio, usato dagli Skins quando arrivano in massa a "Roswell", e su quel parcheggio si affaccia il cancello più grande del "City Hall". Il giardinetto dietro questo cancello è quello con la fontana che, secondo la ragazza che ha descritto i luoghi del set, è stata usata come sfondo la notte in cui Liz rivela a Maria di non avere fatto l'amore con Kyle. C'è poi un cancello più piccolo che dà su un vicolo: qui è dove Isabel si inoltra dopo aver fatto credere a Max che lo avrebbe seguito al sicuro nel museo il giorno dell'"invasione" degli Skins.<br />
La facciata principale dell'edificio è invece quella che viene usata come stazione dello sceriffo. Il lato che costeggia W 2nd Avenue è quello dove Max rivela la sua passione per Liz facendo saltare i parcometri e suonare come un carillon l'allarme di una macchina in "Blind Date". Sul lato opposto della strada c'è l'Hi Ho Market, dove Michael compra i dolciumi nell'episodio in cui recupera la chiave della casa di Atherton ed Amy DeLuca incontra la famiglia Valenti "allargata" in occasione dell'acquisto del tacchino natalizio.<br />
Nella stessa area si trova il Tempio Massonico, ossia il Pinecrest Psychiatric Hospital dove era ricoverata Laurie Dupree.<br />
Ho visto anche la casetta di Madame Vivian, il campo di football usato per il memoriale di Alex, l'incrocio dove erano rimaste le auto dopo che tutti gli abitanti di Roswell erano scomparsi in un'altra dimensione, e ho cercato di ripercorrere il sentiero lungo cui Max aveva corso per andare ad avvertire i suoi amici della morte di Nasedo. Se non fosse stato per il motel in cui avevo trovato alloggio (e purtroppo nei paraggi c'era solo quello...) sarei rimasta ancora uno o due giorni per continuare ad assaporare quei posti, ma a quel punto ho preferito proseguire nei miei vagabondaggi! Anche perché mi sarebbe rincresciuto arrivare alla destinazione finale mancando magari solo per un giorno il mio baldo Jason...</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-12910" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/07/vasquez3.jpg" alt="" width="448" height="336" /></p>
<p>E così il 2 settembre sono andata a Palmdale. A differenza di Covina, circondata da montagne abbastanza verdi, questa città è in territorio desertico. Torrida e desolata, con tutt'intorno rocce bruciate dal sole, ma abbastanza vicina al Vasquez Rock County Park e dunque adatta ai miei scopi. L'indirizzo esatto di <strong>Vasquez Rock</strong>? Che tra l'altro è un parco, come dire, aperto dato che l'ingresso è libero, non c'è un "Visitor Center", niente guide né cartelli ma solo qualche bagno chimico e fusti di metallo per i rifiuti... Dunque, l'indirizzo è 10700 Escondido Canyon Road, Agua Dulce; da Carlsbad prendere la 14 fwy Sud, girare a destra su Escondido Canyon Rd e proseguire per circa un miglio. Il cartello di legno che indica il parco è sul lato sinistro della strada, e bisogna prestare molta attenzione perché si rischia di non vederlo!<br />
Altra trasferta in taxi, e la prospettiva di un intero giorno da trascorrere nell'apparente solitudine di quel parco. Apparente, perché...<br />
Dunque, sulle prime mi ero preoccupata di non essere in grado di riconoscere la roccia perché pensavo che, in mezzo a tante altre, non sarebbe stato poi così evidente il suo particolare profilo. Invece quella è l'unica roccia di tutta l'area... Sul lato opposto ci sono altri ammassi rocciosi ma nessuno così alto o anche solo lontanamente simile nella forma e nelle dimensioni, dunque nessun dubbio: quella era "la" roccia!<br />
Poi, mentre mi avvicino, sento voci maschili gridare "Yes, sir!" ripetutamente e con voce sempre più forte. Vedo una tenda color sabbia con un telo mimetico e penso che ci sia un gruppo di militari a fare esercitazioni. E invece... stavano girando la scena di un film! A parte la pausa del pranzo hanno continuato a provare e riprovare (sempre all'interno della tenda) non più di due o tre parti (ripetevano sempre le stesse frasi...), e la cosa è andata avanti per tutto il giorno! E' stato divertente guardare come spostavano avanti e indietro e di lato la cinepresa, i tecnici coi microfoni, e poi l'applauso liberatorio quando infine è andato tutto bene... Non ho ben capito cosa c'entrasse ma, ad un certo punto, durante la pausa un tipo a torso nudo ed il viso pesantemente truccato è finito in cima ad una roccia con tanto di chitarra elettrica ed altoparlanti, e si è messo a suonare. Ma dubito che fosse una scena per il film, e poi non c'erano macchine da ripresa puntate su di lui! Bah, forse è stato semplicemente l'effetto del troppo sole...<br />
E poi, di tanto in tanto, macchine piene di turisti: giovani e meno giovani, e bambini in apparenza assolutamente insensibili al forte calore che correvano su e giù per i pendii della roccia.<br />
Quella roccia è davvero bella, e fino ad un certo punto anche io mi sono arrampicata ma poi ho preferito non rischiare di spezzarmi l'osso del collo e così non sono arrivata fino alla cima gugliata, quella da cui era partito il segnale attivato dal comunicatore (e su cui invece i bambini ed alcune coppiette sono arrivati senza problemi...)<br />
Il giorno dopo, 4 settembre, sono partita per Santa Monica. Ebbene sì, dopo aver visitato i luoghi in cui "teoricamente" Max Evans aveva vissuto e quelli in cui realmente erano state fatte le riprese, volevo vedere dove viveva Jason Behr, e chissà: magari anche incontrarlo!<br />
Beh, questa è rimasta una pia speranza (all'epoca ignoravo che il mio Egli era in Nuova Zelanda per girare The Tattoist, e per di più in procinto di sposare KaDee, da me soprannominata "la ranocchia rachitica"...), così come rintracciare la sua casa, che sapevo solo essere sulla spiaggia ed assomigliare ad un barrio spagnolo..., ma ne ho approfittato per riposare e prendere il sole. L'acqua dell'oceano era gelida e mi sono bagnata giusto un paio di volte! Ho visto passare i delfini, ho guardato il tramonto dal molo, ho indossato tutto quel che mi ero portata perché lì, a differenza delle altre località in cui ero stata, la sera faceva un freddo cane. E poi l'ultima sera, il 16 settembre, la temperatura si è alzata.<br />
La serata era splendida, da un lato si vedevano le mille lucine delle città dislocate lungo la costa, dall'altra le luci più forti di Venice, il prolungamento di Santa Monica. Come sempre c'erano molte persone intente a pescare, ed il parco dei divertimenti era affollato. Sono andata sulla spiaggia ed ho sfiorato l'acqua: era un po' meno gelida di quanto ci si potesse aspettare, ma solo la popolazione locale può permettersi di fare il bagno anche quando cala il crepuscolo!...<br />
Santa Monica è una città relativamente normale, anche se piena di barboni che la sera dormono in spiaggia e sui prati che si svolgono per l'intera lunghezza di Ocean Avenue, con molti alberghi, tanti ristoranti italiani e sushi, e la solita zona residenziale con case molto belle ed altre in condizioni pietose.<br />
Anche qui c'è un tratto in cui gli alberi sono avvolti in lucine gialle, è la "Third Street Promenade", un tratto della Third Street aperto solo ai pedoni e pieno di punti di ristoro, ristoranti veri e propri, due multisale, librerie e negozi. Chissà quante volte Jason avrà camminato lungo quella via, e magari avrà anche mangiato al "Trastevere", un ottimo ristorante italiano... L'ultima volta che ci ho mangiato avrei voluto chiederlo a Leonardo, un uomo di mezza età che ha lasciato Roma circa sei anni fa e si è trasferito lì, ma purtroppo quella sera non era di turno...<br />
Una sera sul molo stavano sistemando l'attrezzatura per delle riprese, col logo della Paramount Pictures, e così, sfidando la timidezza e la mia scarsa pratica della lingua nonostante le settimane già trascorse, mi sono avvicinata e ho chiesto se per caso nel cast ci fosse Jason Behr. Sulle prime la ragazza cui mi ero rivolta non ha capito e mi ha detto: Chi? Poi, alla mia spiegazione, Jason Behr, di Roswell, ha detto che no, quello era un film per la televisione, "Do you know about Brian?" Come a dire, ormai Jason Behr fa solo film per il cinema...<br />
Tra i vari fogli, mappe e liste che mi ero portata dietro, c'era anche l'indirizzo indicato per l'invio a Jonathan Frakes delle cartoline a sostegno del film su Roswell, e naturalmente sono andata alla sua ricerca... Ed ho trovato uno splendido complesso privato con tanto di "Water Garden"! Ho fatto qualche foto prima di venire avvicinata da una guardia di sicurezza in abiti civili, un omone di colore con tanto di auricolare, che mi ha gentilmente spiegato che era un'area privata e la gente non voleva che venissero fatte fotografie... Fortuna che non mi ha requisito il rullino!<br />
Pure in questa città, comunque, ho trovato alcuni "segni del destino": la scritta "Langley Production", ed un pannello di tessuto su uno dei pali lungo il molo che ricordava l'avvistamento Ufo del 1953. Eh, Jason, chissà quale pensi sia stato il motivo per cui un giorno hai scelto di stabilirti a Santa Monica...<br />
Il giorno dopo sono partita da Los Angeles per New York, da cui sarei rientrata in Italia l'indomani. Durante il volo sugli States ho avuto modo di intravedere le enormi e frastagliate gole del Grand Canyon, il Painted Desert ed il Meteor Crater, e ho pensato che, chissà, forse un giorno sarà Jason ad attraversare mezzo pianeta per venire in Italia...<br />
E' stato un viaggio insieme bello e triste, solitario ed esaltante. Mi sarebbe piaciuto moltissimo farlo in compagnia delle persone che con me condividono la passione per Roswell, per potermi confrontare con loro sui luoghi dei set, scambiare le sensazioni, i ricordi, e questa è una cosa di cui ho sentito davvero la mancanza.<br />
E triste è stato vedere come, a distanza di pochi anni, niente sia rimasto di quel periodo meraviglioso in cui dal nulla è stato costruito un intero universo di dolcezza, amicizia, solidarietà, fragilità, paura e dolore. Anche se ho provato un grande piacere quando una delle giovani donne che lavoravano alla Joslin's Bakery mi ha detto che la sua casa è stata usata come abitazione del "fantasma" di "Natale a Roswell", ma non ci aveva più pensato e aveva finito col dimenticarsene...<br />
E' stato divertente camminare per le strade di New York col bicchiere di caffè in mano, e cuocermi i whaffles nell'area destinata alla colazione nel motel di Roswell e dell'aeroporto di New York! Ho trovato tante persone gentili e disponibili, e non posso che augurarmi, un giorno, di poter mostrare a Jason l'ospitalità italiana!<br />
Un consiglio, però: fare in modo di potersi muovere in macchina. E' assolutamente indispensabile! Le distanze sono enormi, è vero, ma solo la macchina dà la completa libertà d'azione!<br />
Rifacciamo le valigie???</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Scrivo anch'io! - L'estate 2008 Mediaset: film, telefilm e repliche a volontà!]]></title>
<link>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=11596</link>
<pubDate>Wed, 07 May 2008 13:30:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi), v]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="../category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/"><img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2008/01/scrivoanchio1.jpg" alt="Scrivo anch’io!" align="left" /></a>Per lo spazio <strong>“Scrivo anch’io!”</strong> (<a href="../category/articoli/2008/01/14/scrivo-anchio/">leggete qui</a> tutte le istruzioni per partecipare anche voi), vi propongo oggi un pezzo scritto da <strong>Vincenzo</strong>, appassionato di televisione che fa una piccola analisi di cosa ci aspetta tra luglio e agosto sui teleschermi di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 in base ai comunicati di Publitalia, concessionaria pubblicitaria di Mediaset.<br />
L'analisi sarà completata ovviamente con post successivi del blog che tratteranno più in dettaglio anche cosa andrà in onda sui canali Rai.</p>
<h5 style="text-align:center;">L'estate 2008 Mediaset: film, telefilm e repliche a volontà!</h5>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11597 alignright" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/05/estate08.jpg" alt="L\'estate 2008 Mediaset" width="243" height="140" />Publitalia ha da poco reso noti i palinsesti delle reti Mediaset per i mesi estivi (dai primi giorni di luglio sino all'inizio del nuovo periodo di garanzia, quello autunnale). Nessuna novità che si possa definire tale, ma un palinsesto sufficientemente serio e interessante, e tutto sommato accettabile.<br />
Partiamo dall'ammiraglia Canale 5, che vede la quasi totalità delle serate ad appannaggio degli immancabili <strong>film </strong>e <strong>tv movie</strong>; nel dettaglio la domenica sarà il turno del ciclo "Hollywood", il lunedì de "I filmissimi", con una serie di titoli in prima tv, mentre gli "Alta tensione" andranno al martedì. Per tutto giugno e luglio (a partire dal 4) al mercoledì vedremo le 10 puntate mancanti a completare questa serie di <strong>"Carabinieri 7"</strong>, sospeso settimane fa dopo sole 4 delle 14 serate previste, causa bassi ascolti; poi ancora film, per il ciclo "Commedia d'estate" in agosto. Serata telefilmica il giovedì, con <strong>"I Tudors"</strong> e <strong>"Dirty sexy money"</strong> in prima tv, mentre al venerdì una misteriosa produzione in replica non ancora definita, seguita da film. Sei speciali de <strong>"La Corrida" </strong>da fine giugno ai primi d'agosto per il sabato, seguito da un'altra produzione di cui non si sa al momento ancora nulla.<!--more--><br />
In day time, dopo il solito tv movie delle 9, da segnalare in mattinata la presenza di<strong> "Forum"</strong> fino a fine luglio, sostituito poi da film. <strong>"Beautiful"</strong> andrà in pausa per le ormai consuete prime due settimane d'agosto, mentre<strong> "Centovetrine"</strong> si stopperà sempre a fine luglio, per tornare gli ultimi giorni d'agosto. In tale periodo vedremo probabilmente film o telefilm, o le stesse due soap con puntate in replica. Al via ai primi di giugno "Red Roses" ("Rote Rosen" titola la versione originale), meglio conosciuta come <strong>"Segreti e passioni"</strong>, la soap tedesca sperimentata con risultati disastrosi lo scorso maggio 2007 da Rete 4 in access prime time, poi cancellata dopo poche settimane di programmazione, ma c'è comunque da sottolineare che tale esperimento era comunque destinato al pomeriggio dell'ammiraglia la scorsa estate, poi riempito con "Vivere". Un modo insomma per tappare il buco fra "Centovetrine" e il tv movie delle 15.50, e perchè no magari per avere un degno erede di "Tempesta d'amore", programmata ancora da Rete 4, che possa poi avere una continuità con l'arrivo dell'autunno. Alle 17.40 tornano i <strong>"Carabinieri" </strong>per l'ennesima volta con le repliche delle precedenti serie. In preserale una nuova misteriosa produzione, un game sperimentale probabilmente condotto da Enrico Papi, e con il titolo provvisorio di <strong>"Jackpot"</strong>. Access ad appannaggio di <strong>"Veline" </strong>con Ezio Greggio, in giro per il Bel Paese a caccia della bionda e della bruna che lo affiancheranno da settembre in "Striscia la notizia".<br />
Fine settimana all'insegna di film e telefilm, come la seconda serata, che vede proseguire<strong> "Matrix"</strong> con il solo appuntamento del venerdì. Da rilevare anche <strong>"Supershow"</strong> nell'access domenicale, una sorta si "Supevarietà" in versione Mediaset, la cui partenza era comunque già prevista per il mese di dicembre, poi slittata per far largo alla nuova e poco fortunata edizione di "Passaparola".<br />
Passiamo ad <strong>Italia 1</strong>, che al contrario mantiene una struttura pressochè invariata rispetto al resto dell'anno. In prima serata vedremo<strong> "I Cesaroni"</strong> alla domenica,<strong> "Lucignolo"</strong> poi film al lunedì, <strong>"Colorado"</strong> più gli inediti della sit-com <strong>"Belli dentro"</strong> il martedì, la seconda stagione di<strong> "Ugly Betty"</strong> il mercoledì, le repliche di <strong>"Un ciclone in famiglia 2"</strong> più i nuovi episodi di <strong>"Don Luca"</strong> con Luca Laurenti al giovedì, e la new entry <strong>"Standoff"</strong>, telefilm in prima tv, al venerdì. Sabato ad appannaggio della fortunata fiction trasmessa due anni fa in autunno su Canale 5 <strong>"La Freccia nera"</strong> con Martina Stella quindi dei film family. In day time confermato il palinsesto di giugno, di cui <a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2008/04/03/tv-rai-e-mediaset-anteprime-giugno-2008/">si è parlato settimane fa</a>.<br />
<strong> Rete 4</strong> sarà invasa da telefilm, soap opera e film, onnipresenti nel palinsesto.<br />
A <a href="http://www.publitalia.it/ShowFile?ID=218171" target="_blank">questo link</a>, infine, potrete trovare il palinsesto nel dettaglio.<br />
Tempo d'estate.. io vado a mare, voi che fate?</p>
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<title><![CDATA[Scrivo anch'io! - "Sentieri", si cambia!]]></title>
<link>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=11469</link>
<pubDate>Fri, 02 May 2008 14:45:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi), v]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="../2008/01/14/scrivo-anchio/"><img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2008/01/scrivoanchio1.jpg" alt="Scrivo anch’io!" align="left" /></a>Per lo spazio <strong>“Scrivo anch’io!”</strong> (<a href="../2008/01/14/scrivo-anchio/">leggete qui</a> tutte le istruzioni per partecipare anche voi), vi propongo oggi un pezzo scritto da <strong>Giuseppe</strong>, grande appassionato italiano della longeva e più antica soap opera della storia della televisione, <strong>“Sentieri”</strong> (titolo originale "Guiding Light"), che dopo anni di trasmissioni saltuarie e di durata variabile nel pomeriggio di Rete 4 da lunedì <strong>5 maggio</strong> cambia programmazione e si sposta al mattino, dal lunedì al venerdì alle ore 10.30, con circa un'ora di programmazione quotidiana come da tempo i fan italiani auspicavano. Il pezzo riassume le ultime vicende della soap e propone qualche anticipazione sulle prossime trame (dunque, occhio ad eventuali <strong>SPOILER</strong>!).</p>
<h5 style="text-align:center;">"Sentieri", si cambia!</h5>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11498 alignright" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/05/sentieri.jpg" alt="\" width="128" height="94" />Finalmente si cambia: da<strong> lunedì  5 maggio</strong> la soap<strong> "Sentieri"</strong> traslocherà al mattino, dalle 10.30 alle 11.30.<br />
Non perdete  le emozionanti  storie di Springfield, ricche di colpi di scena, incredibili e imperdibili.<br />
Il 25 gennaio del 2007, Guiding Light (titolo originale di "Sentieri") ha raggiunto il traguardo dei <strong>70 anni</strong>, e ci fa molto piacere dire che non li dimostra.<br />
La soap, che da anni si occupa di molti temi, tra cui, trapianti di organi, il sesso, l'aborto, fecondazione in vitro, l'alcolismo, riesce  sempre a stupire il pubblico, con le tante, avvincenti  avventure.<!--more--><br />
<img class="alignnone size-full wp-image-11499 alignleft" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/05/dinah.jpg" alt="Dinah" width="205" height="137" /> Nel corso degli ultimi anni, "Sentieri" è ritornata agli antichi splendori, facendo ritornare molti personaggi dal passato, tra cui <strong>Dinah </strong>(Gina Tognoni,<em> foto a sinistra</em>), nemica giurata di <strong>Cassie </strong>(Laura Wright). Da poco si è scoperto che Dinah aspetta il figlio di Cassie; ma al centro delle vicende c'è il misterioso omicidio di<strong> Phillip Spaulding</strong> (Grant Aleksander), ucciso al Company  con due colpi di pistola al torace: moltissimi i sospettati,  ma i riflettori sono  puntati su <strong>Harley </strong>(Beth Ehlers) condannata a 25 anni di carcere, perché dichiarata colpevole per l'omicidio dell'ex marito; Questa vicenda ha portato due new entry nella soap: <strong>Mallett </strong>(Robert Bogue), ovvero l'ex marito di Harley, nonché il direttore della prigione, dove Harley è stata rinchiusa, e <strong>Lena </strong>(Linda Dano), l'amica, ma sotto sotto nemica, di cella di Harley, che si scoprirà alleata con <strong>Alan </strong>(Ron Raines).<br />
Anche se tra qualche mese scopriremo chi ha "veramente" ucciso Phillip, vi sveliamo un paio di colpi di scena: Harley evaderà dalla prigione, e <strong>Alexandra </strong>(Marj Dusay) sara la prima a scoprire la vera identità dell'assassino, ma sarà costretta a tenere la bocca chiusa...<br />
Il ritorno di Dinah, ha scombussolato la vita di Cassie, e le due donne si odiano a vicenda, ma il destino ha deciso di giocare un brutto scherzo a Cassie: Dinah infatti, è incinta, e aspetta il figlio di Cassie, ma come è potuto succedere? Con la fecondazione in vitro, che Dinah si è fatta trapiantare, con il consenso del marito di Cassie, <strong>Edmund </strong>(David Andrew Mcdonald). Per Cassie è stato un forte trauma, visto che non corre buon sangue tra le due...ma in futuro, diventeranno molto  unite, perché Cassie è decisa a prendersi cura del suo bambino.  Anche se, la storia avrà un triste epilogo... (A questo proposito, c'è  da segnalare che il problema della fecondazione in vitro è stato già utilizzato a "Sentieri" negli episodi in onda negli USA nel 2005, mentre a Beautiful "soltanto" nel 2007.)<br />
<img class="alignnone size-full wp-image-11501 alignright" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/05/reva-josh.jpg" alt="Reva e Josh" width="140" height="132" /> L'eroina della soap, <strong>Reva </strong>(Kim Zimmer) ha da poco scoperto di essere in menopausa, e ne sta passando veramente tante; A movimentare i suoi giorni, è stato l'arrivo in città di suo figlio <strong>Jonathan </strong>(Tom Pelphrey), mal visto agli occhi di <strong>Josh </strong>(Robert Newman). Molto presto Jonathan dovrà  affrontare i fantasmi del passato,  e Reva sarà coinvolta: <strong>Alfred</strong>, il padre adottivo di Jonathan, che scopriremo proprietario di un bar, arriverà a "Sentieri" sotto falso nome, <strong>"Nate"</strong> (Ritchie Coster), e darà filo da torcere a suo figlio, ma non solo, rapirà <strong>Tammy </strong>(Stephanie Gatchet), e tenterà di uccidere Reva.<br />
Ma per Reva questo è solo l'inizio di una lunga serie di momenti drammatici: dovrà lottare contro il cancro,  e perderà  l'amore della sua vita, Josh!  Ma nel suo futuro ci sono altri due uomini....o forse tre!<br />
Il 2008 italiano di "Sentieri", oltre ad essere un'anno ricco di suspense, sarà l'anno di molti addii, e graditi ritorni: Lasceranno la soap, <strong>Toni </strong>(Stephen Martines), <strong>Danny </strong>e <strong>Michelle </strong>(Paul Anthony Stewart e Nancy St.Alban), e Cassie, che cambierà volto, cedendo il ruolo a Nicole Forrester. Dopo il ritorno di <strong>Matt </strong>(Kurt McKinney), farà la sua breve apparizione - per poi ritornare per un periodo più lungo - <strong>Vanessa </strong>(Maeve Kinkead), ritornata in città  per restare accanto a sua figlia Dinah, in dolce attesa.<br />
Attualmente non c'è pace per nessuno a Springfield:  molte coppie sono in crisi,  tra queste, <strong>Bill </strong>e <strong>Olivia </strong>(Daniel Cosgrove  e Crystal Chappell). Anche Olivia dovrà affrontare scheletri dal passato, e nasconde un'enorma segreto, che molto presto scopriremo... In seguito si innamorerà di <strong>Gus </strong>(Ricky Paull Goldin), e si ammalerà di cuore. Tra le coppie in crisi, ci sono anche alcune neo-coppie (Danny e Marina, Sandy e Tammy)  e coppie che stanno per nascere (Coop e Lizzie, Jonathan e Tammy).<br />
<img class="alignnone size-full wp-image-11500 alignleft" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/05/harley-marvel.jpg" alt="Harley - Marvel" width="186" height="233" /> Dopo questa ventata di notizie fresche, curiosiamo un po' nel mondo di "Sentieri"; Il 15 settembre 2006, "Guiding Light" ha raggiunto il traguardo dei<strong> 15.000 episodi</strong>, e la produzione ha pensato bene di festeggiare l'evento con una puntata speciale, targata <strong>Marvel</strong>: ebbene sì, i personaggi di "Sentieri", per un giorno, si sono trasformati in fumetti, e la protagonista-eroina sarà Harley, dove acquisterà dei super poteri, e lotterà contro il male <em>(vedi foto a sinistra)</em>.<br />
Per festeggiare il  <strong>settantesimo compleanno</strong>, la produzione ha pensato di mettere in scena la prima puntata della soap, andata in onda nel 1937, in radio; nessun party per l'evento,  ma una splendida iniziativa: gli attori e le attrice, hanno contribuito in un'iniziativa molto speciale: hanno aiutato le vittime dell'<strong>uragano Katrina</strong>, a New Orleans.<br />
Nonostante il trattamento che Rete4 ha riservato a "Sentieri", la soap nel Febbraio del  2008 ha vinto un premio online, il "TVBlog AWARD". La soap è stata votata da 2.274 persone, battendo tutte le altre soap in gara, e la produzione statunitense ha ringraziato personalmente tutti i Fans Italiani di "Sentieri".<br />
Lo scorso 29 febbraio, "Guiding Light" ha cambiato faccia: dagli studi della CBS si è trasferita a Peapak nel New Jersey, dove "Sentieri" viene girata maggiormente in esterno. Questo cambiamento ha portato a "Sentieri" un piccolo rialzo degli ascolti negli USA, e speriamo che, il cambiamento che il 5 maggio avverrà qui in Italia (lo spostamento di orario) faccia altrettanto  con i fan italiani.<br />
Nonostante i tanti punti interrogativi, si ringrazia Rete4 per la decisione presa a favore di "Sentieri", e di noi Fans, ormai stanchi delle puntate a pillole.<br />
Concludo augurando lunga vita a "Sentieri", con l'auspicio di un futuro roseo, e ringraziando <a href="http://www.sentierionline.net/" target="_blank">SentieriOnline</a>, il sito italiano dei fan di "Sentieri", che da anni ci tiene informati sulle novità della soap.</p>
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<title><![CDATA[Scrivo anch'io! - Orientwood, considerazioni sul concetto di Oriente]]></title>
<link>http://antoniogenna.wordpress.com/?p=11081</link>
<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 19:30:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Per lo spazio “Scrivo anch’io!” (leggete qui tutte le istruzioni per partecipare anche voi) vi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2008/01/14/scrivo-anchio"><img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2008/01/scrivoanchio1.jpg" alt="Scrivo anch’io!" align="left" /></a>Per lo spazio <strong>“Scrivo anch’io!”</strong> (<a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2008/01/14/scrivo-anchio">leggete qui</a> tutte le istruzioni per partecipare anche voi) vi propongo oggi un altro lungo ed interessante approfondimento scritto nel 2005 da <strong>Anna Spinelli</strong> (avevo già pubblicato un suo bel pezzo sull'<a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2008/01/30/scrivo-anchio-lesotismo-al-cinema-il-tesoro-scomodo-dei-pirati/">esotismo al cinema</a>), dedicato all'<strong>orientalismo</strong> ed al concetto di Oriente nella nostra cultura. Il testo parte da una pubblicazione dell’autrice e da un ciclo di seminari tenuti da Anna, nella vita docente universitaria, tra l'autunno 2005 e l'inverno 2006. In conclusione, una filmografia del mondo orientale visto nel cinema del passato prossimo e remoto, un approfondimento sui nomi citati nell'articolo ed una completa sezione bibliografica.</p>
<div style="text-align:left;">
<h5 style="text-align:center;"><span style="color:#000000;">Orientwood - Considerazioni sul concetto di Oriente</span></h5>
</div>
<p style="text-align:left;"><img class="alignright size-full wp-image-11083" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/orientalism.jpg" alt="\&#34;Orientalism\&#34;, Edward Said" width="202" height="314" /><span style="color:#000000;">E' vero che l'orientalismo è una scienza che l'Occidente inventa per dare a ciò che è altro una collocazione, come afferma <strong>Edward Said</strong> col suo celebre saggio. La sua visione fondamentalmente amara e negativa, denuncia una forma di aggressione psicologica - che diventa anche fisica storicamente - nei confronti di interi continenti. Tuttavia, se creare una scienza serve per conoscere - nel senso di incasellare - l'alterità affinché non susciti paura e sia controllabile, credo che al fondo di questo aspetto macroscopico dell'orientalismo vi sia anche un desiderio innato di ricerca archetipica, una <em>quest</em> verso qualcosa che si è perduto o che forse non si è mai avuto; un realizzare un sogno che fa parte della normale evoluzione dell'individuo. Un qualcosa di molto simile all'invenzione del medioevo analizzata da Huizinga, o al concetto evoluzionistico della storia che vede il noi, qui e ora sempre in termini di meglio rispetto a tutto quanto lo precede.<br />
L'altro, l'esotico, è chiunque o qualunque cosa sia "diverso" o abiti in un ecosistema differente da quelli vissuti come eredi della cosiddetta "antichità classica". Basti ricordare che nei nostri programmi di studio la storia è sempre e solo quella dell'Impero romano, del Cristianesimo accennando appena al resto dell'intero pianeta; col che, oltre a dare spazio a visioni classiste e intransigenti (noi abbiamo una storia di pregio, "classica", mentre si assume che altrove regni piuttosto la confusione) si vede il percorso evolutivo umano in termini di conquiste, ovvero di <em>quest</em> in forma aggressiva. Persino la scienza conquista il sapere, e tutta la storia della conoscenza è presentata in forma eroico-politica tendenzialmente classista: noi abbiamo il progresso e ce lo meritiamo perché l'abbiamo cercato; sottinteso: gli altri no.<!--more--><br />
Non c'è mai una spiegazione convincente a proposito degli altri. Forse perché non c'è mai un dialogo con gli altri, uno studio veramente accurato per mezzo delle stesse forme di indagine rispettosa con cui si analizza il nostro mondo. L'altro deve fondamentalmente restare inconosciuto; e nasce il sospetto che in questo entri anche una forma di struttura mentale normalmente umana. Una struttura naturale che in primo luogo  difende l'individuo dall'effetto <em>rebound</em> dato dall'erosione dell'immagine edificante che ciascuno ha di modelli di vita propri tramite il semplice confronto con altri modelli di vita che si possono scoprire comunque funzionanti. In questo modo il primato, il senso di superiorità, decade e lascia una crisi di smarrimento che può procedere ben oltre la portata culturale dell'individuo, e che di solito lo porta ad innalzare barriere difensive, le quali di norma si creano facendo propri gli ideali di personalità prestigiose, rappresentative della cultura e intransigenti.<br />
Un esempio chiarificatore potrebbe essere il vedere l'evoluzione di consapevolezza portata dal femminismo. Un padre cresciuto in una società patriarcale tradizionale con ruoli ben definiti per ciascun membro della famiglia, assolutamente distaccato quindi dall'universo femminile se non per contatti esclusivamente superficiali e limitati a una comune semplice sopravvivenza senza conflitto apparente all'interno della cellula famiglia; un padre di questo genere, come reagisce davanti ad una figlia che studia e si fa strada nel lavoro e nella vita da sola, assumendo prerogative considerate prettamente maschili e perciò intangibili, e abbandonando quelle imposte al ruolo femminile senza le quali parrebbe che una donna non potesse sopravvivere? La reazione più comune sarà quella di avallare per esempio l'autorità religiosa e i buoni vecchi dettami della tradizione, un cercar di convincere la figlia - con le buone dapprima - a rientrare nell'ambito sociale per ricoprire i ruoli che "la natura" le ha assegnato evitando quantomeno "l'eccentricità".</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Allo stesso modo di una figlia intraprendente, la cultura straniera/strana fa parte di una storia lontana, sfumata; minore per definizione: elemento che comporta autogratificazione e dal quale si possono prendere tranquillamente le distanze. La storia degli altri, dei paesi orientali o del terzo mondo, è sempre una storia conchiusa, perché si pone l'accento sul fatto che ha avuto normalmente una sua epopea antica, prestigiosa in un qualche momento, adatta (come tutto ciò che è prezioso, antico, tradizionale) ad essere studiata e indagata; una storia e forme d'arte che però non hanno sortito evoluzione. Hanno subito un crollo, si sono fermate - quindi per definizione involute - fino a dare le attuali società: diverse, quindi limitate, inferiori. Questa è la normale sequenza di pensiero indotta dal sistema culturale occidentale; un sistema cristiano che tuttavia dimentica di aver assimilato una mentalità "imperiale": imperialistica, colonizzatrice e conquistatrice come quella romana alle proprie origini, e di provenire a sua volta da una qualche parte in Oriente. Un Oriente vicino di culture che si incontrano - ma di solito si scontrano - per sopravvivere, e dove è l'aggressività che paga ottenendo la terra su cui vivere.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Può essere imbarazzante a questo punto nonché suscitare qualche sorriso ironico, soffermarci a notare come questo Occidente conquistato dal Cristianesimo, e conquistatore in forza di una fede ormai indiscutibile, abbia a sua volta in sé i semi della discordia dell'alterità. Questo Occidente dove gli Stati Uniti guardano con superiorità di conquistatori tutti i paesi del mondo, compresa l'Europa che è stata loro genitrice, presentata dai media come una specie di vecchia barca che non riesce più a navigare, avviata sulla china del terzomondismo perché non altrettanto aggiornata. Per contro i paesi europei guardano con feroce ironia agli eredi dei cowboys che continuano a cavalcare lungo le praterie del mondo a caccia di indiani: troppo arretrati e diversi per poter essere acculturati, e quindi, massa amorfa da eliminare. Nell'ottica della conquista tutto il periodo della frontiera nella storia degli Stati Uniti è vissuto come una giusta acquisizione di colonie in cui portare la civiltà, col medesimo impulso da dittatura illuminata che aveva spinto a turno i paesi europei a cercare conquiste oltremare, dalla Spagna, all'Inghilterra, alla Francia, all'Olanda e poi alla Russia nel continente asiatico. A ben guardare, anche le orde mongoliche che arrivarono alle porte di Vienna erano mosse dalla stessa "sete di conquista", che in termini di storia economica si può definire semplicemente "fame", il primo dei bisogni umani che genera ogni impulso a muoversi. Nobilitata come conquista (si pensi in parallelo a quella delle Americhe da parte della Spagna), in realtà spinge i popoli in momenti di crisi tuttaltro che infrequenti a cercare fuori dal proprio territorio; ricerca che quando subentra l'assestamento sociale, diventa epopea, storia, gloria, orgoglio.<br />
Nella conquista dell'Oriente e nello sviluppo dell'orientalismo credo siano da individuare due fasi storiche. Una prima, caratterizzata dalla ricerca di nuove fonti di beni; ricerca apertamente tale. E' l'epoca dei grandi viaggi e delle scoperte. Una conquista dichiarata, economica in primo luogo, i cui scempi vengono messi a tacere dall'ipotesi della missione evangelizzatrice. Ma la frattura tra conquistatori e conquistati non accennerà mai a sanarsi col passar del tempo. Per cui partirà nel volgere di un paio di secoli una seconda conquista, più sottile e capillare a giustificazione delle mire sull'Oriente, sull'esotico, sull'altro. Una conquista della storia, della cultura, operata nel secolo dei lumi e portata avanti a colpi di scienza e libri fino al colonialismo, che in teoria servirà a recuperare il buono dell'antico e a rimettere sulla giusta strada evoluzionistica (quella europea occidentale) il moderno.<br />
Però l'Oriente, l'altro, alimentano in entrambe i periodi il sogno della ricerca del tesoro - di qualunque natura esso possa essere -. L'Oriente in particolare diventa sempre più il luogo della <em>quest</em>. Le fiabe, i romanzi, le narrazioni di viaggiatori, l'arte, prima; il fumetto, le arti minori o popolari e il cinema poi lo dimostrano chiaramente.<br />
La <em>quest</em> in termini di storia umana è radicata non solo nella coscienza sociale, ma anche in ciascun individuo; in forme differenti da un essere all'altro, che contemplano differenti e innumerevoli sfumature. Quel che ne è alla base è questo bisogno/curiosità di conquista, che riguardo alla cultura occidentale si visualizza in una forma - romantica se vogliamo - di cavalleria, quindi con un'implicazione ineludibile di aggressione armata. In tale prospettiva i mondi esterni/estranei sono il luogo ideale dell'avventura, anche a livello onirico. Le fiabe si svolgono sempre in un tempo antico e conchiuso, in un luogo "altro", il paese delle opportunità persino sovrannaturali. Tutto è possibile nei paesi lontani, dagli usi e costumi strani, dove le genti - sempre una massa indistinta - in fin dei conti non sono in grado di reagire all'arrivo del cavaliere/eroe erede di una solida costruzione culturale e religiosa. I pagani - perché tali - non hanno mai una fede - o dotti individualmente brillanti o aggressivi quanto basta - capaci di confutare sul piano metafisico, filosofico e comunque di conoscenza, un'altra fede che si è data la caratteristica di essere l'ultima e più perfetta. Una fede a cui dà fastidio per esempio che ne sia spuntata un'altra simile e appena posteriore come l'Islam con fondamenti molto, molto affini. Essendo successiva dovrebbe per forza di cose venir definita come migliore, dato il senso evolutivo assegnato al divenire degli eventi storici, ma ovviamente la resistenza è tenace: "l'altro" non può avere una religione migliore della nostra...</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Quel che resta è che in un mitico Oriente gli uomini di potere, i conquistatori, possono gestirsi un harem consenziente in cui scatenare i propri istinti proibiti. E' l'Oriente della Cina in cui sola si trovano le lampade fatate; dove i tappeti volanti si trovano dalle parte dell'India, il mostruoso Rok vola sugli arcipelaghi dell'Oceano Indiano e la magica caverna di tesori che risponde al nome di Sesamo è ben radicata in Persia.<br />
Pur in un Occidente altamente razionalizzato e con consolidate basi di fede cristiana resta l'inquietudine di fondo di aver bisogno di una mitologia; di un metafisico Avalon o di un - secondo un'invenzione più recente e intrigante - parallelo Landover<span>[1]</span>. Senza l'invenzione, senza il gioco, non c'è libertà di essere. Quando tutto è codificato non c'è in teoria più nulla da scoprire, e il pensiero avvizzisce. La necessità di un'ipotesi fantastica è strettamente vitale per l'essere umano. Il bisogno di sentirsi eroi della propria leggenda personale - o nazionale - genera un Oriente come luogo di possibilità. Al di là di come questo concetto viene sfruttato da impulsi di conquista materiali e drammatici, c'è  un bisogno compulsivo di un Oriente fantastico, proibito, attraente. Un luogo dove le fantasie censurabili della società cristiana e "concreta" in cui viviamo possano dipanarsi ed esistere.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Lo studio dell'Oriente diviene un mezzo per nobilitare questo impulso verso il mito. Se l'orientalista è assunto come persona colta e rispettata, magari arroccata in un rifiuto motivato da infiniti risultati di ricerche personali (o costruite) nei confronti dell'Oriente, non è il solo che attinge all'orientalismo e cerca di impossessarsene come scienza, per com-prensione. L'orientalismo è scienza utile a fini politici per dimostrare qualunque limite o nefandezza dello "altro" e giustificare aggressioni. Ma l'orientalismo è anche altro, e senza questa ulteriore sfumatura non farebbe tanta presa sugli animi. Costituisce, per ironia, il fascino dell'antiquario, o diventa una dimostrazione lampante della maledizione dei faraoni di tutti gli archeologi improvvisati che raggiungono l'Egitto in charter e tornano convinti di aver afferrato il senso della storia del mondo. L'orientalismo tuttavia permette di salvare favole e storie edificanti, raccoglierle vestendole di saggezza popolare benché lontana, tradizione antica, e quindi rispetto. Permette all'arte di accogliere in sé ogni forma di espressione strana, giustificare ogni anomalia, perché "c'era una volta in un paese molto lontano..." e non è perciò più confutabile, ma rassicurante. Entra nella letteratura con invenzioni e traduzioni (pur se viziate da intenzioni sotterranee); viaggia di gran carriera nel racconto popolare, nell'illustrazione corrispondente che lo affianca, persino negli oggetti di uso comune, fino ad arrivare al cinema dove si insedia di diritto per mezzo del potere della lampada magica nella sala buia come la caverna dei quaranta ladroni, o come una tomba faraonica.<br />
La paura dell'alterità si scontra con il desiderio di maneggiare lo strano, di comprenderlo, ma ovviamente senza venirne toccati; studiando la sua cultura attraverso il libro, la collezione, il resoconto orale; la sua lingua - però incasellata in una ferrea logica filologica evoluzionistica - i diari di viaggi leggendari. L'altro, lo strano, è più gestibile o affrontabile quando viene cristallizzato, come le figure femminili dell'<em>art deco</em> che diafane reggono lampade ignare della lascivia suscitata dalle loro feticistiche nudità.<br />
Lo strano/straniero è fonte di meraviglia inquietante fin dalla notte dei tempi. Quei tempi in cui, in Oriente si trovano conchiglie che, arenate sulla spiaggia per respirare, se colpite dal fulmine partoriscono perle, così come la Vergine toccata dallo Spirito Santo genera il Salvatore<span>[2]</span>. Si tratta dello stesso Oriente più o meno addomesticato nella tradizione favolistico storica da cui arrivano notizie delle "pietre diamantine" che giacciono in fondo all'Oceano Indiano e sono responsabili della salinità di quelle acque che corrodono le parti metalliche delle imbarcazioni in men che non si dica. Oppure di draghi divoratori di fanciulle, salvate da padri assennati che si convertono al Cristianesimo in tempo<span>[3]</span>. L'evoluzione del Cristianesimo attraverso l'evoluzione economica dell'Europa genera una coscienza di potere meritato, di diritto alla conquista/evangelizzazione, che si consoliderà persino nello scientismo, solo in apparenza in contraddizione con la fede che tutto permette per l'avanzamento in tutti i campi dell'umanità avallando anche la crudeltà di esperimenti e massacri al di fuori del continente. Questo, dopo che sullo stesso sono state condannate alla fame intere categorie sociali, sfrattate, perseguitate, trasformate in poveri indesiderati e quindi in sacche di banditismo, pirateria e prostituzione.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Ma il progresso avanza con ogni diritto, conquista terre nuove per portare la civiltà, e in questo, eserciti di scienziati si danno la mano con eserciti di fatto. Napoleone sbarca in Egitto con un'armata doppia: una militare e una di studiosi, ricercatori, disegnatori che catalogheranno dal più lungo testo geroglifico alle varietà di zanzare della regione, per avere la sicurezza di padroneggiare l'Oriente, quell'esotico luogo di ricchezze incalcolabili che entrerà di forza nei salotti d'Europa dal momento della voluminosa pubblicazione dei risultati di tale dotta ricerca in poi.<br />
Dunque, al di là del paravento delle scienze, delle filosofie e delle religioni, delle implicazioni di conquista economica e desiderio di chi lo concupisce con bramosia, l'Oriente è il luogo del tesoro, della ricchezza opulenta e ineffabile fin dai tempi di Alessandro, antenato illustre (o forse sarebbe meglio definire mitizzato), del colonialismo occidentale<span>[4]</span>. Il giovane conquistatore che forse non voleva stare all'ombra della figura troppo invadente e scomoda del padre; che andò in Oriente seguendo il sogno della propria leggenda personale; e fu seguito poi, in tempi meno numinosi da tanti mercanti/avventurieri da avallare il credito dato alla presenza di ricchezze "favolose" che si potevano raccogliere facilmente di là dal confine angusto del </span><img class="alignnone size-full wp-image-11084 alignleft" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/colombo.jpg" alt="Cristoforo Colombo" width="225" height="264" /><span style="color:#000000;">Mediterraneo, spendendo appena un po' di rischio epico e di coraggio cavalleresco. Quando <strong>Colombo</strong>, come tanti altri si ingegnò a cercare un modo per raggiungere l'Oriente ed ebbe la brillante idea di puntare a una scorciatoia dall'altra parte dei confini del mondo, arrivò alle "Indie Occidentali", alle "Antille" (termine che deriverebbe dalla corruzione dell'espressione <em>ante India</em>), e <em>indios</em> furono i malcapitati abitanti che incontrò, così come in seguito furono "indiani d'America" le varie etnie di pellirosse, antagoniste loro malgrado dei troppo rigidi perseguitati religiosi d'Europa che si stabilirono nel New England e di tutti gli avventurieri affamati di poi.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">E' vero che il potere imperialista ottocentesco si appropria dell'orientalismo per giustificare in positivo il valore delle proprie azioni di aggressione; ma questo accade in un secondo tempo nella storia delle conquiste. In origine non c'è un'aggressione da giustificare. C'è l'aperta ricerca economica per sopravvivere. Fino a tutto il ‘700 la ricerca a fini di conquista è chiara. Solo dopo, assestata la maggior parte dei poteri statali in Europa, occorre darsi una storia, una giustificazione che peschi nella fede o nella scienza - possibilmente in entrambe. Non è possibile credo applicare gli stessi concetti ai secoli precedenti, a quel Rinascimento che è ben fiero di avere contatti economici con l'esterno per sopravvivere con fasto e opulenza. La stessa epoca che incomincia ad avere bisogno di una moneta spendibile in tutto il mondo, soprattutto quello orientale, per procurarsi beni di sopravvivenza quali le spezie/medicine<span>[5]</span>, non avendo l'Europa altro da dare in cambio. Un'epoca in cui un conquistatore come Tamerlano, in Asia Centrale è descritto quale genio militare, per diventare un selvaggio assetato di sangue durante il successivo Illuminismo. L'Oriente, almeno fino a buona parte del ‘600, è sì il posto dove finalmente i galeoni possono andare ad approvvigionarsi di beni di lusso (ma anche utili, come appunto le spezie, impiegate come medicinali, la porcellana più resistente di qualunque forma di terraglia o maiolica occidentale, ecc.), ma dove esistono regni di tutto rispetto, quali quello cinese o quello indiano alle cui leggi e richieste occorre - pur se non di buon grado - uniformarsi. Gli scambi tra Oriente e Occidente, nell'arte delle corti così come nelle "arti povere", sono estremamente vivaci. L'Oriente continua ad essere il posto delle favole, della ricchezza, ovvero dei tesori favolosi. Almeno finché lo scientismo, determinato in buona parte anche dalle conoscenze e dai risultati degli scambi commerciali e culturali, non porta a nuove prese di coscienza, a rivoluzioni, a una sotterranea ribellione ai poteri sanciti dalla fede e subiti acriticamente. E' allora che i nuovi poteri statali si aggrappano alla scienza per darsi una giustificazione nel momento della conquista. Scienza più o meno consciamente manipolata, adattata a desideri e necessità.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">In precedenza si ha l'impressione che le cose non fossero articolate nella stessa maniera. Quando i sovrani d'Europa nel 1402 mandarono osservatori alla battaglia di Ankara per vedere se qualcuno avesse la capacità di sconfiggere gli Ottomani, i due esperti del giovane regno di Castiglia capirono in tempo da che parte sarebbe stata la vittoria, e portarono per primi i loro omaggi al principe Timur. Egli a sua volta li gratificò con altri doni per il loro re di cui non sapeva nulla (e nulla gli importava); subito dopo partì perciò da Madrid un'ambasciata per raggiungere Samarcanda e veder di superare commercialmente tutti i servizi costosi e le dogane che si frapponevano tra la Penisola Iberica e "l'Oriente" fino alla Cina. Un paio di secoli prima i Polo di Venezia se ne andarono in Cina personalmente allo scopo di fare affari, di mettere a segno, detto con un linguaggio suggestivo, il colpo della loro vita. Analizzare il resoconto di Marco Polo illumina sui veri motivi del viaggio, e anche sulla curiosità genuina con cui ancora si guarda all'Oriente. Lo stesso Ibn Batūta, maghrebino, musulmano osservante, proseguì dal suo pellegrinaggio a Mecca fino in Oriente con curiosità unita alla voglia di far fortuna, e i giudizi che ha lasciato sulle genti, gli usi e i luoghi incontrati e attraversati non sono molto diversi da un punto di vista etico da quelli leggibili su diari di viaggiatori europei contemporanei e per qualche secolo a venire.</span><span style="color:#000000;"> Sul finire dell'evo di mezzo dunque, l'Oriente ha cose che ancora meravigliano; benché sia sempre un qualcosa di assoggettabile dall'uomo che ha alle spalle una storia, soprattutto economica, di rilievo, e una fede che tutto permette pur di valorizzare il credente quale individuo e le sue azioni. E' luogo di potenze statali riconosciute sì, ma colme di ricchezze da invidiare e di cui cercare di appropriarsi per meglio gestirle...<br />
Intanto, a un livello ingestibile e inferiore a quello dell'espansionismo coloniale, i sovrani d'Oriente tramite i mercanti possono conoscere oggetti d'arte occidentale, apprezzarli, permettere lo scambio. Per contro, tappeti, tessuti, porcellane occhieggiano dai quadri occidentali come oggetti di pregio, di alto valore: esotici. La tradizione miniaturistica orientale rielabora Bellini e Dürer. L'Oriente è ancora il luogo del viaggio mitico alla ricerca di qualcosa, non sempre e solo una terra decaduta e opulenta da conquistare. Vi è ancora spazio perché sia il luogo di cui cercar notizie nelle grandi monografie storico geografiche come quelle di Erodoto, o cercare - talvolta disperatamente - avventura, magia, eroismo.<br />
L'Oriente rimane anche la terra da cui sono arrivati i barbari, quelli cui è toccata la colpa di aver fatto crollare la potenza di Roma. Tuttavia da Oriente, al momento sincronicamente giusto della storia, è arrivato il Cristianesimo per riempire il vuoto lasciato da un impero. Così che quando, sempre da Oriente, arriverà un'altra fede che gli somiglia molto, l'Islam, verrà respinto perché giunto con una nuova invasione "barbarica" in un impero già consolidato, alle basi di una concezione di vita fondamentalmente pessimistica, che col tempo, a più riprese, favorirà l'insorgere di concetti romantici, come il Romanticismo stesso, e prima ancora ad esempio la Cortesia, in cui l'animo può sfogarsi a cercare altrove quell'avventura che qui non può vivere.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Luci e ombre dunque sull'Oriente, l'ambiguità di ciò che viene cercato per necessità ma anche per idealismo. L'Europa che si è spartita le Americhe col commercio, col contrabbando, con la pirateria organizzata, insieme alle ex colonie scopre le opportunità dell'Oriente. La corsa a "raccogliere" tutto quel che si può in continenti non ancora sfruttati a fondo entra nella fase del colonialismo<span>[6]</span>; e ci entra in buona compagnia, con le benedizioni morali e gli appoggi di tutto il mondo del sapere e del potere, sottolineati da quelli del mondo accademico e scientifico. Un anelito generale che finirà per permeare tutta la cultura occidentale, ma anche in buona parte quelle moderne dei territori conquistati<span>[7]</span>. Dalla cultura elevata dilagherà alle altre forme proprio perché la <em>quest</em> è una necessità archetipica. Ecco quindi lo sviluppo del romanzo d'appendice come di quello scientifico ottocenteschi<span>[8]</span>. Si pensi a tutti gli autori in seguito passati alla letteratura per ragazzi (a causa di uno scientismo più spinto e meno legato alla ricerca nel secolo successivo), quali Jules Verne, Emilio Salgari, Herman Melville, Robert Louis Stevenson, per citare qualcuno dei nomi più noti. I fumetti e il cinema, nuovi mezzi espressivi legati all'immagine più che alle parole, ne raccoglieranno l'eredità nel XX secolo; e non saranno il solo mezzo espressivo i cui artisti si lasceranno affascinare dal gusto per l'Oriente o l'Avventura.<br />
</span></p>
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<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong>NOTE DELLA SEZIONE INTRODUTTIVA</strong><br />
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<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[1]</span> Regno parallelo della magia in cui è ambientata una fortunata saga  inventata dal celebre autore di <em>fantasy</em><em>ex machina</em> per raccogliere forze, conoscenze, capacità da usare nel nostro mondo o per salvarsi da esso e dai dilemmi che impone.</span> Terry Brooks e passato a indicare ogni sconcertante possibilità di fuga</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[2]</span> Il Cristianesimo, come del resto qualunque altro credo, una volta strutturato in forma di fede ufficiale per cancellare culti e tradizioni precedenti, li fa propri modificandoli, rileggendoli secondo un'ottica che porta sempre a concentrarsi su quelli che sono i soggetti dei dogmi e a replicarne il concetto.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[3]</span> Per  maggiori dettagli su queste leggende si vedano: Spinelli Anna, <em>Il mare  e l'acqua nei mosaici di Ravenna: le simbologie che accompagnano la vita</em>, Universitas Domus Mathae, Ravenna, AA 2002/2003, e: <em>Dal Mare di Alboran a Samarcanda,</em> <em>Diario dell'ambasciata castigliana alla corte di Tamerlano (1403-1406)</em>, Ravenna, Fernandel, 2004.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[4]</span> Senza dimenticare che la figura di Alessandro, completamente mitizzata, entra nel pantheon favolistico dell'Asia continentale, dove i conquistatori assurgono ad un'eroicità numinosa. A tuttoggi le leggende sulle conquiste, la saggezza e le eventuali altre doti eccelse di Alessandro viaggiano in numero considerevole dalla Siberia all'India, dalla Persia ai confini del Tibet, e il personaggio è sentito come autoctono, non certo di origini occidentali.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[5]</span> Si vedano in proposito i capitoli relativi alla monetazione in argento in: Cipolla Carlo Maria, <em>Conquistadores, pirati, mercatanti</em>, Bologna, Il Mulino, 1996; e: Spinelli Anna, <em>Tra l'inferno e il mare,Breve storia economica e sociale della pirateria</em>, Ravenna, Fernandel, 2003.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[6]</span> Non è toccato solo all'Asia subire l'effetto espansionistico occidentale, bensì anche all'Africa, all'Oceano Indiano, con tutti gli arcipelaghi e le possibilità economiche che forniva lungo le coste, al Sudamerica, e all'Australia quale propaggine del Sudest Asiatico insulare in origine.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[7]</span> Sarebbe interessante analizzare anche tutta la "sottocultura" pubblicitaria fuori dai paesi occidentali, dove, grazie a studi approfonditi e sofisticati, grandi case commerciali creano <em>spot</em>, accompagnati da immagini che li richiamano sulla stampa, ove i protagonisti orientali, trasformati in novelli eroi di <em>quest</em><em>dāstān</em>, urudu e il <em>dāstāngō</em> popolare.</span> occidentali, con un pizzico di "saggezza" orientale pubblicizzano in maniera fortemente subliminale il prodotto. In ciò pescando nella traidizione cinematografica indiana per esempio, come in quella dei cantastorie, o epica come il</p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><span>[8]</span> Per la letteratura scientifica e gli scambi con le altre forme di scrittura si veda Said, <em>Orientalism</em>.</span></p>
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<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong>L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE</strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">A metà dell'800 negli USA comparirà un personaggio che costituirà il <em>trait d'union</em> tra l'avventura immaginata e l'immagine dell'avventura aprendo - ancora senza saperlo - la via che passa dal libro al fumetto e al cinema. Non è il solo, fa parte di una folta schiera di artisti geniali, ma il coraggio di osare in campi assolutamente nuovi </span><img class="alignright size-full wp-image-11085" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/howardpyle.jpg" alt="Howard Pyle" width="165" height="214" /><span style="color:#000000;">lo rende un pioniere, poi seguito da allievi sia direttamente, che successivamente.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong>Howard Pyle</strong> (1853-1911), pittore, illustratore e docente d'arte, cambiò radicalmente il modo di guardare dentro alle immagini. Le caricò di un <em>pathos</em> nuovo, che dalla figurazione incombe inesorabile sull'animo di chi guarda. Specializzato in illustrazioni storiche, le trasformò in rappresentazioni teatrali dall'effetto potente. Spostò il fuoco delle immagini al punto da disorientare lo spettatore; usò una tavolozza ricca di suggestioni (che non pochi problemi dette alla riproduzione a stampa); dette vita ai personaggi che rappresentava ben oltre i gusti e la moda dettati dai tempi.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Nella seconda metà dell'800 i libri e la stampa periodica iniziavano a godere di una larga diffusione. Nuove testate nascevano continuamente, e a tale fenomeno si assiste non solo negli USA, ma anche in Europa, e in particolare in Italia, dove la scolarizzazione è ancora un processo da attuare. Un elemento che poteva rendere il nuovo mezzo espressivo concorrenziale era l'illustrazione. I bravi illustratori avevano il lavoro assicurato. Le tecniche andavano sempre più perfezionandosi, grazie a ricerche e sperimentazioni dei singoli autori; i viaggi in Europa da parte di artisti americani erano una specie di pellegrinaggio necessario al recupero dello spirito artistico in ogni sua forma, al fine di evolversi, stupire, inventare, dare al pubblico sempre qualcosa di nuovo. Ma anche di cercare, nell'antico, qualche radice utile a portare avanti un discorso ancora più profondo di sviluppo personale - dell'artista e della sua tecnica come degli eroi illustrati - in una parola, per rivitalizzare e adattare la <em>quest</em>.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Pyle era particolarmente dotato, ed era inoltre un devoto e affascinato fruitore del teatro. Docente d'arte prestigioso, illustrò libri di storia, storia per ragazzi, saghe tradizionali o fantasy - come diciamo oggi. Si documentava meticolosamente; caratteristica non soltanto sua e che proseguirà almeno fino agli anni '80 del XX secolo, benché le file degli artisti in questo si assottiglino paurosamente dal dopoguerra in qua. Scriveva in prima persona saggi storici con un linguaggio raffinato, capace di suscitare vibrazioni eccitanti al pari della più scaltra poesia, e fu, come tutti gli illustratori, un talento eclettico e versato in più di una forma espressiva artistica. Basterà ricordare come egli fu corteggiato dalla pubblicità, nel cui ambito produsse immagini altamente sofisticate ed evocative per scatole e calendari, a tuttoggi ferocemente ricercate dai collezionisti come dai musei.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Il successo che Pyle ottenne fece di lui un docente altrettanto ricercato, tanto che il prestigio che ruotava attorno ai suoi corsi li rese una esclusività ambita. In contrasto con la corrente che voleva la ricerca delle radici dell'arte in Europa, Pyle dimostrò che i fermenti artistici del nuovo continente, la sua storia per quanto breve, la cultura che ne era scaturita e la sua gente potevano avere un loro spirito altrettanto geniale, esuberante e dotato soprattutto di un'anima propria.  Conscio dell'importanza del proprio lavoro e della sua novità, fondò una scuola esclusiva a cui ammetteva solo allievi scelti. Da essa sarebbero usciti alcuni dei più begli ingegni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, favorendo, con le loro innovazioni e scelte anche lo sviluppo di particolari filoni letterari quali il <em>fantasy</em> e la fantascienza, che nasce come una sua branca.</span></p>
<p><img class="size-full wp-image-11086 alignleft" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/schoon.jpg" alt="Frank E. Schoonover e Howard Pyle" width="196" height="220" /></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong>Frank E. Schoonover</strong> (1877-1972), ragazzo schivo, destinato alla carriera ecclesiastica e autodidatta, riuscì a partecipare ai corsi accademici di Pyle. Notato dal maestro, ebbe il permesso di entrare a far parte immediatamente anche della ristretta cerchia degli allievi ai suoi corsi privati. Schoonover era animato da un profondo amore per la vita e la storia americana, ed eccelleva soprattutto in pitture illustranti la vita dei pionieri con un occhio attento agli spazi e alla natura, e anche nel suo caso una teatralizzazione delle immagini assolutamente fuori dall'ordinario. A differenza di Pyle, che amava immaginare le cose attraverso la lettura e la documentazione, Schoonover sentiva il bisogno di cercare nella realtà i modelli a cui rifarsi. Amò sempre portare il cavalletto e i colori all'aria aperta, studiando non solo il paesaggio, ma anche le espressioni, i movimenti, ogni dettaglio drammaticamente illuminante delle persone. Seguì Pyle in Giamaica in un viaggio di studio e documentazione sulla pirateria, producendo a sua volta tavole e quadri dedicati al mondo dei pirati che ne rivelano una dolorosa umanità, che riesce a rasentare anche la sgradevolezza. Nonostante la sua passione espressionista, fu uno dei primi autori ad essere chiamato ad illustrare storie di fantascienza.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Fra gli allievi di Pyle ai suoi corsi speciali si conta anche Maxfield Parrish (1870-1966), il cui apporto all'illustrazione favolistica sarebbe arrivato ad influenzare largamente anche il fumetto e il cinema. Introdotto all'arte dal padre, che avrebbe voluto fare il pittore, già quattordicenne seguì i genitori in un viaggio culturale e artistico in Europa dove ebbe anche agio di seguire corsi. In seguito, iniziati studi di architettura, passò ben presto all'Accademia di Belle Arti della Pennsylvania nel 1892. Un anno dopo si presentò ai corsi speciali di Pyle, ma li frequentò saltuariamente dato che lo stesso Pyle riconosciuto il suo talento, gli consigliò di dedicarsi piuttosto a migliorare il proprio stile, avendo già la tecnica affinata. Iniziò a lavorare subito tra il 1894 e il 1898 come illustratore di libri, riviste, ma soprattutto pubblicità, nel cui campo avrebbe svolto col tempo la maggior parte della sua opera. In seguito, tornato in Europa e in particolare in Italia più volte, avrebbe continuato a sviluppare tecniche proprie, conquistandosi il mercato dell'illustrazione commerciale al punto da venire imitato fin ben oltre la sua longeva carriera. Criticato dal mondo accademico per il fatto di guadagnarsi da vivere con illustrazioni commerciali, continuò tuttavia una propria ricerca stilistica e la pubblicazione dei suoi lavori su ampia scala, ben conscio dei cambiamenti che il mondo attraversava, oltre che come interprete perfetto dei sogni segreti di tutti.</span></p>
<h4 style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">IL FUMETTO</span></h4>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-full wp-image-11087" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/yellowkid.jpg" alt="The Yellow Kid" width="176" height="229" /><span style="color:#000000;">Nasce poco prima del cinema muto, e porta avanti lo stesso tipo di macchiette; ad esempio il mondo povero </span><span style="color:#000000;">del vagabondo Charlot (1914) che si ritrovava nel primo fumetto unanimemente definibile come tale, <strong>The Yellow Kid</strong> (1895). In entrambe i casi ciò che si può storicamente notare oggi è la coscienza di essere alla vigilia di grandi cambiamenti mondiali che avrebbero coinvolto ogni strato della società, senza alcuna possibilità di tornare indietro. Quella società che dell'esotismo coloniale si era fatta un mito dietro cui celare le proprie debolezze, umane come di livello economico.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Ben presto la possibilità del fumetto di dar corpo al sogno grazie alla tradizione già in voga di cartoline, immagini di libri d'avventura e viaggi, calendari, prende il sopravvento. Little Nemo (1905) è un esempio illuminante in quanto ebbe un successo travolgente non solo tra il pubblico dei ragazzi ma anche in quello degli adulti. L'editore che ne commissionò le strisce sul <em>New York Herald</em>, Bennet, era già celebre per aver ospitato i diari di viaggio di Henry Morton Stanley, giornalista intrepido partito alla ricerca di notizie dello scomparso dottor Livingstone nell'Africa Equatoriale. Little Nemo, oltre a portarsi nel nome un chiaro marchio verniano con tutto quel che ne consegue a proposito di evocazione, scienza divulgativa, avventura, ecc., rappresenta bene il legame tra la <em>quest</em>, che nel caso del piccolo eroe è il sogno, tanto reale da non volersi mai svegliare, e l'Oriente immaginato o vissuto attraverso tutta quella letteratura e la colonizzazione che si era affermata, ma che proprio con i due conflitti mondiali avrebbe mostrato tutte le sue rovinose debolezze. Il suo Oriente diventa una pietra miliare anche per il cartone e il disegno animato, oltre che scivolare nella pubblicità.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">In Italia, il fumetto allegato al quotidiano, per conquistare una fetta in più di lettori ammiccando ai figli dei compratori, avrebbe avuto inizio nel 1908 con le tavole del <em>Corriere dei Piccoli</em>, spesso traduzioni di originali americani, affiancati da opere di fumettisti italiani, e aventi la caratteristica di un parlato in rima sotto le vignette piuttosto che nel "fumetto".</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Alla stregua di Little Nemo e una serie infinita di eroi piccoli e grandi poi, non si contano i personaggi coraggiosi come cavalieri conquistatori e le avventure fantastiche in luoghi immaginari, favolosi/favolistici che pescano nella storia e la rivistano (il Principe Valliant, 1937), e altrettanto fanno per i paesi lontani (Tintin, 1929), di preferenza "orientali" (Il Cavaliere Ideale, 1949) o grazie a personaggi di contorno (Lothar, nelle storie di Mandrake, 1934).</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Il fumetto, come tutte le altre arti accolte nella <em>imagerie populaire</em> accompagna i soldati al fronte, sostiene nei loro giusti ideali e orgoglio i cittadini a casa a lavorare per la patria, porta avanti i concetti di Oriente favoloso in cui tutto è possibile. Notevole il fatto che durante il secondo conflitto, tutti gli eroi del fumetto finiranno al fronte in qualche modo per combattere contro i cattivi e portare avanti la propaganda alleata. Una parentesi che verrà riaperta ogni volta che storicamente ce ne sarà bisogno oppure ogni volta che i media presenteranno eventi eclatanti e sconvolgenti contro i quali nulla può la gente comune né l'immaginario controllato dai mezzi di comunicazione stessa. Quando non c'è nulla da fare contro il pericoloso "altro", entrano in azione i supereroi, come allettanti dolci gommosi e coloratissimi, a compensazione del senso di inadeguatezza, del disagio di non capire bene, della sgradevole impressione che qualcosa stia sfuggendo al controllo di tutti.</span></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11088 alignright" style="float:right;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/laracroft.jpg" alt="Lara Croft" /><span style="color:#000000;"><strong>Lara Croft</strong>, l'anima femminile di Indiana Jones, approda sui fumetti nel volgere del nuovo secolo con tutti gli "equilibri" mondiali messi in discussione, e al pari del fratellone maggiore, Indiana Jones appunto, si fregia di una sottocultura da internet, spacciata per serio studio, e va a caccia di tesori padroneggiando con disinvoltura armi e lingue morte, tenendo in pugno cattivi/terroristi con i loro stessi mezzi e la stessa superficiale e pericolosa infarinatura di storia. Lara Croft fa l'archeologa per hobby<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, nasce come razziatrice di tesori di tombe appartenenti a civiltà antiche e orientali in un videogioco che ha talmente tanto successo da finire sui fumetti prima e al cinema poi, portando avanti il <em>cliché</em> storico di chi conquista e maneggia la cultura e la storia degli altri per appropriarsi della loro anima e incasellarla secondo regole morali e culturali rassicuranti.</span></p>
<h4 style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Il fumetto italiano e l'avventura</span></h4>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Il fumetto per ragazzi sfrutta l'idea "educativa" di parlare della storia, anche contemporanea, soprattutto in Europa. Una netta distinzione che si può fare a partire almeno dagli anni '30 del XX secolo tra le due grandi scuole di fumetto, quella europea e quella americana, è basata sulla scelta delle sceneggiature ambientate nell'attualità o nella storia recente. Gli USA propendono per supereroi vincenti, benché il male sia sempre in agguato. Un'ipotesi a proposito del successo di questa forma di letteratura popolare viene forse dal non avere una mitologia propria cui attingere, di conseguenza si evidenzia la necessità vitale di crearsi un mondo fantastico autonomo ex novo, con propri dei e soprattutto eroi, tramite tra l'umano e l'inconoscibile. Di solito i supereroi divengono tali a seguito di un "caso" in cui gli effetti di esperimenti o ricerche scientifiche si sono combinati in maniera unica, irripetibile e strana, generando il mostro-eroe che acquisisce super-poteri, soffre romanticamente della sua umanità dimezzata (di solito un amore impossibile senza dover svelare il proprio segreto, che lo mette anche al riparo dalla necessità di ulteriori frequentazioni femminili); può giocare come il personaggio archetipico del briccone sia con gli umani che con i cattivi (demoni, e qua e là donne terribili); si pone dubbi amletici per mettere a posto la coscienza di chi legge; e quando il gioco si fa duro e la situazione puntualmente critica si trae d'impaccio con i super-poteri o con la fortuna, scintilla di divinità nel destino.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">In Europa invece la preferenza cade su storie verosimili o talvolta vere, sulla riduzione a fumetto o fotoromanzo di eventi di cronaca, romanzi storici, libri; dove gli eroi possono talvolta anche perdere o accettare la sconfitta. In Gran Bretagna, Francia e Italia gli eroi e i fatti di guerra hanno una loro collocazione di diritto nel fumetto, che è sempre didascalico, propagandistico, acculturante, e per tutto ciò accurato nella resa dei dettagli storici, nell'uso proprio di terminologie tecniche, nella riproduzione di macchine e divise e così via. Non a caso, in periodi prebellici o durante i conflitti, gli eroi già cari al pubblico mettevano diligentemente la divisa, o fungevano da valido supporto sventando pericolosi piani spionistici. C'è tutta una categoria di albi di guerra che occupa una grossa fetta di mercato.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Di solito, i fumettisti<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a> realizzavano tavole di supporto con la raccolta degli schizzi di espressioni di determinati personaggi, gesti, abiti, divise. Ciò valeva anche per i costumi di altri popoli, le ambientazioni storiche e geografiche, per cui a monte c'era una ricerca e una documentazione accurata - libresca e museale con tutti i limiti che ne conseguono - tuttavia ritenuta necessaria, ereditata dalla tradizione del romanzo di avventura, o del viaggio scientifico (Salgari, Stevenson e Verne sono i capostipiti incontrastati di questa tradizione). Probabilmente questo accadeva perché la maggior parte dei soggettisti veniva dal romanzo d'appendice; gli illustratori dai romanzi di avventura, dal giornalismo di cronaca, dalla tradizione del libro per ragazzi o per l'infanzia. Tutta una letteratura che almeno fino al primo dopoguerra mantenne una forte presa sul pubblico, in seguito persa in favore del fumetto, del cinema e della tv. Il fumetto, grazie all'illustrazione, costituisce una forma pionieristica di <em>fantasy</em>, che a sua volta dal romanzo illustrato, già all'inizio del XX secolo, passerà al fumetto raffinato realizzato all'aerografo, e poi al cinema; inaugurando e alimentando l'era del digitale. Ma per il successo della letteratura avventurosa in Italia, fa fede il fatto delle numerose riduzioni di classici in fumetto o fotoromanzo. Interessante in questa linea la scelta di autori quali Joseph Conrad, Jack London e Herman Melville proprio per illustrare l'avventura esotica, quella sofisticata, di pregio, adattando le loro storie per i ragazzi (penalizzandoli di solito del "pericoloso" valore introspettivo e letterario), a scopo educativo e illustrativo di quel che è l'Oriente, il mondo fuori, di quelli che dovrebbero essere gli impulsi e i pensieri di un eroe. Un Oriente che è tutto coloniale per via della documentazione e della mentalità corrente, ma che tuttavia si veste di una ricerca fiabesca interiorizzata, voluta perché necessaria ad alimentare la fantasia. Non soltanto le fantasie di cose proibite di una società costrittiva, bensì un genuino sogno di avventura non solo adolescenziale e non soltanto maschile<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>. Utile ricordare in questo gli albi a striscia, fenomeno tutto italiano, dovuto alla necessità di andare incontro a possibilità economiche veramente modeste, e alla praticità di poter essere conservati per la lettura in momenti tranquilli nella tasca posteriore dei jeans. Le avventure pubblicate in quel formato erano essenzialmente di guerra o di eroi tutti dediti alla loro vendetta personale; mai romanzi in cui vi fosse spazio per una qualunque forma di femminile, di Oriente o di avventura/romanzo che non fosse lo scontro, la conquista o la battaglia. Non a caso escono in albi a striscia certi "liberi" dell'Intrepido ad esempio, o le vicende di eroi assolutamente solitari e misogini quali Tex Willer e Blek Macigno.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">La linea avventurosa prosegue anche sui settimanali di cronaca (dove normalmente gli illustratori sono gli stessi dei fumetti), come ad esempio: <em>La Domenica del Corriere</em>, <em>Il Corriere dei Piccoli</em>, <em>Grand Hotel</em>. Dal connubio tra i mezzi espressivi delle due linee di stampa (fumetto e settimanale di cronaca) nascerà la tradizione del fotoromanzo, anch'esso in origine dedicato alla riduzione di grandi classici, in secondo luogo di storie di attualità e di costume, che tra l'altro sarà un trampolino di lancio per attori famosi di cinema e teatro.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">In tutta questa tradizione si inseriscono gli albi di guerra; che si distinguono in particolare per essere composti da storie complete (in gergo tecnico definite "liberi") al di fuori della sfera d'azione di eroi già collaudati sulle strisce a puntate. In questo, molto simili ai fotoromanzi dei primi tempi.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">I disegnatori italiani che si dedicano al fumetto, con turni di lavoro massacranti, considerando l'uscita normalmente settimanale, hanno anche altre possibilità per arrotondare. Molti, oltre che nella cronaca, disegnano per riviste scientifiche e di viaggio vere (ad esempio il celebre <em>Le Vie del Mondo</em> del Touring Club), ma soprattutto producono per enciclopedie e libri di scuola; manifesti per il cinema e cartelloni pubblicitari (fino agli anni '50 del XX secolo anche per quelli degli uomini sandwich, popolari nelle grandi città); e lavora spesso anche per disegni e cartoni animati. Questo li renderà spesso ricercati anche all'estero per la versatilità acquisita, ed è alla base della precisione delle conoscenze espresse attraverso sceneggiature e disegni proprio nel fumetto. Questa somma di capacità e spirito critico che essi metteranno insieme si potrà notare ad esempio nei liberi o nelle avventure di guerra, dove oltre alla descrizione di fatti storici (ad esempio la Guerra d'Africa per la nostra storia, fino al Viet Nam negli anni '60 e '70) l'eroica avventura civilizzatrice si stempera nella scoperta di una realtà ben diversa attraverso le disavventure dei protagonisti, che non di rado portano alla loro morte o comunque al loro sacrificio misconosciuto. A differenza del <em>cliché</em></span> che vuole l'eroe sempre vincente e sicuro di cavarsela grazie alle proprie ideologie, spesso gli eroi del fumetto di guerra italiano finiscono per avere contatti, amicizie, amori, sull'altro fronte, complicando la tradizione con un tocco di Neorealismo che li rende unici e meritevoli di immedesimazione da parte del lettore.</p>
<h4 style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">LA SCATOLA</span></h4>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Nella <em>imagerie populaire</em> un settore che pesca a piene mani nel sogno dell'Oriente è la pubblicità, grazie per esempio ai calendari e alla decorazione delle scatole per biscotti o dolci; ambiti in cui numerosi artisti di fama mondiale si cimentarono, tra cui il citato e ricercatissimo Parrish e il celeberrimo Mucha (1860-1939)<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>. La scatola di latta che permette l'esportazione anche su lunghe distanze, diventa un tramite pubblicitario formidabile per l'azienda produttrice, di conseguenza si sviluppa tutta una ricerca mirata a ottenere immagini di pregio e rassicuranti per valorizzare il prodotto. Le tecniche della litografia a colori oppure dell'applicazione di carte colorate e illustrate raggiungono alte qualità per arrivare a un sempre più vasto pubblico di consumatori. Accanto ai temi necessari a valorizzare l'azienda quali le medaglie conquistate alle esposizioni internazionali, o gli stemmi delle Real Case che utilizzavano il prodotto, la scatola ha una decorazione che deve far presa sul pubblico. Per cui accanto a bambini leziosi, trionfi di fiori o donne aggraziate, si situa tutta una tradizione che rappresenta battaglie celebri, guerre, cicli storici, conquiste scientifiche, temi d'attualità quali giubilei o sposalizi reali, e anche imprese coloniali e affascinanti quadri di vita orientali (naif, ma rigorosamente in linea con i dettami didattico scientifici).</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">La scatola di latta fa entrare la moda artistica dei tempi in cui si sviluppò (fine del XIX secolo, metà del XX) in tutte le case borghesi, così che l'Art Nouveau o il Decò, che molto hanno di orientaleggiante, divengono accessibili a tutti. In tal modo anche concetti e costruzioni mentali pretestuosamente dotte vengono diffuse, attraverso la geografia e la storia delle scatole, e contribuiscono a sottolineare il senso di giusta conquista dell'Occidente nei confronti del resto del mondo, attraverso un oggetto (la scatola da esportazione con la veste "da regalo") che è comunque un elemento concreto della conquista che si è portata e si porta avanti nelle colonie. Le scatole di latta venivano usate in origine per il trasporto via mare di ogni tipo di derrata alimentare; ben presto adottate anche dagli eserciti. La scatola quindi, negli anni in cui dilaga come praticamente l'unico contenitore capace di proteggere cibi e medicinali per lunghi spostamenti e in climi impossibili (dall'ultimo decennio del XIX secolo agli anni '60 del XX circa), è una specie di partecipazione al progresso. Non a caso in latta verranno realizzati anche i contenitori per medicinali e prodotti chimici, i <em>caddy<a name="_ftnref5" href="#_ftn5"><strong>[5]</strong></a></em> per il tè, i contenitori per il caffè, le spezie, il cacao e i sigari; tutti beni che l'Europa e gli Stati Uniti non avrebbero avuto senza la conquista coloniale.</span></p>
<h4 style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">LA CARTOLINA</span></h4>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">La cartolina, nata nella seconda metà del XIX secolo, è per l'<em>imagerie populaire</em> probabilmente il maggior mezzo espressivo, seguito forse solo dai calendari, anche in termini epocali, poiché la diffusione su vasta scala di questi ultimi avviene verso i primi due decenni del XX secolo, a scopo pubblicitario e anche spesso propagandistico.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Grandi case produttrici con clientela internazionale sviluppano il mercato della cartolina grazie alla ricerca di disegnatori o fotografie adeguati e l'accurata selezione di soggetti in voga o comunque attraenti (a fianco di ordinativi per conto terzi). La diffusione è capillare, l'oggetto in sé ha prezzi ragionevoli che lo rendono collezionabile da subito, e ne fanno nascere anche la vendita per corrispondenza per quanto concerne le serie particolarmente pregiate.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">L'Italia è da subito e per sempre fra i maggiori produttori - sia per il mercato interno che straniero - ma anche tra i maggiori importatori di cartoline. E' da notare la vasta diffusione di cartoline prodotte anche all'estero con paesaggi e  scene italiani, </span><img class="alignleft alignnone size-full wp-image-11089" style="float:left;" src="http://antoniogenna.wordpress.com/files/2008/04/westoestlicherdivan.jpg" alt="Goethe, \&#34;West-östliche Divan\&#34;" width="170" height="274" /><span style="color:#000000;">strascichi della tradizione del <em>Grand Tour</em>, realizzato quasi per dovere dai grandi geni del passato; si pensi a <strong>Goethe</strong>, alla sua passione per l'Oriente materializzata nel <em>West-östliche Divan</em>. La moda del viaggio in Italia, propaggine mediterranea verso l'Oriente, baluardo di eccelse tradizioni artistiche del passato tocca anche gli illustratori, come era accaduto per Parrish. La tradizione aveva avuto a supporto anche la produzione di stampe europea e in particolare, dal ‘700 in poi l'acquerello - soprattutto britannico - fonte a sua volta di produzioni litografiche. Il paesaggio italiano, autentico o immaginato, è il tocco d'Oriente a portata di mano appena oltre le Alpi. A differenza dell'Oriente vero, raggiungere l'Italia e il suo esotismo è facile, soprattutto per via di terra.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">I soggetti della cartolina sono, in origine, i paesaggi dei luoghi visitati, ma ben presto il quadratino di cartone - talvolta pregiato - diventa un potente mezzo pubblicitario e di propaganda; per far vedere materialmente o ispirare ciò che i poteri costituiti del tempo vogliono diffondere.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">La cartolina arriva da lontano, così come lontano è l'Oriente, la colonia, il luogo dell'avventura costruttiva, della guerra civilizzatrice nell'ottica della conquista del benessere. Concetto quest'ultimo che in Occidente non viene mai messo in discussione poiché si crea l'idea che il benessere nostro sia di rimbalzo anche quello degli altri. Se l'Occidente progredisce grazie agli scambi, l'Oriente - pur se "necessariamente" un gradino indietro - non può non raccogliere gli stessi frutti.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">La cartolina diventa tranquillamente una finestra sull'immaginario, sul fantastico, sul proibito, sul possibile, sul sogno, sul desiderio. Basti vedere ad esempio il successo che ancora hanno le cartoline con riproduzioni di stampe di ambientazione antica o esotica, di cui un bell'esempio è stata l'opera di David Roberts (1796-1864)<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Ci saranno quindi le cartoline romantiche per un pubblico femminile, con languidi abbracci, interni con "le buone cose di pessimo gusto" che vorrebbero essere pregiate perché spesso richiamano una ridondanza tutta civettuolamente "orientale" che solo le famiglie abbienti possono permettersi; parallelamente a quelle di nudi femminili. Nudi realizzati nella maggior parte dei casi da fotografi di provincia che ricalcano le immagini popolari dei disegnatori in voga, per cui si individuano chiaramente i sogni cui avevano dato corpo Tadema<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a> o Parrish, si spogliano le bellezze fatate che Mucha aveva dovuto inguantare in veli che non lasciavano nulla all'immaginazione. Sembra materialmente a portata di mano un'opulenza immota e disponibile da harem che ricorda Ingres, o gli Orientalisti<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a> francesi o  i Preraffaelliti<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a> inglesi nel florilegio di materiali pregiati e nell'esplosione di colori in cui anche la natura sembra alterità.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Le cose non cambiano col trascorrere del tempo se si pensa alla diffusione delle <em>pin-up</em> negli anni '40 e '50.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;">Accanto a queste c'è da segnalare tutta una tradizione sotterranea di nudo maschile che lascia tracce nella foto oltre che nell'arte degli illustratori; raramente viene pubblicato se non in tirature estremamente limita