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	<title>le-altre &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/le-altre/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "le-altre"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 16:25:14 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[La forza delle bloggers nel mondo...]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=1060</link>
<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 21:24:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ricordate il post che scrissi lo scorso mese sulla blogger cubana (dissidente) Yoani Sanchez? Beh, s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/05/yoani_sanchez.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-930" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/05/yoani_sanchez.gif" alt="" width="206" height="162" /></a>Ricordate <strong><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/2008/05/18/cuba-la-nostra-blogger-allavana/" target="_blank">il post</a></strong> che scrissi lo scorso mese sulla blogger cubana (dissidente) Yoani Sanchez? Beh, stamattina l'ho ritrovata sulla prima pagina di "Repubblica online" e compare come "la ragazza che sfida il regime". Accanto a <a href="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/esteri/cuba-castro/blogger-sanchez/blogger-sanchez.html" target="_blank">parti del suo blog tradotte</a> e pubblicate dal quotidiano romano, c'è l'<a href="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/esteri/cuba-castro/blogger-ciai/blogger-ciai.html" target="_blank">articolo</a> di Omero Ciai che la definisce una "dissidente" totalmente nuova. "(Yoani) non attacca il regime, semplicemente lo racconta. Non insulta, non si agita, non risponde alle critiche. Raramente nei suoi post si parla di politica. Piuttosto c'è la vita normale, quella di tutti i giorni dove le angherie e i divieti del regime colpiscono direttamente nella carne: individui concreti, non idee astratte. Così nei suoi post ci sono i "palombari", ossia quelli che frugano nella spazzatura e vengono arrestati perché danno una cattiva immagine della città; e ci sono i cubani non residenti nella capitale che cercano marito - o moglie - per ottenere il permesso di trasferirsi all'Avana".</p>
<p>Secondo Ciai i corrispondenti esteri all'Avana pagherebbero per poter scrivere un post come quelli del blog di Yoani Sánchez: "Ma non possono farlo perché perderebbero il permesso di risiedere sull'isola. Yoani invece è libera di raccontarci la sua Cuba. Prima della rete uno scrittore dissidente doveva lasciare l'isola per farsi ascoltare. Oggi, finché non lo arrestano, può farlo in diretta. La forza di Yoani Sánchez è tutta qui".</p>
<p>Già, aggiungo io. La forza delle e dei bloggers nel mondo è tutta qui. Ma non è poco.</p>
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</item>
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<title><![CDATA[Yoani: la nostra blogger all'Avana]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=929</link>
<pubDate>Sun, 18 May 2008 17:09:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Da quando, mesi fa, Anna Masera nel suo blog sulla &#8220;Stampa&#8221; Web Notes ha raccontato la s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/05/yoani_sanchez.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-930" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/05/yoani_sanchez.gif" alt="" width="160" height="126" /></a>Da quando, mesi fa, Anna Masera nel suo blog sulla "Stampa"<strong> <em><a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=2">Web Notes</a></em> </strong>ha raccontato la storia di <strong><a href="http://desdecuba.com/generaciony/?page_id=184">Yoani Sanchez</a></strong>, la blogger cubana oscurata dalla censura, ho iniziato a seguire le vicende di questa 32enne caraibica, sempre meno filologa e sempre più webmaster, e di "<strong><em><a href="http://www.desdecuba.com/generaciony/">Generation Y</a></em></strong>", il suo popolarissimo blog (che, nel frattempo, ha anche vinto un prestigioso premio - <em>L'Ortega Y Gasset</em> per il giornalismo digitale -).</p>
<p>Ecco una reale fonte alternativa di notizie, mi sono detta, su un'isola magica che visitai a lungo diverso tempo fa - quando ancora turisti occidentali e tour operator erano pochini e così le strutture d'accoglienza, ma il calore della gente e il fascino della cultura intatti -, da anni stretta in un regime che ne limita la libertà di espressione. La giovane blogger si è guadagnata un ampio pubblico (sembra che siano oltre un milione gli accessi mensili al sito) parlando proprio della sua vita quotidiana e descrivendo con uno stile graffiante e ironico le difficoltà economiche e le limitazioni politiche del suo Paese.</p>
<p>Quando a febbraio le autorità cercarono di bloccarla lei rispose così: «Anonimi censori del nostro famelico cyberspazio hanno voluto chiudermi nella stanza, spegnermi la luce e non lasciar entrare gli amici. Questo, convertito nel linguaggio della rete, vuole dire bloccarmi il sito, filtrare la mia pagina, in sostanza, limitare il blog affinchè i miei amici non possano accedervi... Comunque il tentativo di repressione è così inutile che fa pena ed è così facile da schivare che possiamo quasi considerarlo un incentivo a sviluppare l’attività<span style="font-family:Georgia;color:#606163;">». <span style="font-family:'Lucida Grande';color:#000000;">Vale un viaggio nell'ingegno femminile made in Cuba!</span></span></p>
<p>(<em>Testo: </em><em>Marina Misiti</em>)</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Sulla vetta del Makalu (8462 m)]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=911</link>
<pubDate>Tue, 13 May 2008 21:58:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Suona il cellulare e sullo schermo compare il numero del mittente: le iniziali sono 0088 e un’altr]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/05/salewa-castagna-sportitaly.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-912" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/05/salewa-castagna-sportitaly.jpg" alt="" width="215" height="250" /></a>Suona il cellulare e sullo schermo compare il numero del mittente: le iniziali sono 0088 e un’altra lunga fila di numeri, quindi si tratta di un telefono satellitare. “Ciao sono <strong><a href="http://www.elgrio.net/ElGrio.htm">Cristina Castagna</a></strong>, ti chiamo per dirti che ieri mattina ho raggiunto la cima del <strong>Makalu</strong> e sono la prima donna italiana ad averlo fatto”. Inizia così la breve telefonata che l’alpinista vicentina ha fatto per confermare la sua impresa. Ecco cosa mi hanno scritto ieri dall'ufficio stampa di <a href="http://www.salewa.it/it/5/71/template_home.html">Salewa</a>, storico marchio di attrezzature da montagna di cui Cristina è <em>testimonial</em>. "Partita poco dopo la mezzanotte dall’ultimo campo in compagnia di Giampaolo Casarotto, ma per tutti “Gandalf”, la trentunenne alpinista ha raggiunto gli 8.462 metri del Makalu alle 11 locali, nel cuore di una splendida mattina di sole, ma estremamente fredda. Infatti a causa delle basse temperature Cristina ha accusato un principio di congelamento ai piedi, ma a suo dire “sotto controllo”. Gli ultimi metri dell’ascesa <strong><em>El Grio</em></strong> - il soprannome che suo padre le ha dato perché sin da bambina saltava come un grillo - li ha percorsi in compagnia di due scalatori brasiliani “ma loro con le bombole di ossigeno, io no!” ha commentato lapidaria Cristina. La breve telefonata si è chiusa con l’informazione che il compagno di avventura, Gianpaolo Casarotto, è giunto in cima due ore prima di lei “….ma solo perché non si è fermato a fare a colazione”. Intanto qui nel suo <strong><a href="http://www.elgrio.net/">sito</a></strong> si possono leggere i resoconti giornalieri della sua impresa e ben presto visitare anche una ricca photo gallery.</p>
<p>La spedizione di <strong>Cristina Castagna</strong> era partita dall’Italia il 31 marzo scorso per conquistare la vetta che sta a metà tra il <strong>Tibet </strong>e il <strong>Nepal</strong>. Il Makalu è la quinta montagna più alta della Terra ed è entrata nel mirino della giovane alpinista veneta che potrebbe così diventare l’unica donna italiana ad aver conquistato il “Grande Nero”, così chiamato dai tibetani per via delle rocce scure che lo compongono. Cristina Castagna dal 2003 interpreta la propria passione alpinistica con grande professionalità, pur mantenendo l’impiego a tempo pieno come infermiera al Pronto Soccorso di Vicenza, in provincia di Vicenza".</p>
<p>(<em>Fonte: </em><a href="http://www.ldlcom.it/"><em>uff. stampa Salewa</em></a>)</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Tibet: che fine ha fatto la musicista e blogger Jamyang Kyi?]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=894</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 19:03:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Jamyang Kyi, nota scrittrice e musicista tibetana (nonché blogger), potrebbe essere vittima di spar]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jamyang_Kyi">Jamyang Kyi</a></strong>, nota scrittrice e musicista <strong>tibetana</strong> (nonché blogger), potrebbe essere vittima di sparizione forzata: se così fosse, si troverebbe a rischio di tortura o altri maltrattamenti e la sua vita potrebbe essere in pericolo, secondo quanto mi scrive  Paola Nigrelli - dell'ufficio stampa di <em>Amnesty International</em> -, che conosco da anni per motivi di lavoro e che mi ha appena inviato questo comunicato.</p>
<p>Sembra infatti che il 1° aprile 2008 <strong>Jamyang Kyi</strong>, che lavora come produttrice televisiva per i programmi in lingua tibetana della sede della tv pubblica di Qinghai, sia stata portata via dal suo ufficio a Xining, nella provincia di Qinghai, da agenti della sicurezza in abiti civili. Inizialmente detenuta presso l’Ufficio della sicurezza pubblica di Xining, è stata trasferita, il 4 o 5 aprile, in una località sconosciuta. Nei suoi confronti non è stata emessa alcuna accusa formale.</p>
<p style="text-align:center;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/pmhfAe4cbKA'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/pmhfAe4cbKA&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p>Fino al 7 aprile <strong>Jamyang Kyi</strong> è riuscita a mantenersi in contatto con la famiglia attraverso il suo telefono cellulare. Da quel giorno, l’apparecchio risulta spento. Durante due perquisizioni nella sua casa, gli agenti di polizia avrebbero confiscato il suo computer e altri effetti personali.</p>
<p><strong>Jamyang Kyi</strong> è molto conosciuta tra i tibetani come scrittrice sulle tematiche femminili e come musicista. Ha pubblicato tre album che uniscono il pop alla musica tradizionale tibetana e nel 2006 ha girato gli Stati Uniti tenendo concerti e discorsi pubblici. Il suo <a href="www.tibetabc.cn/user1/jamyangkyi/index.html "><strong>blog</strong></a> è molto famoso tra i giovani tibetani, sebbene non sia stato più aggiornato da diversi mesi prima della sua sparizione. Questa è la prima volta che<strong> Jamyang Kyi</strong> è stata arrestata. Per firmare l'appello andate sul <strong><a href="http://www.amnesty.it/appelli/azioni_urgenti/Cina_117?page=azioni_urgenti">sito di Amnesty</a></strong></p>
<p>(<em>Fonte: Paola Nigrelli, </em><a href="http://www.amnesty.it/home/index.html"><em>Amnesty</em>)</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dalla Spagna, una ministra 2.0]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=864</link>
<pubDate>Sat, 03 May 2008 21:47:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;avevano soprannominata la Ministra 2.0 per la sua passione per i blog, youtube e Internet e ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/bibiana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-865" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/bibiana.jpg" alt="" width="199" height="147" /></a>L'avevano soprannominata la <strong>Ministra 2.0</strong> per la sua passione per i blog, youtube e Internet e a <strong>Bibiana Aido</strong>, fresca Ministra dell'Uguaglianza del Governo di José Luis Rodriguez <strong>Zapatero</strong>, è piaciuto. Da quando è stata nominata Ministro, un paio di settimane fa, gli internauti spagnoli aspettavano con impazienza l'aggiornamento di <a href="http://bibianaaido.wordpress.com/" target="_blank"><em><strong>Amanece en Cádiz</strong></em>, il suo blog</a>. In un solo giorno, quello della nomina, aveva ricevuto oltre 35mile visite e oggi viaggia intorno alle 180mila dalla fondazione, avvenuta a febbraio (prima della nomina a ministro si aggirava intorno ai 30mila ingressi). C'erano già state le prime critiche perché Bibiana, visto il nuovo ruolo, trascurava la passione per Internet. Ma il 20 aprile lei si è rifatta viva. Ha ringraziato per il sostegno e l'entusiasmo e ha promesso che sarà una Ministra 2.0: "Posterò con minore frequenza, dato il poco tempo che ho da dedicare al blog. Ma rimarrà aperto e senza trappole. Sarebbe stato facile mantenere un blog per interposta persona, ma non è il mio modo di fare le cose. Mi sarà impossibile rispondere a tutti i commenti, ma farò uno sforzo per leggerli tutti e rifletterci su. Di nuovo grazie. Sì, mi cambia la vita essere ministro. Sarò, come ho letto da qualche parte, un ministro 2.0. Un ministro vicino al prossimo, che lotterà con tutte le proprie forze per l'uguaglianza. Mi cambierà la vita, ma varrà la pena se otterrò il cambio di vita di molte donne e molti uomini. Per me la politica e l'impegno sono questo". <br />
<a href="http://bibianaaido.wordpress.com/2008/04/20/la-ministra-20/" target="_blank">Ha pubblicato poi il suo discorso</a> di insediamento al Ministero, commentato da 84 persone. La cosa bella è che molti commenti sono di uomini, giovani e meno giovani, tutti appoggiano con attenzione e convinzione il lavoro che aspetta Aido, cambiare la mentalità machista di molti settori della società spagnola. Molti celebrano i suoi 31 anni, che riempiono di ottimismo i coetanei circa la possibilità delle giovani generazioni di incidere davvero sul futuro di <strong>Spagna</strong>...  (l<em>eggi tutto su: </em><a href="http://rottasudovest.blog.lastampa.it/rotta_a_sud_ovest/2008/04/sar-una-ministr.html"><em>Rotta a sud Ovest</em></a>)</p>
<p> </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Sudan: da rifugiata a top-model]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=841</link>
<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 21:55:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Potrebbe essere una favola di quelle che iniziano con il classico “C’era una volta” e si concl]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/alek-wek.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-842" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/alek-wek.jpg" alt="" width="180" height="270" /></a>Potrebbe essere una favola di quelle che iniziano con il classico “C’era una volta” e si concludono con “e vissero felici e contenti” la storia della ragazza dinka, oggi modella di successo, <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Alek_Wek">Alek Wek</a></strong>. Potrebbe ma non lo è. Perché per una fiaba che sboccia dal cuore di una guerra – quella del <strong>Sudan</strong> – ci sono tantissime altre storie che rimarranno per sempre racconti tragici di vite sconosciute. Se si tiene conto di questo, le vicende di <strong>Alek Wek</strong> non appaiono più tinte di rosa. La favola in qualche modo svanisce, per trasformarsi nella testimonianza di chi, senza neanche sapere bene come sia potuto accadere, ce l’ha fatta. Ma così come accade per tutte quelle personalità che arrivano da mondi difficili o da quartieri degradati, la testimonianza di questa <em><strong>dinka</strong></em> che riesce a emergere dal proprio mondo è sempre e comunque un messaggio di speranza.<br />
<strong> Alek Wek</strong> ha soli 8 anni quando la guerra travolge la sua terra e la sua infanzia. Mentre con la famiglia fugge dai guerriglieri, dal caldo bruciante del deserto e dagli animali selvatici che popolano la foresta, non immagina che il futuro le riservi un cammino tanto diverso da quello della gente che la circonda. Un percorso lungo nel quale la fierezza e l’orgoglio della sua etnia torneranno sempre a indicarle la direzione giusta da seguire.</p>
<p>Da <strong>Wau</strong> a <strong>Khartoum</strong>, dai villaggi africani all’aereo che la porta dalla sorella a <strong>Londra</strong>, questa ragazzina scopre pian piano quello che le riserva il futuro, senza mai esserne travolta, senza mai dimenticare le proprie radici e gli insegnamenti degli amati genitori. <strong>Alek Wek</strong> nasce il 16 aprile del 1977, settima di nove figli. Il suo nome significa “mucca nera chiazzata” e rappresenta una delle razze bovine più apprezzate del suo paese, oltre che ad essere un simbolo di fortuna per il popolo dinka. Un buon auspicio che diventerà realtà nella vita della futura modella.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/alekwek2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-843" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/alekwek2.jpg" alt="" width="220" height="252" /></a></p>
<p>L’educazione che <strong>Alek</strong> riceve dalla sua famiglia è insolita. I genitori rifiutano il matrimonio combinato e la poligamia, le cicatrici rituali e l’infibulazione, la sottomissione dei propri figli e delle donne. Insegnano ai piccoli <strong>Wek</strong> altri valori: la dignità, il rispetto di sé e la modestia. Valori che torneranno nei momenti difficili e in quelli in cui sarebbe facile per <strong>Alek</strong> lasciarsi travolgere dalla smania del successo e della bella vita del mondo della moda. La fame patita e la ricchezza mai avuta fanno apprezzare a questa ragazza africana tutto quello che arriva in più e che lei vive come una condizione sempre precaria, per non abituarsi all’avere e per “mantenere sempre la giusta prospettiva”.</p>
<p><strong>Alek</strong> sin dai primi mesi di vita è affetta da una grave forma di psoriasi. Le lesioni cutanee sparse in tutto il corpo sono spesso motivo di scherno. I tentativi di guarigione, che vanno dalla medicina locale alla stregoneria, non portano mai a niente, solo il clima londinese la guarirà definitivamente. Ma l’essere vissuta per buona parte della giovinezza imbruttita da questa malattia la farà crescere con poca considerazione verso la bellezza fisica. “Per tanti anni sono sembrata un mostro. Penso che questo mi abbia insegnato a non prendere troppo sul serio la bellezza. Giudicare qualcuno solo in base all’aspetto non è molto significativo, ho imparato invece che la bellezza è un concetto molto più profondo. Per gran parte della mia infanzia sono stata brutta, poi la mia pelle è guarita e la gente ha pensato di me esattamente l’opposto, nonostante fossi sempre la stessa persona”.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/awek.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-844" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/awek.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p>Il suo esordio nel mondo della moda non è facile. In un tempo dove sono ancora poche le modelle di colore, l’essere nera la fa sentire da principio “come un animale in mostra allo zoo”. I giornalisti le fanno domande scontate, definendola gazzella, pantera ed esotica. Tutto insomma, pur di non dire “nera”. Inventano che è stata scoperta nella savana, proprio come un animale, proprio come se – è lei stessa a raccontarlo –  “africana fosse sinonimo di primitiva”. Il successo non arriva subito, la moda deve “abituarsi” al nero, all’osare un’immagine di donna fino a quel momento inusuale. “Ero un’africana nera e i pubblicitari non pensavano che i consumatori potessero identificarsi nella mia immagine”. Ancora le riviste di moda devono “rompere la barriera del colore” in prima pagina.</p>
<p>Il tempo passa e la bellezza di <strong>Alek</strong> comincia ad affermarsi, viene nominata “modella dell’anno” dalla rivista <strong>i-D</strong> e una delle “50 persone più belle del mondo” da <strong>People</strong>.... (<em>leggi tutto su </em><a href="http://www.combonifem.it/articolo.aspx?a=347&#38;t=P"><em>Combonifem</em></a>)</p>
<p> </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un viaggio mistico con Natuzza]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=801</link>
<pubDate>Thu, 24 Apr 2008 21:58:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
<guid>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=801</guid>
<description><![CDATA[

 Poterla incontrare e intervistare è già stato di per sé un piccolo miracolo e una grande felic]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<ul>
<li> Poterla incontrare e intervistare è già stato di per sé un piccolo miracolo e una grande felicità: da anni infatti <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Natuzza_Evolo">Natuzza Evolo</a></strong>, la mistica più famosa d'Italia insieme a Padre Pio, riceve sempre meno per via della salute cagionevole. “Se vieni in questo periodo non potrò comunicare con il tuo angelo custode” mi aveva però avvertita per telefono. Né di Quaresima, né di venerdì e soprattutto mai durante la Settimana Santa. Eppure sono quelli i momenti delle stigmate per Natuzza. E io volevo vederle da vicino. Sono i giorni in cui il sangue le trasuda dalle piaghe e fino alla domenica di Pasqua i dolori corporali non danno tregua, facendole rivivere tutte le tappe della settimana di Passione.</li>
</ul>
<ul>
<li><span>Le stigmate (dal greco <em>stigma</em></span><span>, che vuol dire marchio) sono tra i misteri più antichi della religione cristiana. Queste piaghe simili a quelle inflitte a Gesù prima e durante la crocifissione, considerate segni divini, sono comparse dall’inizio del Cristianesimo a circa 350 persone (più di due terzi sono donne) tra cui San Francesco d’Assisi, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila e Santa Veronica Giuliani. Nel secolo scorso le stigmate comparvero a Gemma Galgani, anche lei santificata e in tempi recenti a padre Pio (oggi San Pio da Pietrelcina) e a <strong><a href="http://www.fondazionenatuzza.it/">Natuzza Evolo</a></strong>, appunto.</span></li>
</ul>
<ul>
<li><span>Colloqui con i defunti, bilocazione, visioni della Madonna, emografie: facile di fronte a questi eventi scivolare nel sensazionalismo. Comprensibile allora la sua naturale ritrosia verso certa stampa e tivù italiana che spesso, in questi anni, ha presentato il “fenomeno Natuzza” in chiave miracolistica, finendo per offuscarne quasi la persona e l’opera. Il settimanale su cui ho scritto per anni, era molto interessato a un'intervista e tutti erano entusiasti della proposta. Detto fatto. Ho preso un treno per la Calabria e mi sono presentata a Paravati: sono felice e onorata che abbia accettato di ricevermi. Riporto qui alcuni stralci di quella lunga e intensa chiacchierata...</span></li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/paravati.jpg"> </a></div>
<div style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/paravati.jpg"><img class="size-full wp-image-818 aligncenter" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/paravati.jpg" alt="" width="400" height="304" /></a></div>
<ul>
<li><span>L’appuntamento è per un sabato mattina alle dieci nella sua casa di <strong>Paravati</strong>. Su una collina di uliveti, ai margini della strada statale 18, con l’Aspromonte all’orizzonte e Mileto a meno di un chilometro, sorge questa piccola Lourdes della <strong>Calabria</strong>. E’ un territorio che è stato abitato per secoli da eremiti e monaci orientali, quello in cui è nata e vive ancora oggi la mistica calabrese. Fortunata Evolo per gli uffici dell’anagrafe, “Natuzza la Santa” per la gente che in tutto il mondo la venera. Milioni i pellegrini che per decenni si sono spinti fino al cuore di questo lembo di terra che divide due mari, in una regione sospesa tra oriente e occidente, tra spinte innovative e mentalità tradizionale.</span></li>
</ul>
<ul>
<li><span>Il cancello aperto delimita un complesso di case basse, di colore giallo chiaro, ristrutturato di recente. “E’ qui che sono nata il 23 agosto del 1924, in una di queste casette e cinque anni fa, insieme a mio marito, sono tornata a viverci. Non è stata una scelta casuale, però: il mio angelo custode, un giorno, mi ha indicato esattamente il luogo. E nello spiazzo qui di fronte, in fondo a quella strada che si chiama Viale della Salvezza, mi ha detto che dovrà sorgere una grande chiesa in pietra per accogliere tutti i bisognosi”, mi dirà più tardi Natuzza. All’interno della casa mi colpisce la semplicità degli arredi, l’ordine che regna e la luce riflessa dalle pareti chiare. Al secondo piano, in una stanzetta con il tetto spiovente sono sistemate tre sedie e un tavolinetto nero: è lì sopra che Natuzza si siede quando arriva. Il sorriso dolcissimo e lo sguardo sereno contrastano con l’ansimare dolente della voce. Sofferente di cuore e visibilmente affaticata, non si tira però indietro: “Sento dolore, certo, soffro molto in questi giorni ma solo fisicamente, vedi? – dice usando il tu come se ci conoscessimo da sempre. E mi sembra davvero di conoscerla da sempre - Psicologicamente sto bene, mi sento ottimista: chi ha Dio possiede la gioia, Marina”.<em></em></span></li>
</ul>
<ul>
<li><span><em>Da dove cominciamo Natuzza?</em> “Dall’inizio. Avevo sei, sette anni, mai un giorno di scuola, una famiglia poverissima, un padre lontano emigrato in Argentina e già un segreto enorme da custodire: le prime macchie di sangue comparse sui piedi. Non capii subito cosa mi stesse accadendo, così andai dal ciabattino a dirgli che forse mi era entrato un chiodo sotto la suola delle scarpe, ma lui non trovò nulla. Da allora cercai di tenere le piaghe nascoste, solo mio nonno ne venne a conoscenza. Mantenni il segreto anche con la famiglia dell’avvocato Colloca dove andai a servizio a 14 anni”. <em>Finché non divenne evidente…</em> Annuisce a capo chino guardandosi le lesioni insanguinate ai piedi: due fori su ogni caviglia. Sulle ginocchia, invece, si intravedono dei “disegni” a sangue di una precisione incredibile. Le stigmate sui polsi però, soprattutto quelle a forma di croce della mano sinistra, sono coperte dalle maniche del vestito. Intuendo la mia richiesta, Natuzza scopre un po’ le braccia e svela quel sangue rosso scuro rappreso e il simbolo sacro che disegna.</span></li>
</ul>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/hES4Z5bXh70'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/hES4Z5bXh70&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:center;"><em>(Estratto dal documentario "Natuzza Evolo di Paravati", di Luigi M. Lombardi-Satriani e Maricla Boggio (1985). Video: <a href="http://it.youtube.com/user/robdean80">robdean80)</a></em></p>
<ul>
<li><em>Un mistero per tutti coloro che hanno cercato di spiegarlo (molti antropologi ci si sono cimentati - vedi video sopra -), ma non per lei: è giovanissima quando ha le prime visioni di Gesù, della Madonna e dei defunti. Per questa medianità particolare verrà sottoposta anche agli esorcismi da alcuni sacerdoti nella vicina cattedrale di Mileto...</em> “A 16 anni mi condussero dal vescovo di Mileto e poi mi chiusero in una casa di cura mentale a Reggio Calabria, dove rimasi un paio di mesi. Mi fecero tante domande e alla fine dissero che ero “isterica” e che tutto si sarebbe risolto dopo il matrimonio, o con l’arrivo dei figli. Dentro di me sapevo bene che non ero io a concentrarmi e a spurgare sangue, era Gesù che decideva di me”.<em></em></li>
</ul>
<ul>
<li><em>Lei però ha avuto una vita “normale”: a 19 anni si è sposata con Pasquale Nicolace, un falegname del suo paese, con il quale ha avuto cinque figli e oggi ha nipoti e pronipoti. Come ha potuto conciliare le sue doti eccezionali con la vita di tutti i giorni?</em> “Confesso che all’inizio non volevo sposarmi, anzi. Pensavo che mi sarei fatta suora: mi erano già apparsi S. Francesco di Paola, la Madonna, cadevo spesso in uno stato di trance, perdevo i sensi e udivo le voci dei defunti. Volevo dedicarmi a Dio. Invece mi hanno quasi costretta al matrimonio e alla fine anche Gesù è apparso per rassicurarmi: curerai la tua famiglia e anche il resto del mondo, mi disse, così potrai essere utile ancora di più. Mio marito e i miei figli hanno sempre compreso che dovevo condividere il dono che avevo ricevuto. Gli dicevo: sono madre di tutti, non sono solo mamma vostra. Presto aprire la porta alla gente è diventato un fatto normale: i più piccoli a volte prendevano il biberon da altre donne, mentre io parlavo con i bisognosi”.<em></em></li>
</ul>
<ul>
<li><em>Come gestiva il suo tempo? Non dev'essere stato facile conciliare tutto questo nella vita quotidiana. </em> “Andavo a letto a mezzanotte, dormivo quattro ore, poi mi svegliavo per preparare il necessario ai miei figli. Dopo, per tutta la giornata, ricevevo le persone”. La ragazza è diventata una signora di ottant’anni, circa, i figli sono cresciuti, “tutti diplomati e sposati”, mi dice con orgoglio, ma il pellegrinaggio alla sua modesta abitazione è continuato fino a poco tempo fa. Dalla mattina alla sera sono passate di qui anche trecento persone al giorno con problemi psicologici, spirituali, fisici, materiali. Ore intere dedicate agli altri, senza mai accettare ricompense, senza un lamento o un attimo di cedimento. Numerose le persone che hanno acquisito una fiducia incrollabile nelle sue capacità curative. “Io non faccio miracoli, ripeto soltanto le cose che mi suggerisce l’angelo custode” sostiene con umiltà. Inutile dirle che le sue diagnosi mediche hanno avuto innumerevoli riscontri in questi anni. <em>E com’è l’Angelo, Natuzza?</em> “E’ come un bambino di 8-9 anni con i piedi sollevati da terra che ci sta accanto”.</li>
</ul>
<ul>
<li>Ma è la comunicazione con i defunti che spinge centinaia di persone al giorno a consultarla. Ognuno porta foto dei propri cari affiché possa riconoscerli incontrandoli nei suoi “viaggi spirituali”, e in genere la mistica di Paravati viene “visitata” da questi defunti che lasciano messaggi per i parenti. E’ lei il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Una possibilità per recuperare il rapporto interrotto, si direbbe in antropologia. Accanto alle emografie (i disegni col sangue impressi sui fazzoletti), alle stigmate e alla trance, la comunicazione con i morti è stato uno dei “misteri” più seguiti dai telespettatori italiani: in più occasioni ha tenuto incollati al video milioni di persone.</li>
</ul>
<ul>
<li>Negli anni ‘50-’60 qui arrivarono studiosi da tutto il mondo per assistere ai suoi stati di trance e testimoniare dei diversi idiomi in cui si esprimeva in quei momenti. “Ma è dal ’56 che non cado più in trance”, chiarisce Natuzza oggi. <em>E come accadeva?</em> “Non lo so: io ripetevo quello che mi diceva l’angelo, rispondevo al mio interlocutore nella sua lingua, per farmi capire. Tutto qui”, dice con semplicità. Si definisce “una pietra scartata” questa donna umile e spirituale, che ha dedicato tutta l’esistenza agli altri. Nell’87, con il contributo di molti, è riuscita a dar vita a un progetto di assistenza sociale e spirituale per giovani, handicappati e anziani che insieme alla chiesa costituisce un vero e proprio “rifugio per le anime”, futuro luogo di incontro anche per quelle centinaia di migliaia di pellegrini che per alcune festività mariane, a maggio, a giugno e a novembre, arrivano fin qui per renderle omaggio, avvicinarla e pregare insieme. Ha costituito anche dei <strong>Cenacoli di preghiera</strong>, questa donna dalla vita nascosta e modesta, e allo stesso tempo così straordinaria. Nella sua casa-rifugio vivono già diverse persone anziane e alcuni inservienti. Quando la chiamano dal piano di sotto <strong>Natuzza Evolo</strong> la veggente, la mistica di Paravati torna ad essere solo una persona normale: “Si è fatto tardi, Marina. Ora vado a preparare il pranzo”, mi dice. Impari così che da queste parti eccezionalità può tranquillamente fare rima con quotidianità. </li>
</ul>
<div style="text-align:center;">(testo: Marina Misiti)</div>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Zainab sospesa tra due mondi]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=619</link>
<pubDate>Thu, 03 Apr 2008 21:00:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fin da ragazzina si sentiva una femminista: musulmana, capelli cortissimi e aspetto da modella, oggi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Fin da ragazzina si sentiva una femminista: musulmana, capelli cortissimi e aspetto da modella, oggi <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Zainab_Salbi"><span style="font-weight:bold;">Zainab Salbi</span></a> è ospite fissa di trasmissioni tivù come quella di Oprah Winfrey e ha vinto molti premi tra cui quello della rivista <span style="font-style:italic;">Forbes</span>. Ma la sua attenzione verso le donne in difficoltà parte da molto lontano, da quell’infanzia e adolescenza vissute in <span style="font-weight:bold;">Iraq</span> all’ombra del temibile Saddam.</p>
<p style="text-align:center;"> <span style="font-family:'Lucida Grande';font-size:10px;line-height:normal;white-space:pre;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/g78oC1jo7dI'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/g78oC1jo7dI&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></span></p>
<p style="text-align:center;">(<em>Video:  </em><a href="http://it.youtube.com/user/WomenforWomenIntl"><em>WomenforWomenIntl</em>)</a></p>
<p>Si definisce una donna in bilico, ma in realtà a soli 23 anni, da sola, esule negli <span style="font-weight:bold;">Stati Uniti</span>, ha fondato un’organizzazione umanitaria no-profit, <a href="http://www.womenforwomen.org/"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Women for Women International</span></span></a><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">,</span></span> che in tredici anni si è occupata di oltre 50.000 donne sopravvissute alle guerre, distribuendo 24 milioni di dollari in aiuti diretti e prestiti in Paesi come <span style="font-weight:bold;">Croazia, Bosnia, Rwanda, Kosovo, Bangladesh, Nigeria, Colombia, Pakistan, Afghanistan, Iraq, Congo</span> e ora <span style="font-weight:bold;">Sudan</span>. Per raccogliere tutti questi fondi ha avuto un’idea semplice ma geniale: mettere in contatto diretto donatrici e vittime. Una specie di adozione umanitaria che ha avuto grande successo.</p>
<p style="text-align:center;"> <span style="font-family:'Lucida Grande';font-size:10px;line-height:normal;white-space:pre;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/PD6BxE_nLrQ'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/PD6BxE_nLrQ&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></span></p>
<p style="text-align:center;">(<em>Video:  </em><a href="http://it.youtube.com/user/WomenforWomenIntl"><em>WomenforWomenIntl</em>)</a></p>
<p>Per <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Time Magazine</span></span> è stata l’“innovatrice del mese”. Nel ’95 il presidente Clinton la premiò alla Casa Bianca. Tempo fa la rivista della Mondadori "<span style="font-style:italic;">Per me</span>" mi chiese di intervistarla, eccone alcune parti:</p>
<ul>
<li><span style="font-weight:bold;">La sua stessa vita e l’organizzazione che presiede, le hanno dato la possibilità di vedere la guerra con gli occhi delle donne...</span></li>
<li>"Crescere in Iraq nel mezzo della guerra Iran-Iraq ha influito così tanto sulla mia infanzia – imparai allora il significato di parole come paura, risate, speranza, morte  - che da adulta non potevo che occuparmi di donne in zone di crisi: sono le prime persone a rendersi conto dei cambiamenti che la guerra apporta nella routine di tutti i giorni. Ci sono quelle che combattono in prima linea e quelle che devono procurarsi il cibo per la famiglia, occuparsi dell’incolumità dei figli. Quando le case vengono distrutte madri e figlie devono trasportare pietre, arare insieme i campi. Questo è quello che intendo quando dico che la guerra spesso entra nelle case dalla porta della cucina".</li>
<li><span style="font-weight:bold;">Con il conflitto in Bosnia decise di lavorare sul campo, ma che cosa la fece decidere?</span> </li>
<li>"Ero all’università in quel periodo, e venni a sapere di donne imprigionate cui veniva assegnato un numeretto prima di farle entrare nella “stanza degli stupri”. Non sapevo nulla fino ad allora della Bosnia, così andai in biblioteca e cercai di contattare associazioni femminili per sapere in che modo aiutavano le vittime di abusi. Dopo sei mesi partii: molte erano ancora nei “campi di prigionia” e mi sentii obbligata a far qualcosa per liberarle. Ebbi così l’idea di creare un contatto tra donne degli Stati Uniti e donne bosniache e croate. Presentai il progetto alla Chiesa Unitaria che allora cercava un modo per aiutare la popolazione, e venni sponsorizzata per un anno. Dopo abbiamo fatto tutto da sole.  Allora non sapevo a cosa andavo incontro, né come tutto ciò avrebbe cambiato la mia vita. La svolta avvenne appena arrivai in Croazia con mio marito, Amjad. Il nostro primo incontro fu con una donna, Ajsa, sopravvissuta a nove mesi di stupri: dopo, non era più riuscita a tornare a casa dal marito e dai suoi due figli. Ricorderò per sempre le sue lacrime".</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;text-decoration:underline;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/zs.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/zs1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-722" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/zs1.jpg" alt="" width="220" height="330" /></a></span></div>
<ul>
<li><span style="font-weight:bold;">Il successo del suo progetto deriva quindi dal presupposto  che l’individuo può fare la differenza</span>.</li>
<li>"Certo che può: ad ogni sponsor-finanziatrice accoppiamo una vittima di guerra da aiutare attraverso poco più di venti euro al mese e una lettera personale. Il denaro serve per le esigenze primarie della donna che frequenta anche un corso annuale di base; le parole delle lettere invece servono ad unire le due donne: il rapporto epistolare è spesso l’inizio di una stretta amicizia. Si regala non solo un assegno, ma una parte di sé". </li>
<li><span style="font-weight:bold;">Nell’Iraq che conosceva e che ha descritto nel suo libro "<span style="font-style:italic;">Una donna tra due mondi</span>"(Corbaccio) qual era la situazione delle donne e che cambiamenti riscontra oggi?</span></li>
<li>"Ogni donna nell’Iraq di Saddam era in pericolo: sono cresciuta ascoltando racconti di violenze e torture da parte dello stesso dittatore o dei membri della sua famiglia. Stupri di massa furono perpetrati tra ’80 e l’82 dai soldati iracheni a danno di migliaia di donne sciite rifugiate in Iran. La polizia segreta, la Mukabarat, degli abusi sessuali ne fece un’arma politica: donne rapite, violentate e filmate per poter essere ricattate con mariti, fratelli e altri membri della famiglia. Oggi le violenze hanno costretto le donne a ritirarsi sempre più nelle case e ad uscire solo coprendo il capo come misura di sicurezza. Alcune giovani professioniste che conoscevo sono state uccise. Parrucchieri e saloni di bellezza, a Bagdad, sono diventati un obiettivo per le bombe. Eppure il dopoguerra potrebbe essere un periodo di opportunità per le donne… il 90 per cento delle irachene è ancora speranzosa per il futuro. L’ironia della guerra è proprio che lo sconvolgimento e il vuoto creano maggiori opportunità: il Rwanda, per esempio, che nel ’94 ha subito un orrendo genocidio, vanta oggi una percentuale femminile al Parlamento del 49 per cento, più alta che in Svezia. Si rende conto?"</li>
</ul>
<div style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">Testo: Marina Misiti</span>)</div>
<div style="text-align:center;"> </div>
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]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Le donne di Istanbul, oggi]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=596</link>
<pubDate>Sat, 29 Mar 2008 22:50:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
 

A Beyoglu sono ancora un’eccezione. Ma nei vicoli di Fatih o nella zona di Suleymaniye, dall]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;"><a title="dturche4.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/dturche4.jpg"></a> <a title="istanbul.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/istanbul.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/istanbul.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-760" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/istanbul.jpg" alt="" width="399" height="267" /></a></p>
<ul>
<li>A <span style="font-weight:bold;">Beyoglu</span> sono ancora un’eccezione. Ma nei vicoli di Fatih o nella zona di Suleymaniye, dall’altra parte del <span style="font-weight:bold;">Corno d’Oro</span>, di giovani donne avvolte in <span style="font-style:italic;">turban</span>, come usa da queste parti, se ne vedono sempre di più. E direi che non si tratta solo dell’anziana popolazione femminile di <a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/2008/01/14/topkapi-e-il-bagno-turco-2/"><span style="font-weight:bold;">Istanbul</span> </a>o di ragazze provenienti dalle campagne dell’<span style="font-weight:bold;">Anatolia</span> se, come emerge da un sondaggio recente indossano il foulard islamico il 46,9 per cento delle donne tra i 18 e i 27 anni, il 33,9 per cento delle nubili, il 10,5 delle laureate e il 9,5 delle ragazze di ceto medio-alto residenti nelle grandi città. Viaggiando in <a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/2008/01/14/istanbul-segnali-di-stile-2/"><span style="font-weight:bold;">Turchia</span></a> ho notato che il velo – che come sappiamo da pochi mesi non è più vietato per legge nelle università - copre oggi anche i capelli di professioniste, intellettuali e dirigenti d’azienda, in un Paese considerato un fedele alleato degli <span style="font-weight:bold;">Stati Uniti</span> e un aspirante partner dell’Europa. Il velo: argomento abusato dai media, ma difficile non leggerne il significato simbolico.</li>
</ul>
<div></div>
<div></div>
<ul>
<li>Si tratta di un'emancipazione nel nome di Allah? O del segno di una laicità in crisi di fronte al dilagare della marea fondamentalista? La <span style="font-weight:bold;">Turchia</span>, oggi più che mai, è un laboratorio politico e sociale sospeso tra Europa e Oriente: qui si sperimenta un islam politico alla guida di uno Stato laico, schierato a Occidente, con il 99 per cento degli abitanti di religione musulmana. Il mosaico della società turca, a guardarlo da vicino, è pieno di sorprese, e le donne, motore di molte trasformazioni, ne riflettono le contraddizioni interne. “Il velo in <span style="font-weight:bold;">Turchia</span> (e non solo, aggiungerei io) è diventato in questi ultimi anni il pomo della discordia tra laici e islamici. In realtà si tratta di un fatto culturale più che religioso. La maggioranza della gente qui è ancora profondamente laica, nessuno tollererebbe iniziative integraliste. Divorzio, educazione, voto alle donne sono preistoria per noi. Questo è l’unico Paese islamico che non ha paura della modernità”.</li>
</ul>
<p style="text-align:center;"><a title="dturche4.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/dturche4.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/dturche4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-761" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/dturche4.jpg" alt="" width="270" height="350" /></a></p>
<p style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">foto tratta da: Repubblica.it</span>)</p>
<ul>
<li>Ne parla davvero convinta la giornalista <span style="font-weight:bold;">Venet Simavi</span>, che<span style="font-weight:bold;"> </span>non manca di citare il generale Mustafa Kemal, più noto come <span style="font-weight:bold;">Ataturk</span>, padre della patria e vera icona popolare che nel dare vita, il 1923, alla repubblica turca ruppe con l’immobilismo secolare dell’impero ottomano, spazzando via in un colpo solo harem, veli e poligamia. E quasi a tranquillizzare un’Europa ancora spaventata dalla prospettiva di avvicinarsi a un Paese che ha consegnato la maggioranza dei seggi in Parlamento agli islamici, cita il fiore all’occhiello di attiviste e femministe turche: il moderno codice di famiglia. Approvato dal Parlamento nel 2001, dopo otto anni di aspre battaglie politiche, il testo sancisce per legge il principio di uguaglianza tra uomo e donna in ambito familiare: l’uomo cessa di essere “il capo della famiglia”. “Le donne - spiega - non devono più chiedere l’autorizzazione del marito per poter lavorare, possono decidere insieme al coniuge quale tipo di scuola i figli dovranno frequentare e che tipo di educazione impartirgli. Il nostro codice civile è un esempio per il mondo islamico: le donne egiziane, saudite o afghane dovranno aspettare anni prima di avere gli stessi diritti”.<span style="font-weight:bold;"> </span></li>
</ul>
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<ul>
<li><span style="font-weight:bold;">Turchia</span>, futuro femminile? O riforme nate già sotto un “velo” di sospetto? L’<span style="text-decoration:underline;">associazione delle universitarie</span> del <span style="font-weight:bold;">Bosforo</span> parlando dell’Akp, il partito della Giustizia e dello Sviluppo, dicono: “Fortemente posizionato a destra, ha usato insieme a una politica populista l’elemento religioso per ottenere maggior consenso. La previsione di una restrizione dei diritti delle donne, quindi, non è certo infondata”. <span style="font-weight:bold;">Emel Dogramaci</span>, che per anni è stata la preside della Facoltà delle arti e delle scienze dell’Università di <span style="font-weight:bold;">Ankara</span>, fa notare come la condizione della donna in <span style="font-weight:bold;">Turchia</span> non sia poi così migliorata: “L’analfabetismo femminile, negli ultimi settant’anni è calato dal 90 all’attuale 28 per cento, ma rimane sempre alto. La percentuale delle donne lavoratrici è del 49,33, ma l’85,6 di queste è dedita all’agricoltura. Nel 1934 fu concesso il diritto di voto alle donne e alle elezioni del ‘35 furono elette 18 donne in Parlamento, pari al 4,6 per cento dei deputati. Oggi è inferiore a quella del 1935”.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="text-decoration:underline;color:#0000ee;"><a title="dturche3.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/dturche3.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/dturche3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-764" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/dturche3.jpg" alt="" width="270" height="346" /></a></span></div>
<ul>
<li>Eppure leggo sul blog <a href="http://istanblues.splinder.com/"><span style="font-weight:bold;">Istanblues</span></a> che la <span style="font-weight:bold;">Turchia</span> ha scelto, un anno prima di noi, una donna come capo della <span style="font-weight:bold;">Confindustria turca</span>: si tratta di <span style="font-weight:bold;">Arzuhan Dogan Yalçindag</span> (vedi foto sopra). Dall'altro lato troviamo però una sociologa come <span style="font-weight:bold;">Pinar Selek </span>che ha passato due anni in carcere solo per aver pubblicato un'inchiesta sul PKK (anche se poi è stata assolta) e che si accalora: “In <span style="font-weight:bold;">Turchia</span> tutto l’establishment sociale, dalla politica alla magistratura è saldamente in mano agli uomini. Tra queste istituzioni e gli uomini non c’è sempre accordo, ma quando devono occuparsi di situazione femminile diventano solidali”.</li>
</ul>
<p style="text-align:center;"><a title="dturche.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/dturche.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/dturche.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-763" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/dturche.jpg" alt="" width="272" height="204" /></a></p>
<ul>
<li>Quella delle donne come <span style="font-weight:bold;">Pinar </span>(foto qui sopra) più che una lotta è quasi una guerra quotidiana: sono storie di coraggio e di passione in un Paese che vuole cambiare, che sa che questo potrebbe essere l’ultimo treno per l’Europa. L’ingresso di <span style="font-weight:bold;">Ankara</span> nella Ue passerà necessariamente per la “questione curda”, il muro di Cipro e le violazioni dei diritti umani, in particolare le violenze alle donne, sia in ambito sociale che familiare. “Se non avremo il coraggio del cambiamento resteremo un paese povero e infelice – ha dichiarato tempo fa la deputata <span style="font-weight:bold;">Leyla Zana</span>, per anni in prigione per la causa curda -.</li>
</ul>
<p style="text-align:center;"><a title="dturche2.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/dturche2.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/dturche2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-762" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/dturche2.jpg" alt="" width="242" height="182" /></a></p>
<ul>
<li>I delitti d’onore e le violenze alle donne sono ben noti alla stampa internazionale ma anche a <span style="font-weight:bold;">Nebahat Akkoc</span> (proclamata da “<span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Time</span></span>” Eroina del 2003 in Turchia), fondatrice di <span style="font-style:italic;">KaMer</span>, un centro per la protezione delle donne. Lei stessa ha vissuto sulla pelle la durezza di una regione povera e spietata: il marito assassinato, lei arrestata e torturata. Lasciato l’insegnamento alle scuole elementari, <span style="font-weight:bold;">Nebahac</span> inizia ad occuparsi delle violenze in famiglia, convinta che la strada per la pace debba iniziare dentro le mura domestiche. Apre così un centro di aiuto psicologico e legale a <span style="font-weight:bold;">Diyarkabakir</span>, zona dove l’Onu stima che il 58 per cento delle donne soffre di abusi commessi da mariti o parenti. Oggi l’associazione ha numerosi centri in tutto il Paese: centinaia di donne si sono rivolte a <span style="font-weight:bold;">Nebahat</span>.</li>
</ul>
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<ul>
<li>I casi quotidiani nel sud est dell’<span style="font-weight:bold;">Anatolia</span>, non sono affatto infrequenti nelle cittadine che si affacciano sul <span style="font-weight:bold;">Mar di Marmara</span>, vicino a <a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/2008/01/13/le-magie-di-istanbul/"><span style="font-weight:bold;">Istanbul</span></a>. Ed è proprio in questa metropoli caotica e contraddittoria ma pur sempre unica e ricca di fascino, dove ti capita ancora di respirare uno scampolo di quell'esotico Oriente vissuto dalle donne viaggiatrici dell'800, che conduce la sua battaglia <span style="font-weight:bold;">Eren Keskin</span>. Avvocato, presiede l’<span style="text-decoration:underline;">Associazione dei diritti dell’uomo</span>: i suoi sit-in, davanti alla sede, da anni ricordano a passanti frettolosi e distratti i drammatici scioperi della fame dei detenuti e delle loro mogli. In questi anni <span style="font-weight:bold;">Keskin</span> ha infatti denunciato pubblicamente la violenza sessuale cui sono soggette le donne che si trovano sotto custodia della polizia. Finita in carcere più d’una volta, dopo aver ascoltato le testimonianze delle altre detenute, ha deciso di dedicare parte del suo lavoro alle donne vittime di abusi sessuali per mano delle forze di sicurezza. “Le storie che ho raccolto sono soltanto la punta dell’iceberg: molte ragazze hanno paura o si vergognano di denunciare la loro traumatica esperienza”. <span style="font-weight:bold;">Keskin</span> ha portato 27 casi alla Corte europea per i diritti umani: sotto accusa ci sono 101 agenti di polizia, 33 membri della gendarmeria e 6 guardie di villaggio.</li>
</ul>
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<div></div>
<ul>
<li>Far condannare membri dell’esercito è un’impresa titanica in <span style="font-weight:bold;">Turchia</span>. Spesso a essere perseguitate sono, invece, avvocate, giornaliste o associazioni che cercano di trascinare in tribunale i veri autori delle torture e delle violenze. <span style="font-weight:bold;">Keskin</span> stessa è stata minacciata più volte di stupro, anche a mezzo stampa. “Il potere militare è ancora troppo forte – dice - e condiziona tutta la vita sociale ed economica, non solo quella politica. Speriamo  nell’Unione Europea”. Fondamentalismo e militarizzazione sembrano essere oggi i due estremi che rischiano di schiacciare la società civile turca, in particolare le donne, e di allontanare questo Paese dalla grande famiglia europea.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">Testo: Marina Misiti</span>)</div>
<div style="text-align:center;"></div>
<div style="text-align:center;"></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il lungo viaggio di Anita Roddick verso il passion-business]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=568</link>
<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 22:54:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Un ritratto della fondatrice di &#8220;The Body Shop&#8221; realizzato da Helga Ogliari, brillante ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align:center;"><span style="font-style:italic;">Un ritratto della fondatrice di "The Body Shop" realizzato da <a href="http://www.lamiacarriera.it/?page_id=6"><span style="font-weight:bold;">Helga Ogliari</span></a>, brillante career coach e "amica di valigia"</span></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li>Siamo soliti pensare che la leadership sia una prerogativa maschile, quasi alla donna sia destinato esclusivamente il ruolo della compagna del leader o della grande donna che però, non si sa perché, sta “sempre dietro a un grande uomo”. In realtà esistono molti esempi di leadership al femminile, a cui anche gli uomini possono ispirarsi, come quello di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anita_Roddick"><span style="font-weight:bold;">Anita Roddick</span></a>, che è stata una delle donne più ricche d’<span style="font-weight:bold;">Inghilterra</span>, fondatrice della catena <a href="http://www.thebodyshop.com/bodyshop/"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">The Body Shop</span></span></a> e nota per l’impegno sociale.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;text-decoration:underline;"><a title="anita_photo.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/anita_photo.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/anita_photo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-689" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/anita_photo.jpg" alt="" width="299" height="333" /></a></span></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li>Eppure la <span style="font-weight:bold;">Roddick</span> ammise: “Non ho mai frequentato una <span style="font-style:italic;">business school</span>, né mi sono mai occupata di questioni finanziarie… per la verità non ho mai neppure letto un libro di economia”. Ma in fondo ciò non la preoccupò mai, perché sosteneva che “Il business non è una scienza finanziaria, ma ha a che fare con il commercio: comprare e vendere. Riguarda la produzione di prodotti o servizi talmente buoni che le persone sono disposte a pagarli per averli”. </li>
</ul>
<ul>
<li>Il vero segreto del successo di Anita? Forse è espresso in questa sua frase. “Considero il business non solo come un lavoro ma come un modo onorevole di vivere dove puoi, usando la tua immaginazione, per sviluppare lo spirito umano”. <a href="http://www.anitaroddick.com/"><span style="font-weight:bold;">Anita Roddick</span></a> ebbe sempre ben chiara la propria <span style="font-style:italic;">mission</span>: “fare prodotti che funzionano e che nulla hanno a che fare con le menzogne raccontate alle donne dall’industria cosmetica… Assicurandoci di ridurre al minimo l’impatto ambientale nel processo di produzione, di eliminare le scorie, di restituire qualcosa alla nostra comunità… andiamo là dove il business non andrebbe mai, perché crede che quella non sia la direzione”. </li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="font-family:'Lucida Grande';font-size:10px;line-height:normal;white-space:pre;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/pKo-cuEMdu0'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/pKo-cuEMdu0&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></span></div>
<ul>
<li>Oggi, anche dopo la sua prematura scomparsa lo scorso settembre, <a href="http://www.thebodyshopinternational.com/"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">The Body Shop</span></span></a> è un’azienda quotata in borsa con oltre 1900 negozi in tutto il mondo.  La sua fondatrice ricevette numerosi premi per il suo impegno a difesa dell’ambiente ed il sostegno di  organizzazioni come <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Greenpeace</span></span>, <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Friends</span></span><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;"> of the heart </span></span>ed <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Amnesty International</span></span>. La filosofia di Anita? “Se fai una cosa bene, falla meglio. Osa, sii il primo, sii diverso, sii onesto.”</li>
</ul>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;text-decoration:underline;"><a title="the-body-shop.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/the-body-shop.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/the-body-shop.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-690" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/the-body-shop.jpg" alt="" width="299" height="451" /></a></span></p>
<ul>
<li>Come è nato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Body_Shop"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">The Body Shop</span></span></a>? A questa domanda Anita rispose candidamente: “Avevo bisogno di guadagnare di più per poter mantenere i miei figli mentre mio marito era in <span style="font-weight:bold;">Sud Africa</span>”. Anita Roddik nacque nel 1942 da una famiglia di immigranti italiani che gestivano un caffè a Littlehampton. Dopo il college Anita lavorò all’<span style="font-style:italic;">International Herald Tribune</span> a <span style="font-weight:bold;">Parigi</span>, fece l’insegnante in <span style="font-weight:bold;">Inghilterra</span>, lavorò per le Nazioni Unite a <span style="font-weight:bold;">Ginevra</span> e poi partì per l’<span style="font-weight:bold;">Africa</span> da cui venne espulsa per aver violato le leggi sull’apartheid. Anita tornò così nel proprio Paese dove si sposò, ebbe due figli ed insieme al marito decise di aprire un ristorante. Un bel giorno il marito le comunicò l’intenzione di prendere parte a una gara a cavallo dal <span style="font-weight:bold;">Sudamerica</span> a <span style="font-weight:bold;">New York</span>, che lo avrebbe tenuto lontano per due anni. Anziché farsi abbattere da questa situazione Anita ne trasse uno stimolo per costruire qualcosa di veramente importante. Le venne così l’idea di creare un’attività nel campo dei cosmetici, ma diversa dalle altre per il fatto di impiegare soltanto ingredienti naturali. Inoltre pensò di vendere i prodotti in confezioni piccole e convenienti, per indurre nelle clienti la tentazione di provarli.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;text-decoration:underline;"><a title="anita_01.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/anita_01.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/anita_01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-691" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/anita_01.jpg" alt="" width="249" height="384" /></a></span></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li>Anita riuscì ad ottenere un prestito bancario, usando il ristorante come garanzia. Il primo negozio è sorto a <span style="font-weight:bold;">Brighton</span>, vicino ad un’impresa di pompe funebri. Le pareti del negozio vennero dipinte di verde, non tanto per una scelta stilistica ma per coprire delle macchie di umidità e il <span style="font-style:italic;">packaging</span> era ridotto al minimo con materiali riciclabili ed etichette scritte a mano dalla stessa Anita. In fondo qualcuno deve aver pensato che faceva tanto minimal chic. “Avevo solo una scatola con 700 bottiglie – ricordava Anita - così chiedevo alle clienti di tornare con la confezione vuota per ricaricarla”. Il negozio di <span style="font-weight:bold;">Brighton</span> andò molto bene, così la <span style="font-weight:bold;">Roddick</span> decise di aprirne un altro e non si fermò neppure quando la banca le rifiutò un finanziamento. Si rivolse a un uomo d’affari della zona, Ian Mc Glinn, che divenne suo socio al 50 per cento in cambio di un investimento di 4000 sterline. In pochi anni sorsero altri negozi, dapprima affidati in gestione a parenti ed amici finché la Roddick ed il marito decisero di intraprendere la via del <span style="font-style:italic;">franchising</span>. “<span style="font-weight:bold;">The Body Shop</span> non è un “one-woman-show”. È un’operazione che coinvolge migliaia di persone che lavorano insieme per raggiungere obiettivi comuni e trasmettere valori comuni”, quei valori che sul <a href="http://www.thebodyshopinternational.com/About+Us/Home.htm">sito</a> sono introdotti dalla formula <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">made with passion</span></span>! Concludiamo con una delle frasi più note di Anita, riprodotta anche sui camion di <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">The Body Shop</span></span>. “Se pensi di essere troppo piccolo per provocare qualcosa, prova ad andare a letto con una mosca”.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">Testo:</span><span style="font-style:italic;"> </span><a href="http://www.lamiacarriera.it"><span style="font-style:italic;">Helga Ogliari</span></a>) </div>
<div> </div>
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]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Piccole monache tibetane coraggiose...]]></title>
<link>http://www.donneconlavaligia.it/?p=50</link>
<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 10:45:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[

Mentre parlano sorseggiano acqua bollente in tazzine verdi da tè. Mi sorridono composte: Passang ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<ul>
<li>Mentre parlano sorseggiano acqua bollente in tazzine verdi da tè. Mi sorridono composte: Passang Lhamo e Choying Kunsang non hanno ancora trent'anni, ma già cinque li hanno passati nelle carceri cinesi di massima sicurezza. Arrestate e torturate per aver inneggiato a un <span style="font-weight:bold;">Tibet</span> libero e per non aver rinnegato il Dalai Lama, le due giovani monache buddiste del “<span style="font-weight:bold;">Paese delle nevi</span>” sono fuggite in India e, con l’aiuto di <span style="font-style:italic;">Amnesty International</span>, sono venute anche in Italia per raccontare la loro drammatica esperienza.</li>
</ul>
<div></div>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;text-decoration:underline;"><a title="monache.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/monache.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/monache.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-767" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/monache.jpg" alt="" width="300" height="303" /></a></span></p>
<p style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">foto: ATT</span>) </p>
<ul>
<li>Manette taglienti, stupri, lavori forzati, torture psicologiche e sevizie di ogni tipo, non hanno piegato le due amiche. Adesso possono vestirsi di nuovo con l’abito rosso-arancio e rasarsi la testa, secondo le loro norme religiose. Da qualche anno possono finalmente raccontare al mondo  anche l’incredibile storia di una loro compagna di prigionia, Ngawang Sangdrol, arrestata ancora bambina, a 13 anni, e condannata a 22 anni di carcere. Della <span style="font-weight:bold;">"piccola” monaca ribelle</span> è stata tradotta e pubblicata una toccante biografia, scritta da Philippe Broussard e Danielle Laeng, “<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/prigioniera-lhasa-ngawang-sangdrol-religiosa/libro/9788887517279"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">La prigioniera di Lhasa</span></span></a>” (<span style="font-weight:bold;">Fandango Libri</span>). L’aria da bambolina, il suo spirito fiero, il coraggio e la lunga condanna inflittale ne hanno fatto un’eroina nazionale.</li>
</ul>
<ul>
<li>Non è più sola. Le sue amiche parlano di un <span style="font-weight:bold;">Tibet</span> dove sono sempre più numerose le monache buddiste che vanno al fronte della resistenza pacifista. Un Tibet diverso, più complesso da quello che vede il turista. Ci raccontano la storia, i mesi e gli anni passati dentro le celle di Drapchi, l’Alcatraz delle nevi, costruita da Mao Tse Tung per rinchiuderci i dissidenti. Al buio, lavorando a turno giorno e notte, piegate e rinchiuse in celle piccole come frigoriferi e la mattina, ore e ore coi piedi nudi sul ghiaccio. Sul <span style="font-weight:bold;">Tetto del mondo</span>, dove è proibito pregare, tenere in casa una foto del <span style="font-weight:bold;">Dalai Lama,</span> e i monaci sono trattati come terroristi, le cifre ufficiali sul numero dei detenuti per motivi d’opinione, sono accuratamente tenute nascoste.  Piccole donne coraggiose, che hanno deciso di battersi per un grande ideale: la libertà.</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Ma una sfida quasi individuale come la vostra, riuscirà a  cambiare il corso della Storia?</span></span></li>
<li>Siamo qui e siamo la voce di chi non ha voce. E’ vero, di solito se si lotta da soli si ottiene poco: all’inizio a ribellarci siamo state in sette, otto amiche (monache, ndr), ma adesso solo nella nostra prigione se ne contano almeno duecento. Una stima è impossibile, il governo cinese tiene nascosto il numero dei prigionieri di coscienza, sia degli uomini che delle donne.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">I</span><span style="font-style:italic;">n Occidente c’è una grande attrazione verso la spiritualità orientale, ma prevalgono altri valori: il successo, i modelli estetici…</span></span></li>
<li>E il consumismo, che è più forte degli ideali. Anche da noi del resto ci sono donne molto “materiali”: la felicità però può anche essere truccarsi, farsi belle, vestirsi alla moda. Ma di fronte agli eccessi viene da chiedersi anche se non state perdendo di vista l’importanza e il vero senso della vita, della bellezza. Ma soprattutto la capacità di sognare, di nutrire lo spirito e la consapevolezza di sé: per non mettere il proprio destino in mano ad altri. Capisci?</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Sì. E' forse un monito per noi donne in Occidente?</span></span></li>
<li>Voi, a volte, non vi accorgete più di quello che avete. Bisogna fermarsi, ogni tanto, per essere consci della prpria vita. In Oriente il tempo è ciclico: noi parliamo di reincarnazione, di molte vite e questo dilata la nostra dimensione temporale: abbiamo una diversa visione dell’esistenza.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">A proposito di futuro: come sarà adesso il vostro?</span></span></li>
<li>Vogliamo tornare a studiare con i lama nel monastero dove ci siamo rifugiate, in India. Perché quei monaci che voi turisti trovate in Tibet, in realtà non possono neanche nominare la religione, né imparare le preghiere o tenere una foto del Dalai Lama: è impossibile praticare il buddismo in Cina. Un consiglio? Non fatevi mai incantare dalle apparenze.</li>
</ul>
<div></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Peggy, la donna, l'arte e Venezia]]></title>
<link>http://www.donneconlavaligia.it/?p=41</link>
<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 16:02:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[

Era il 1948 quando Peggy Guggenheim fu invitata da Rodolfo Pallucchini, allora Segretario Genera]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div><br class="webkit-block-placeholder" /></div>
<ul>
<li>Era il 1948 quando <b>Peggy Guggenheim</b> fu invitata da Rodolfo Pallucchini, allora Segretario Generale della Biennale di Venezia, ad esporre la propria, già leggendaria, collezione al Padiglione della Grecia, paese all’epoca impegnato nella guerra civile: per la prima volta in Europa il pubblico poteva ammirare le opere dei grandi rappresentanti dell’<b>Espressionismo astratto americano</b>, artisti quali Pollock, Gorky, Rothko. Appena un anno più tardi Peggy Guggenheim acquistava <i>Palazzo Venier dei Leoni</i>, prezioso scrigno sul Canal Grande che da allora custodisce la sua collezione, la più importante in Italia per l’arte europea e americana della prima metà del Novecento. Durante i trent’anni trascorsi a Venezia, Peggy ha continuato instancabilmente a collezionare opere d’arte e ad appoggiare artisti internazionali e locali, come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani.
<ul>
<div></div>
</ul>
</li>
</ul>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/peggy.jpg" title="peggy.jpg"><img src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/peggy.jpg" alt="peggy.jpg" /></a><br class="webkit-block-placeholder" /></p>
<ul>
<li>Il 2008 si è aperto così  all’insegna delle celebrazioni per i 60 anni della <b>Collezione Peggy Guggenheim</b> di Venezia: una serie di eventi, mostre temporanee, conferenze e dibattiti, laboratori didattici, visite guidate gratuite, proiezioni di film in giardino e il concerto per il compleanno di Peggy, ripercorreranno i momenti che hanno segnato la vita della mecenate americana dal suo arrivo a Venezia nel 1948 attraverso la storia delle opere della sua Collezione, dei suoi amici artisti, del suo talento e del suo amore per l’arte.</li>
</ul>
<p><br class="webkit-block-placeholder" />
<ul>
<li>Nel 1969 Peggy decide di donare il palazzo e le opere d’arte alla <b>Fondazione Solomon R. Guggenheim</b>, creata nel 1937 dallo zio Solomon per amministrare la propria collezione e il museo. Partendo proprio dai contenuti delle due mostre temporanee, <i>Coming of Age: American Art, 1850s to 1950s</i> (28 giugno–12 ottobre) e <i>Carlo Cardazzo. Una nuova visione dell’arte</i> (1 novembre–9 febbraio 2009), il programma dell’anniversario intende ripercorre la “geografia” di Peggy, per approfondire da un lato l’importanza dei suoi legami con le avanguardie americane, e dall’altro la sua influenza all’interno del panorama artistico veneziano degli anni ‘40 e ’50, mettendo così in luce due diversi aspetti di quell’unica grande passione artistica che animò l’esistenza della straordinaria mecenate americana.</li>
</ul>
<p><br class="webkit-block-placeholder" />
<ul>
<li>Il 2007, intanto, si è chiuso con un <b>nuovo record</b> alla Collezione Peggy Guggenheim: in 12 mesi il museo ha registrato 378.613 visitatori durante l’orario di apertura al pubblico. Nei 314 giorni di apertura, la media giornaliera è stata di 1.206 presenze: i gruppi sono stati ben 855, di cui 647 provenienti da scuole italiane e straniere, per un totale di 25.201 visitatori. A queste presenze si sommano gli oltre 8.395 studenti che hanno partecipato ai programmi didattici del museo, oltre 500 insegnanti e le circa 9,000 persone che hanno visitato la collezione in occasione di inaugurazioni, eventi istituzionali, eventi e visite speciali che la scorsa stagione hanno raggiunto quota 68.</li>
</ul>
<p>Fonte: <a href="http://www.guggenheim-venice.it">Collezione Peggy Guggenheim</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dall'India di Gandhi all'Italia, un lungo viaggio per la pace]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=913</link>
<pubDate>Tue, 13 May 2008 20:29:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
<guid>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=913</guid>
<description><![CDATA[Negli anni Ottanta era stata soprannominata “la principessa Indiana” dalla stampa Italiana, nel ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/05/nirmalas1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-914" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/05/nirmalas1.jpg?w=200" alt="" width="200" height="135" /></a>Negli anni Ottanta era stata soprannominata “la principessa Indiana” dalla stampa Italiana, nel 1987 è Medaglia per la Pace alle Nazioni Unite, due volte candidata al Nobel per la Pace. La lista in realtà è alquanto lunga per elencare qui gli <em>awards</em> ricevuti sia da università di medicina europee, che da Accademie artistiche, come per esempio quella di San Pietroburgo, dove è membro onorario insieme ad altre sole 11 persone finora, tra cui anche Einstein a suo tempo. I governi americano, cinese, australiano l’hanno invitata per conferenze e premiata più volte per la sua visione scientifica e pacifista sul miglioramento della società in generale (verso cui oggi è rivolta l’attenzione globale!). <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nirmala_Srivastava">Nirmala Devi Srivastava</a></strong> o semplicemente <strong>Madre</strong>, in tono di rispetto, ci fa visita per questi dolci mesi di primavera ed estate presso la residenza di Palazzo Doria a Cabella in Val Borbera (Asti).</p>
<p>Oggi 85enne, una vita da viaggiatrice instancabile in quasi tutti i Paesi del mondo per diffondere il messaggio di pace e integrazione di tutte le genti così come era anche iniziato con <strong>Gandhi,</strong> con il quale Nirmala trascorse alcuni anni giovanili in <strong>India</strong>. La pace comincia dal di dentro di ognuno di noi e la trasformazione anche: ho avuto la fortuna di seguire stralci del percorso di viaggio di Madre sia in <strong>Italia</strong> in diverse occasioni, che a <strong>Delhi, Mumbai, Sidney, Los Angeles</strong> e in <strong>New Jersey</strong>, negli ultimi cinque anni, insieme a migliaia di altri che come me venivano da ogni Paese. Un’esperienza di viaggio interculturale eccezionalmente toccante e vitale che raccomanderei a chiunque. Un salto nell’oceano di pace reale a cui tutti aspiriamo! Un esempio di personalità moderna e femminile su cui meditare. Anche attraverso il suo libro “<em>Oltre l’era moderna</em>” disponibile presso qualsiasi centro <strong><a href="http://sahajayoga.blog.tiscali.it/">Sahaja Yoga</a></strong> della tua città.</p>
<p style="text-align:center;">(<em>Testo e foto: <strong><a href="http://radhagarima.wordpress.com/about/">Radha</a></strong></em>)</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lungo la strada dei "fiorellini" a Phnom Penh, in Cambogia]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=530</link>
<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 22:01:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
<guid>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=530</guid>
<description><![CDATA[


Un inferno lungo alcune centinaia di metri per migliaia di “piccoli fiori” (come vengono chia]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align:center;"></div>
<div style="text-align:center;"><span style="text-decoration:underline;color:#0000ee;"><a title="c2.jpg" href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/03/c2.jpg"></a><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/c2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-707" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/c2.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></span></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<p>Un inferno lungo alcune centinaia di metri per migliaia di “piccoli fiori” (come vengono chiamate in <span style="font-weight:bold;">Cambogia</span> le baby prostitute) che ogni giorno appassiscono un po’ di più, quando le luci della lunga via si accendono e le saracinesche di bar, locali e bordelli si alzano in attesa dei primi clienti. <span style="font-weight:bold;">Phnom Penh</span>, strada dei “fiorellini”. Violentate, rapite, vendute, schiave per qualche dollaro, quando arrivano in questo quartiere, spesso, sono ancora bimbe: dieci, dodici anni al massimo. Non hanno mai giocato e non sanno ridere. Al posto delle bambole ricevono 13, 15 clienti al giorno: locali, militari, e soprattutto turisti, la gran parte pedofili, arrivati in gruppi-vacanze con i voli charter dai Paesi occidentali. Una tragedia che si ripete ogni notte per gli oltre 20.000 bambini che attualmente sono costretti a prostituirsi. Non ha molta voglia di parlarmene la nostra guida: a gennaio mi trovavo proprio a <span style="font-weight:bold;">Phnom Penh</span>, in <span style="font-weight:bold;">Cambogia</span>, tappa obbligata per raggiungere <span style="font-weight:bold;">Siem Rep</span> e le maestose, immense rovine di <span style="font-weight:bold;">Angkor</span> e meditavo sull'incontro fatto tempo prima con <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Somaly Mam</span></span>, la giovane e coraggiosa cambogiana (nel 2006 Donna dell'anno per <a href="http://www.glamour.com/news/feature/articles/2006/07/31/globaldiary06sep"><span style="font-weight:bold;">GLAMOUR</span></a>) riuscita a fuggire al racket della prostituzione, a ricostruirsi una nuova vita (di cui ha scritto anche un libro-testimonianza, "<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788879728171/mam-somaly/silenzio-dell-innocenza.html"><span style="font-style:italic;">Il silenzio dell'innocenza</span></a>" - Corbaccio) e, oggi, attraverso i centri antiviolenza che ha fondato insieme al marito, il francese Pierre Legros, decisa a combattere questa ennesima piaga che affligge il suo Paese. Un Paese che, per contrasto, tra l'altro è davvero bellissimo.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/c1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-708" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/c1.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:center;">
<p>“Non so se Dio esiste davvero dopo gli orrori che ho visto”, mi ha detto quando l'ho intervistata per "<span style="font-style:italic;">Grazia"</span>. Ho deciso di incontrarla dopo aver visto in tivù, qualche anno fa, uno dei più intensi reportage mai realizzati: lo ha girato una straordinaria équipe di "<span style="font-style:italic;">Envoyé spécial"</span> per la tivù francese. Dopo il regime di Pol Pot e il genocidio da parte dei khmer rossi di quasi un quarto della popolazione (1 milione e 700.000 persone) tra il ’75 e il ‘79, dieci anni di guerra civile, milioni di mine, un lungo embargo internazionale e il dramma dei profughi, è la tratta del sesso minorile e il dilagare dell’Aids che sta piegando definitivamente una delle più suggestive regioni dell’ex Indocina.</p>
<ul>
<li>“E’ solo da pochi anni che mi sono riavvicinata alla gente, che ho iniziato a fidarmi degli altri, che riesco a parlare. Ma anche raccontare fa male. Prima non amavo nessuno” mi ha raccontato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Somaly_Mam"><span style="font-weight:bold;">Somaly Mam</span></a>, lunghi capelli setosi e grandi occhi neri lucidi di lacrime, ma privi di paura. Somaly trova la forza, tutti i giorni, di recarsi alla Casa di accoglienza per la riabilitazione di bambine vittime della tratta, che ha aperto nel ’97 a sud di <span style="font-weight:bold;">Phnom Penh</span>. Nonostante le numerose minacce di morte ricevute dagli sfruttatori. Nonostante la mancanza assoluta di protezione da parte della polizia, spesso corrotta e d’accordo con gli stessi boss del racket. Nonostante i pochi fondi a disposizione.</li>
<li>“I cambogiani considerano il mio lavoro inutile, persino dannoso, ma non mi fermeranno. Dobbiamo riuscire a salvare più vite possibili: ho sperimentato sulla mia pelle quest’incubo”.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Vuol dire che conosce nei dettagli paure, bisogni, modalità per cambiare il destino di queste bambine?</span></span></li>
<li>“Certo e meglio di altri. Sono stata venduta a 14 anni da mio nonno a un militare violento e molto più anziano di me, e poi ceduta da questi a un bordello, dove sono rimasta diverso tempo. Da quando ne sono uscita ho pensato solo ad aiutare le altre ragazze: già dall’89 accoglievamo in casa nostra le ragazzine più provate psicologicamente e fisicamente, ma potevamo contare solo sullo stipendio di mio marito. Così abbiamo creato l’<a href="http://www.afesip.org/index.php"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Afesip</span></span></a> (Azioni per le donne in situazione precaria) e alcuni anni fa il centro di riabilitazione per le piccole ospiti”.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/somaly.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-710" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/somaly.jpg" alt="" width="249" height="170" /></a></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<ul>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Ma nei bordelli lei torna ancora oggi. Come riesce a strappare le piccole “schiave” ai mercanti del sesso?</span></span></li>
<li>“E’ un lavoro capillare e molto rischioso: solo lo scorso anno abbiamo visitato 4883 bordelli distribuendo preservativi e materiale informativo. Ogni giorno mi reco personalmente nei night club, nei dancing, nei bar-karaoke, ma anche nelle case chiuse: in <span style="font-weight:bold;">Cambogia</span> sarebbero fuori legge, invece nel retro di squallide baracche lavorano senza sosta 13, 15 ragazzine a volta. E tra queste di solito troviamo la ragazza che cerchiamo. Se abbiamo la fortuna di fare irruzione con dei poliziotti che non siano corrotti, riusciamo anche a portarla via subito. La carichiamo in auto e andiamo via di corsa. Altrimenti torniamo i giorni seguenti, denunciamo la scomparsa della ragazza, indaghiamo con la nostra “squadra investigativa” sui clienti o sui protettori, finché non riusciamo a trovarla e a strapparla alla tenutaria. A volte ci vogliono settimane e sto male al pensiero che queste bambine siano costrette a restare: anche un’ora di più può essere un’eternità”.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Come individuate le ragazze?</span></span></li>
<li>“Spesso tutto parte da una telefonata al nostro numero verde della stessa giovane che ci chiede aiuto e vuole denunciare i suoi “padroni”. Oppure è la madre o il padre a venire da noi per chiederci di cercarla: di solito perché l’altro genitore l’ha ceduta in cambio di soldi”.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">E’ la famiglia stessa a vendere i propri figli?</span></span></li>
<li>“La maggior parte della popolazione in <span style="font-weight:bold;">Cambogia</span> è analfabeta e poverissima: non è raro così trovare ragazzine che anziché vendere sciarpe o cibo sulla strada, vendono se stesse. Le donne da noi nascono già schiave, spesso sono stuprate in famiglia: dal padre, dallo zio, dal nonno. E se una donna non è più vergine, non è facile sposarla, non ha futuro nella società: non resta che venderla ai mercenari del sesso, in cambio, ad esempio, di cibo per almeno un anno. Per duecento dollari si può fare qualunque cosa a un bambino”.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;"><span style="color:#0000ee;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/c.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-709" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/c.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></span></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<ul>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Quante ne ha strappate dalla strada finora? Per una giovane salvata ne restano migliaia prigioniere…</span></span></li>
<li>“Direttamente dai bordelli abbiamo già riscattato 290 ragazze. Molte sono vietnamite o thailandesi. In totale abbiamo dato assistenza a un migliaio di ragazzine. Oggi abbiamo una <a href="http://www.somaly.org/"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Fondazione</span></span></a> con cinque centri in <span style="font-weight:bold;">Cambogia</span> - di cui due dedicati alla formazione professionale e uno esclusivamente alle bambine dai 6 ai 16 anni, le più segnate e difficili da recuperare -, un istituto in <span style="font-weight:bold;">Laos</span>, uno in <span style="font-weight:bold;">Vietnam</span> e un altro in <span style="font-weight:bold;">Thailandia</span>. Ogni ragazza liberata ha 15 giorni per decidere se rimanere nel centro, dove potrà soggiornare per 9 mesi. Se è minorenne anche di più”.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Che futuro potranno avere queste giovani?</span></span></li>
<li>“Molte quando arrivano hanno già contratto l’Aids. Quindi non ci resta che assisterle fino alla fine: delle prime 20 bambine oggi sono vive solo quattro. Alcune mi hanno confessato di aspettare la morte come un sollievo: dalla nascita hanno conosciuto solo sofferenze. Quelle che invece hanno resistito agli abusi, alle torture e ne portano orribili segni sul corpo, come tagli e ricuciture vaginali per essere rivendute come vergini, vengono prima aiutate sul piano psicologico. Per ricostruirne l’autostima e rielaborare il trauma vissuto utilizziamo il “gioco delle parti”: le ragazze interpretano, in scenette teatrali, uno dei personaggi della loro vita: il cliente, il poliziotto, loro stesse”.</li>
<li><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Ma una vera reintegrazione nella vita sociale è possibile? O lei rappresenta un’eccezione? E comunque, in che modo avviene?</span></span></li>
<li>“Durante la permanenza all’istituto le ragazze hanno seguito lezioni di cucito per poter lavorare nelle fabbriche di moda o negli atelier, oppure un laboratorio per diventare parrucchiera e manicure o contadina o cuoca nei ristoranti. Il pomeriggio imparano a leggere, a scrivere e un po’ di matematica. Finora tre-quattrocento ragazze si sono reinserite completamente”.</li>
<li>Oggi Somaly (che è diventata molto nota anche in Italia partecipando a manifestazioni ufficiali e programmi televisivi), vive e lavora vicino a <span style="font-weight:bold;">Phnom Penh</span>, con il marito e i suoi figli.</li>
</ul>
<div style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">Testo e foto: Marina Misiti</span>)</div>
<div style="text-align:center;"></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le Beat, compagne di viaggio a San Francisco]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=518</link>
<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 22:32:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
(foto: © Marina Misiti)
Chi di voi conosce Frankie Kerouac, Carolyn Cassady o Joanna McClure? Per ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/sfranc.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-769" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/sfranc.jpg" alt="" width="350" height="219" /></a></p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-size:15px;line-height:normal;font-family:'Lucida Grande';">(foto: © Marina Misiti)</span></p>
<p>Chi di voi conosce <span style="font-weight:bold;">Frankie Kerouac</span>, <span style="font-weight:bold;">Carolyn Cassady</span> o <span style="font-weight:bold;">Joanna McClure</span>? Per lungo tempo sono rimaste nell'ombra, ma le compagne degli uomini "<span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">on the road</span></span>" della letteratura americana erano poetesse, artiste e scrittrici. Mi sono detta: sono ancora ingiustamente poco note, eppure esistono anche delle antologie che ci restituiscono le passioni e le visioni della <span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">Beat Generation al femminile</span></span>, come "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">A Different Beat</span></span>" (tradotto in Italia anni fa da Theoria-Editori Associati), per esempio: un'eterogenea raccolta di racconti e poesie che ha messo in luce una parte ingiustamente sottovalutata della cultura beat americana.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/carolyn1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-712" alt="" /></a><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/carolyn.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-711" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/carolyn.jpg" alt="" width="250" height="278" /></a></p>
<p>Le compagne degli uomini <span style="font-style:italic;">on the road</span> hanno condiviso con questi vita (e spesso figli), scrittura e avventure già nei primi anni Cinquanta. Vere e proprie eroine pre-hippy. Se si eccettuano <span style="font-weight:bold;">Diane Di Prima</span> con "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">Memorie di una beatnik</span></span>" (Guanda), <span style="font-weight:bold;">Joyce Johnson </span>e i suoi "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">Personaggi minori</span></span>" (Il Saggiatore), e un introvabile "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">Cuore di beat</span></span>" di <span style="font-weight:bold;">Carolyn Cassidy</span> (Savelli), sono tante le scrittrici, poetesse e sceneggiatrici (alcune di queste ancora in piena attività) dimenticate oggi dalla critica, offuscate dalla fama dei loro più affermati compagni di "strada".</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/diprima.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-770" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/diprima.jpg" alt="" width="249" height="274" /></a></p>
<p>Onore quindi a Nutrimenti per aver pubblicato recentemente il taccuino di viaggio di <span style="font-weight:bold;">Janine Pommy Vega</span>, “<a href="http://www.nutrimenti.net/"><span style="font-style:italic;">Sulle tracce del serpente</span></a>”, appunti di viaggio e impressioni che partono dall’incontro, negli anni ’60, col pittore e futuro marito Fernando Vega, col quale vivrà tra Israele, Parigi e Ibiza, prima della sua improvvisa e prematura scomparsa: la scrittrice continuerà a viaggiare da sola, prima in Europa, poi in Amazzonia, in Perù e in Nepal, macinando chilometri alla ricerca di nuovi spazi da ammirare, insieme a un personale viaggio interiore e alla ricerca del culto della Grande Madre Terra.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/differentbeat2.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-716" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/differentbeat2.gif" alt="" width="87" height="140" /></a></p>
<p>Volevo ritrovare una certificazione di esistenza, insomma, un pezzo di storia, quando anni fa sono entrata per la prima volta nella mitica <a href="http://www.citylights.com/"><span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">City Lights Bookshop</span></span></a> di Ferlinghetti, a San Francisco, in quell'angolo in discesa di Columbus Avenue che delimita North Beach, suggestivo quartiere italiano cuore del mondo beat. Sono stata ore a curiosare tra gli scaffali per cercare le tracce dei viaggi letterari di queste donne.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/bookstore.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-717" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/bookstore.jpg" alt="" width="221" height="150" /></a></p>
<p>Sono tornata più volte lì, negli anni. Alla fine mi sono portata dietro "valigie" piene di brani di prosa quasi surreale di <span style="font-weight:bold;">Jan Kerouac</span>, la figlia riconosciuta troppo tardi e mai voluta dal padre dei beatnik: una "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">Baby driver</span></span><span style="text-decoration:underline;">"</span>, dal titolo del suo libro, capace di camminare su "strade cosparse di polvere di stelle", il cui dolore sottopelle emerge quando racconta di come accettò di fare la comparsa in un film sul padre pur di poterlo sentire vicino almeno nella finzione cinematografica; e ho ritrovato la madre, <span style="font-weight:bold;">Joan Haverty Kerouac</span>, nelle memorie dall'eloquente titolo "<span style="font-style:italic;"><span style="text-decoration:underline;">Nobody's Wife</span></span>" (<span style="font-style:italic;">La moglie di nessuno</span>, ndr) che ci restituisce un Kerouac privato e notturno, in accappatoio, chino sui tasti per scrivere proprio "<span style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;">On the road</span></span>", il manifesto di una generazione "battuta", il libro che dalla sera alla mattina lo rese celebre.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/kerouac.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-713" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/kerouac.jpg" alt="" width="250" height="384" /></a></p>
<p>Il periodo è quello beat classico: dal 1957 al 1965. Lo sfondo è l'<span style="font-weight:bold;">America</span>. I personaggi, quelli maschili, hanno nomi indelebili: da <span style="font-weight:bold;">Jack Kerouac </span>al compagno di viaggi <span style="font-weight:bold;">Neil Cassady</span>, di cui la moglie <span style="font-weight:bold;">Carolyn</span> ritrae tensioni ed irrequietezze nel suo diario "<span style="font-weight:bold;">Off the road</span>" (Fuori dalla strada, ndr), e ancora da <span style="font-weight:bold;">Allen Ginsberg </span>e <span style="font-weight:bold;">Gregory Corso</span>, fino a <span style="font-weight:bold;">William Burroghs</span>. Nelle casette in legno dai colori pastello prese in affitto a North Beach, una delle più suggestive colline di San Francisco, o negli appartamentini condivisi al Village di New York, si snodano queste storie minime, questa moviola continua sulle emozioni e le fatiche quotidiane, sul jazz e le improvvisazioni della vita: "Avevo un esaurimento, leggevo Shakespeare e friggevo uova", scrive Leo Skir in ricordo di una di loro, <span style="font-weight:bold;">Elsie Cowen</span>, poetessa, coinquilina e amante di Ginsberg, anima tormentata fino al suicidio.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/sanfran1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-714" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/sanfran1.jpg" alt="" width="349" height="213" /></a></p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-size:15px;line-height:normal;font-family:'Lucida Grande';">(foto: © Marina Misiti)</span></p>
<p>Quando andare alla deriva per il mondo iniziava a diventare il credo di un'intera generazione, loro, le donne beat, divennero poetesse, "cacciatrici di parole" come la <span style="font-weight:bold;">Hochman</span>, memorialiste "folli per parlare, folli per vivere, folli per essere salvate" come <span style="font-weight:bold;">Hettie Jones</span> ed <span style="font-weight:bold;">Eileen Kaufman</span>, performer scandalose come <span style="font-weight:bold;">Diane Di Prima</span>, scrittrici indomite come <span style="font-weight:bold;">Joyce Johnson</span> che in un suo scritto ricorda: "Negli anni Cinquanta tutti sapevano perché una ragazza di buona famiglia se ne andava da casa...".</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.files.wordpress.com/2008/04/sanfran2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-715" src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/04/sanfran2.jpg" alt="" width="350" height="216" /></a></p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-size:15px;line-height:normal;font-family:'Lucida Grande';">(foto: © Marina Misiti)</span></p>
<p>Nei caffè dove si suona jazz che oggi confinano con Chinatown, o lungo le strade soleggiate tutte in salita e in discesa di San Francisco, ma anche nelle vie alberate del Greenwich Village, nel cuore di Manhattan, più e più volte sono andata alla ricerca di quelle storie, di quelle persone, di quei giorni così carichi di vita, di parole, di letti sfatti, di lavoretti occasionali e di pub dove la normalità era una sola: "raccontare le proprie visioni", al ritmo del be bop.</p>
<p style="text-align:center;">(<span style="font-style:italic;">Testo: Marina Misiti</span>)</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Julia in viaggio sugli alberi]]></title>
<link>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=391</link>
<pubDate>Tue, 26 Feb 2008 22:57:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>donneconlavaligia</dc:creator>
<guid>http://donneconlavaligia.wordpress.com/?p=391</guid>
<description><![CDATA[Il richiamo della foresta 
  

Ricordate Julia &#8220;Butterfly&#8221; Hill? Anni fa si arrampic]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Il richiamo della foresta </span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/QAeb72y5Tc0'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/QAeb72y5Tc0&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span>  
<ul>
<li>Ricordate <span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;">Julia "<span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Butterfly</span>" Hill</span>? Anni fa si arrampicò in cima a una sequoia, battezzata <span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Luna</span></span>, e ne ridisce solo due anni e sei giorni dopo. Ecco una strardinaria <span class="Apple-style-span" style="text-decoration:underline;">donna con la valigia</span>, anzi con uno zaino e alcune grandi idee dentro. Per farsi ascoltare intraprese un "viaggio" estremo a 56 metri da terra. Per combattere la sua battaglia andò a vivere sulla piccola piattaforma di legno nonostante il freddo, la fame e le condizioni durissime. Julia poteva continuare a fare surf come le sue coetanee californiane, invece poco più che ventenne mise a repentaglio la sua vita per salvare quella di una sequoia e dell’intera foresta millenaria che stava per diventare legname per camini. </li>
</ul>
<div><br class="webkit-block-placeholder" /></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<ul></ul>
<div style="text-align:center;"><span class="Apple-style-span" style="color:#0000ee;"><img src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/julia3.jpg" alt="julia3.jpg" /></span></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li>Ieri ho ritrovato una <span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">email</span> che mi ha inviato tempo fa per aggiornarmi sulle sue battaglie ecologiste: siamo rimaste in contatto, in qualche modo, dopo che l'ho intervistata per "<span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">MondoDonna"</span> (l'e-magazine della Mondadori) e poi per "<span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Grazia</span>". L'ho anche raggiunta in <span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;">California</span>, non lontano dalla "sua" foresta e credo che valga la pena riproporvi l'intervista che facemmo in occasione dell'uscita del suo primo libro qui in Italia. Per conoscerla meglio, perché <span style="font-weight:bold;" class="Apple-style-span">Julia Hill</span>, nome di battaglia “<span style="font-weight:bold;" class="Apple-style-span"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Butterfly</span></span>” (e con le farfalle, mi ha confidato, ha un rapporto speciale fin dall’infanzia), oggi trentaquattrenne, ha sempre un’incredibile avventura da raccontare...</li>
</ul>
<div><br class="webkit-block-placeholder" /></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<ul></ul>
<div style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/julia2.jpg" title="julia2.jpg"><img src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/julia2.jpg" alt="julia2.jpg" /></a></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li>"<span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">La ragazza sull’albero</span></span>”, (questo è anche il titolo del suo diario, pubblicato su carta riciclata da Corbaccio): a guardarla non diresti che è proprio lei l’ecoterrorista più famosa del mondo. Un fisico da modella, lunghi capelli scuri (ora li ha tagliati) e piedi scalzi anche in città, “come quando era su”. La sua è stata una drammatica avventura, la lotta di una ragazza sola contro una multinazionale del legname, la <span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Pacific Lumber</span>. E una battaglia quotidiana contro il freddo, la fame, le tempeste violentissime, il rombo minaccioso degli elicotteri sopra la testa e delle motoseghe sotto di lei. Ma anche la paura, la solitudine, il disagio di restare in una piattaforma di un metro e mezzo per due, le febbri e la malattia ai reni. Julia mi spiega di aver scritto il libro-diario dettando al registratore le sue paure e le sue poesie, le sue giornate piene di interviste, lettere e arrampicate sui grandi rami intorno alla sua piccola piattaforma a 56 metri d’altezza.</li>
</ul>
<div><br class="webkit-block-placeholder" /></div>
<div style="text-align:center;"></div>
<ul></ul>
<div style="text-align:center;"><a href="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/julia.jpg" title="julia.jpg"><img src="http://donneconlavaligia.wordpress.com/files/2008/02/julia.jpg" alt="julia.jpg" /></a></div>
<div style="text-align:center;"> </div>
<ul>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Hai scritto che la vera forza arriva quando ci si libera anche dalle preoccupazioni per noi stessi. Ma come hai fatto a liberartene in condizioni così difficili?</span></span></li>
<li>"Ci si abitua a tutto, anche a mangiare cous cous e frutta secca, a lavarsi con le spugnature di acqua piovana e ad andare in bagno in un secchio foderato da una busta. In più, io avevo un scopo importante: salvare qualcun altro, salvare Luna e la foresta".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Allora la forza di resistere ti è venuta da dentro?</span></span></li>
<li>"Dal cuore, sì, ma non solo. I miei fratelli, sorelle, amici, ma anche i mass media, mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">E le preghiere? Nel diario ce ne sono tante.</span></span></li>
<li>"Mi accompagnano da sempre. Mi indicano la via: credo che al fondo di tutto ci sia la fede".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">In questi anni sei diventata un simbolo, ti conoscono in tutto il mondo.</span></span></li>
<li>"Se lo avessi saputo me la sarei data a gambe…"</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Eppure sono venuti a trovarti sull'albero personaggi famosi, cantanti, attori, da Joan Baez a Woody Harrelson, a Mickey Hart dei Grateful Dead. C'è stata grande risonanza anche in tivù. Che impressione ne hai avuto?</span></span></li>
<li>"E’ stato un vero autentico regalo e con ognuno ho mantenuto un rapporto speciale. Da quel momento i media si sono interessati sempre di più alla mia battaglia: da "<span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Newsweek" </span>a "<span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">People"</span> fino al <span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Letterman Show</span>, hanno parlato tutti della “ragazza sull’albero”".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Non ti senti un’eccezione rispetto alla tua generazione, sempre più consumista e rinunciataria?</span></span></li>
<li>"Non riesco a paragonarmi ai miei coetanei: i loro modelli culturali, gli abiti, le mode, non sono i miei. Penso che ognuno debba seguire un proprio modello di vita e non conformarsi a quelli dominanti. Personalmente credo che se le azioni non coincidono con le parole, il nostro valore come persone ne sia sminuito".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Hai esposto la tua vita per le tue convinzioni: pensi che la tua lotta abbia influenzato la percezione che la gente ha delle foreste?</span></span></li>
<li>"Ne sono certa. Ha cambiato non solo il modo di percepire il rapporto con le foreste, ma anche quello con il mondo. Anche dall’Italia mi hanno detto che con questa azione pacifica di disobbedienza civile ho contribuito a una nuova consapevolezza ecologica".</li>
<li><span class="Apple-style-span" style="font-weight:bold;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;">Quali sono i tuoi obiettivi, oggi? Hai ancora il "richiamo della foresta"?</span></span></li>
<li>"Luna mi è rimasta nel cuore, nel frattempo ho fondato un’associazione, il <a href="http://www.circleoflifefoundation.org/"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Circolo della vita,</span></a> per continuare le battaglie ecologiste, ma non solo. Lavoro per i diritti dei nativi americani e contro la pena di morte negli Stati Uniti".</li>
</ul>
<div><br class="webkit-block-placeholder" /></div>
<div>(<span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">testo: Marina Misiti</span>)</div>
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