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	<title>ladroni &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "ladroni"</description>
	<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 07:19:16 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Giustizia in malafede, il Governo delle Frottole!]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=795</link>
<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 12:37:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[Giustizia in malafede (Le Balle della Propaganda S.S. Salva Silvio)
Il governo sul numero degli inte]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Giustizia in malafede (Le Balle della Propaganda <span style="color:#0000ff;">S.S.</span> <span style="color:#ff0000;">S</span>alva <span style="color:#ff0000;">S</span>ilvio)</h2>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" style="margin-left:3px;margin-right:3px;float:left;" src="http://img208.imageshack.us/img208/5026/alfano2imgarticologs0.jpg" alt="Ministro dell'ingiustizia" width="460" height="220" />Il governo sul numero degli intercettati ha raccontato<strong> un sacco di frottole agli italiani</strong>. In  Italia gli intercettati non sono ogni anno piu' di 20-25.000 e  l'80% riguarda i reati delle <strong>associazioni mafiose</strong> che gli altri  paesi, per fortuna, non hanno.</p>
<p style="text-align:justify;">Il ministro <strong>Alfano</strong> in commissione Giustizia, nel suo primo  atto ufficiale in Parlamento, <strong>ha raccontato bugie</strong>. Ha detto che un terzo delle spese per la giustizia se ne vanno per le intercettazioni, mentre e' il 2,5%; dice che gli italiani intercettati sono milioni, mentre non sono piu' di 20.000. Evidentemente era la preparazione di una <strong>campagna mediatica di delegittimazione</strong> del lavoro di giornalisti  e magistrati, e che ha come ultimo obiettivo, da perseguire con  questo disegno di legge, quello di <strong>garantire sempre piu' ampi  spazi di impunita' </strong>in questo paese ai reati dei colletti  bianchi. E anche <strong>la camorra ringrazia</strong> perche' scompaiono anche tutti i reati legati alle eco-mafie.</p>
<h2 style="text-align:center;"><span style="color:#ff0000;">Insomma un grave colpo allo stato di diritto in questo Paese.</span></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong>Le indagini sulla clinica degli orrori</strong> sono iniziate quali semplici indagini per 'colpe mediche' ovvero 'per lesioni personali colpose', tutti reati che sono <strong>ben al di sotto del limite di 10 anni</strong>. Le imputazioni piu' gravi sono scattate solo a seguito delle intercettazioni. Questa e' la dimostrazione che in questa materia il Governo e la maggioranza si sta muovendo o con <strong>assoluta incompetenza</strong> o con <strong>assoluta malafede</strong>.</p>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Tratto da: <a title="Giustizia in malafede" href="http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/giustizia/giustizia_in_malafede.php" target="_blank">www.antoniodipietro.it</a></strong></em></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Geronimo l'anonimo nell'avventura editoriale... Il Giornale!]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=793</link>
<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 22:44:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
<guid>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=793</guid>
<description><![CDATA[Le menzogne de
&#8220;il Giornale&#8220;


&#8220;La verità su Mani Pulite&#8220;, potrebbe essere ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><img class="alignleft" style="margin-left:3px;margin-right:3px;float:left;" src="http://img363.imageshack.us/img363/2026/giordyjg8.jpg" alt="Emafrodita Giordano" width="300" height="536" /><span style="color:#0000ff;">Le menzogne de</span><br />
"<strong><span style="color:#ff0000;">il Giornale</span></strong>"</h1>
<div>
<div>
<p style="text-align:justify;">"<strong>La verità su Mani Pulite</strong>", potrebbe essere il titolo di un libro del sottoscritto o di uno dei miei ex-colleghi del pool di Milano, quel pool che restituì la dignità al Paese denunciando, smascherando e mettendo in carcere negli anni 90 una rete di corruzione politica che strozzava l’economia e l’imprenditoria italiana di quegli anni, quella onesta. Invece no, è <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=266581" target="_blank">un articolo</a> del 5 giugno scritto da <strong>Geronimo</strong>, pseudonimo di <strong>Paolo Cirino Pomicino</strong>, su <strong>il Giornale</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Per Pomicino, si legge nell’articolo, il problema non furono le tangenti, ma il fallimento del tentativo di depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti. Il contenuto dell’articolo non deve stupire nessuno. Paolo Cirino Pomicino infatti è un uomo che per lungo tempo è rimasto nelle istituzioni grazie a generosi ed interessati appoggi nonostante la condanna ad un anno e otto mesi di reclusione per <strong>finanziamento illecito</strong> (<strong>tangente Enimont</strong>) e con 2 mesi patteggiati per <strong>corruzione per fondi neri Eni</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Quello che crea un <strong>profondo senso di sdegno</strong> invece sono ancora una volta gli organi d’informazione che accolgono a braccia aperte in trasmissioni pubbliche e in rubriche giornalistiche come quella de Il Giornale personaggi come Cirino Pomicino. <strong>Soldi pubblici</strong> per dar voce a condannati in via definitiva che parlano, proteggono e pontificano su indagati, prescritti, corrotti dell’attuale politica italiana.</p>
<p style="text-align:justify;">Lascio alle parole di <strong>Marco Travaglio</strong> nell’articolo apparso a pagina 8 de l’Unità di oggi il compito di <strong>smascherare puntualmente le menzogne</strong> contenute nell’articolo di Paolo Cirino Pomicino e pubblicate su il Giornale.</p>
</div>
<div id="more" class="entry-more">
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#0000ff;">"Nel paese dove il capo del governo smentisce una legge firmata da lui definendola «medievale», poi dice che parlavo «a titolo personale» quasi fosse un passante, dunque la legge rimane anche se non ha senso ed è medievale, si può dire di tutto. E anche scriverlo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignright" style="margin-left:3px;margin-right:3px;float:right;" src="http://img512.imageshack.us/img512/7830/geronimo2fk4.jpg" alt="Geronimo l'anonimo" width="288" height="400" />Il Giornale della ditta, che pare l’inserto umoristico di <strong>Geppo e Tiramolla</strong>, quando si tratta di baggianate non si tira mai indietro. Ieri per esempio quello biondo con le mèches, in un editoriale di alta politologia, se la prendeva con le «canaglie razziste» le quali sostengono che <strong>Renato Brunetta</strong> è piccolo, e per estensione con chiunque insinui che <strong>il Cainano</strong> è basso (mentre, a suo dire, sarebbe addirittura «alto come Prodi», non si sa se coi trampoli o coi tacchi a spillo). Giusto. Rettifichiamo volentieri anche per conto terzi: Brunetta è un corazziere, il Cainano è un watusso coi boccoli alla Shirley Temple, e quello biondo con le mèches che scrive sul Giornale è un giornalista. Sempre sul supplemento di Tiramolla compare un’intera pagina a firma Geronimo, noto nei migliori penitenziari come Paolo Cirino Pomicino, dal titolo decisamente impegnativo: «La verità su Mani Pulite: <strong>Scalfaro </strong>si piegò ai pm». Visto l’autore, c’era da attendersi piuttosto un titolo del tipo: «La verità su Mani Pulite: ecco come intascai 5,5 miliardi di lire dalla Montedison e ne girai una parte a <strong>Salvo Lima</strong>». Oppure: «La verità su Mani Pulite: ecco come fui condannato per finanziamento illecito e patteggiai per corruzione sui fondi neri Eni». Invece no: il noto pregiudicato ce l’ha con Scalfaro, che all’epoca osava persino non rubare. Pomicino scrive falsamente che i fondi neri del Sisde «non gli furono mai contestati» perché da Presidente aveva «assecondato la Procura di Milano». Balle: del Sisde s’occupava la Procura di Roma, che regolarmente indagò Scalfaro per abuso d’ufficio al termine del suo mandato e poi archiviò tutto perché non riscontrò alcun reato, come del resto aveva fatto per altri ex ministri dell’Interno (<strong>Cossiga </strong>e <strong>Mancino</strong>). Ma cogliamo fior da fiore dalla «verità» pomicina: «Amato ha finalmente avuto il coraggio di definire ’riprovevole’ l’uscita televisiva del pool Mani pulite contro la depenalizzazione del finanziamento illecito». Falso: non vi fu alcuna uscita televisiva del pool; solo un comunicato letto da <strong>Borrelli </strong>per smentire la bugia di <strong>Amato</strong>, cioè che il decreto Conso l’avesse chiesto il pool. «Amato inviò <strong>Francesca Contri</strong> da Borrelli per avere un suo placet sul provvedimento e lo ottenne». Falso: a parte che la Contri si chiama Fernanda, sia lei sia Borrelli han sempre smentito. Con quel decreto, per Pomicino, «il pool non avrebbe potuto più arrestare per finanziamento illecito». A parte il fatto che il pool non arrestava nessuno (era ed è compito del gip), il grosso degli arresti fu per corruzione, concussione, falso in bilancio e così via (ma depenalizzando il finanziamento non si sarebbero più scoperti quei reati). «La mattina di domenica 7 marzo ’93 ci fu in diretta tv la minaccia ’democratica’ del pool delle proprie dimissioni dinanzi all’ eventuale promulgazione del decreto». Altra superballa: l’anziano ras andreottiano in preda ai vuoti di memoria confonde quel che accadde il 7 marzo ’93 (<strong>decreto Conso</strong>, governo Amato) con quel che successe il 14 luglio ’94 (<strong>decreto Biondi</strong>, governo Berlusconi I). Sul decreto Conso parla solo Borrelli (naturalmente non «in diretta tv»: legge un comunicato ai giornalisti) per dire che il Parlamento e il governo sono «sovrani», i pm obbediranno alla legge «quale che sia», ma non si dica che il decreto l’han chiesto loro perché è falso. Nessun accenno a dimissioni. Sul decreto Biondi parla <strong>Di Pietro</strong> circondato dai colleghi <strong>Davigo</strong>, <strong>Colombo </strong>e <strong>Greco</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" style="margin-left:3px;margin-right:3px;float:left;" src="http://img441.imageshack.us/img441/7075/giudiceef6.jpg" alt="Il Giudice Incazzato" width="299" height="293" /><span style="color:#0000ff;"><strong>Borrelli non c’è</strong></span>: l’iniziativa è dei sostituti che gli chiedono di esonerarli dalle indagini su Tangentopoli, visto che per quei reati il decreto vieta il carcere preventivo (ma non per gli altri, creando imputati di serie A e serie B) e agevola le fughe e gli inquinamenti di prove (dopodichè <strong>Fini </strong>e <strong>Bossi </strong>costringono Berlusconi a ritirare la porcata). Ora la memoria può tradire, selettivamente, Pomicino. Ma non dovrebbe tradire un giornale degno di questo nome. Infatti Il Giornale ha preso per buone le balle pomicine sul decreto Conso del 1993, le ha intitolate «tutta la verità» e le ha illustrate con una megafoto della conferenza stampa del Pool contro il decreto Biondi (1994) con questa didascalia: «Il documento: un’immagine della conferenza stampa in cui Di Pietro bocciò il decreto del governo Amato».</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#0000ff;"><strong>Ecco. Pomicino mente con pensieri, opere e omissioni. Il Giornale mente pure con le foto.</strong></span></p>
<p style="text-align:right;"><strong>Marco Travaglio</strong>"<strong><em><br />
Tratto da</em></strong>: <a title="L'anonimo Geronimo, mente sapendo di Mentire.." href="http://www.antoniodipietro.com/2008/06/le_menzogne_de_il_giornale.html#more" target="_blank">www.antoniodipietro.it</a></p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Schifani Renato Giuseppe]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/2008/05/12/schifani-renato-giuseppe/</link>
<pubDate>Mon, 12 May 2008 18:09:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[


Riporto la &#8220;carta d&#8217;identità&#8221; tratta da &#8220;Se li conosci li eviti&#8220;, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://www.antoniodipietro.com/immagini2/schifanirenato.jpg" alt="schifanirenato.jpg" width="460" height="250" /></p>
<div>
<div>
<p style="text-align:justify;">Riporto la "carta d'identità" tratta da "<span style="text-decoration:underline;"><em><strong><span style="color:#ff0000;">Se li conosci li eviti</span></strong></em></span>", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Peter Gomez e Marco Travaglio, dell'attuale Presidente del Senato.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#0000ff;"><strong>Schifani Renato Giuseppe (FI)</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#ff0000;"><em>Anagrafe:</em></span></span> Nato a Palermo l'11 maggio 1950.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#ff0000;"><em>Curriculum:</em></span></span> Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#ff0000;"><em>Segni particolari:</em></span></span> Porta il suo nome, e quello del senatore dell'Ulivo <strong>Antonio Maccanico</strong>, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro <strong>Silvio Berlusconi</strong>: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le "cinque alte cariche dello Stato" (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L'ex ministro della Giustizia, il palermitano <strong>Filippo Mancuso</strong>, ha definito Schifani "il principe del Foro del recupero crediti", anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con <strong>Enrico La Loggia </strong>della società di Villabate, <strong>Nino Mandalà</strong>, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell'imprenditore<strong> Benny D'Agostino</strong>, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito <strong>Francesco Campanella</strong>, negli anni Novanta:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonio Mandalà con La Loggia. L'operazione avrebbe previsto l'assegnazione dell'incarico ad un loro progettista di fiducia, l'ingegner <strong>Guzzardo</strong>, e l'incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e <strong>Nicola Mandalà</strong> [il figlio di Antonino che per un paio d'anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di <strong>Bernardo Provenzano</strong>, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.</p>
</div>
</div>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Postato da <span style="color:#ff0000;">Antonio Di Pietro<br />
</span></strong></em></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Altra legge "Vergogna" del Berlusconi, la Pisanu in "Abrogazione"]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=769</link>
<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 02:12:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[UE, 43 ONG abbatteranno la data retention
Roma - No, la registrazione di massa di tutti i dati delle]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><img class="alignleft" style="margin-left:3px;margin-right:3px;float:left;" src="http://img88.imageshack.us/img88/2208/scamorzagianfranco2ny9.jpg" alt="Mister Scamorza" width="336" height="425" />UE, 43 ONG abbatteranno la data retention</h1>
<p style="text-align:justify;"><strong>Roma </strong>- No, la registrazione di massa di tutti i dati delle comunicazioni dei cittadini europei non piace, è anzi un danno gravissimo, un vulnus che colpisce i diritti dell'individuo e che pregiudica il corretto e aperto sviluppo della Società dell'Informazione. C'è questo e molto altro nella <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/annullare-la-direttiva-sulla-data-retention-richiesta-delle-ong-europee-alla-corte/" target="_blank">richiesta di annullamento</a> della direttiva europea sulla <strong>data retention</strong> trasmessa alla Corte di Giustizia da 43 ONG impegnate sul fronte dei diritti civili e sostenute da associazioni professionali di 11 paesi europei.</p>
<p style="text-align:justify;">La <a href="http://www.vorratsdatenspeicherung.de/content/view/216/79/lang,en/#letter" target="_blank">lettera</a> firmata per l'Italia tra gli altri da <a href="http://winstonsmith.info/pws/index.html" target="_blank">Progetto Winston Smith</a> e <a href="http://www.alcei.it/" target="_blank">ALCEI</a>, fa un riferimento esplicito alla richiesta di annullamento <a href="http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/gettext.pl?where=&#38;lang=en&#38;num=79939084C19060301&#38;doc=T&#38;ouvert=T&#38;seance=REQ_COMM" target="_blank">portata avanti</a> dall'Irlanda nel 2006. Secondo i promotori della proposta di annullamento <strong>la Direttiva è illegale</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Sostengono infatti che la data retention viola il diritto al rispetto della vita privata e della corrispondenza, la libertà di espressione, e il diritto alla protezione della proprietà privata per i fornitori di accesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Quanto introdotto dalla <strong>data retention di massa</strong> non è solo un abuso, ma una vera e propria "minaccia", così viene definitiva, senza una contropartita apprezzabile, con benefici "complessivamente minimi". "Solo in pochi casi - dicono i firmatari - generalmente di importanza secondaria, la data retention può servire a proteggere i diritti individuali. Non è prevedibile un effetto permanente nella riduzione della criminalità".</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono poi <strong>rischi concreti nella vita di ciascuno</strong>, quello ad esempio di dover fronteggiare "false incriminazioni" oppure "abusi da parte delle autorità o di privati".</p>
<p style="text-align:justify;">Tutte ragioni, dunque, che spingono le 43 ONG, sostenute anche da numerosi Internet Service Provider, a chiedere un immediato intervento della Corte di Giustizia.</p>
<p style="text-align:justify;">La <a href="http://www.vorratsdatenspeicherung.de/content/view/216/79/lang,en/#letter" target="_blank">mobilitazione in corso</a> rappresenta ad oggi la più rilevante azione di <strong>contrasto all'intercettazione di massa voluta dalla UE</strong>. Come noto, infatti, la registrazione dei dati delle comunicazioni <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=1657131" target="_blank">è considerata</a> dagli organismi europei per la privacy niente più e niente meno che una forma di intercettazione. Come tale, hanno fin qui inutilmente avvertito i Garanti europei, è un tipo di misura che va considerata straordinaria e adottata solo a fronte di specifiche esigenze di indagine nei casi di maggiore gravità, e sempre dietro controllo diretto della magistratura.</p>
<p style="text-align:justify;">Data retention, che in Italia si traduce <a href="http://punto-informatico.it/cerca.aspx?s=%22decreto+pisanu%22&#38;t=4&#38;o=0" target="_blank">Decreto Pisanu</a>, significa nella Direttiva europea la conservazione di dati come l'ora di spedizione di un SMS, la localizzazione del cellulare, il numero chiamato nel corso di una telefonata piuttosto che il destinatario, l'ora e l'IP di un messaggio email. Tutti dati che permettono di <strong>monitorare la rete di relazioni dell'individuo</strong>, valutare quali siano i suoi <strong>interessi personali</strong> e, nei fatti, trarre conclusioni su dettagli anche intimi della sua vita privata.</p>
<p style="text-align:justify;">Proprio a fronte di questo attentato all'integrità della persona, ricordano i promotori della mobilitazione di questi giorni, in Germania lo <em>Arbeitskreis Vorratsdatenspeicherung</em>, il Gruppo di lavoro sulla Data retention, ha organizzato già l'anno scorso una protesta, riuscendo a catalizzare il supporto di 15mila persone. La Corte Costituzionale federale tedesca lo scorso marzo come ricorderanno i lettori di <em>Punto Informatico</em> ha messo <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=1745352" target="_blank">importanti paletti</a> all'azione della data retention.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo il Gruppo di Lavoro tedesco, peraltro, la richiesta di annullamento <strong>sarà accolta entro l'anno</strong> dalla Corte di Giustizia: se ciò avvenisse si potrebbe immediatamente passare alla "fase 2", e ottenere nei singoli ordinamenti comunitari l'annullamento delle leggi che recepiscono la Direttiva.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Clementina Forleo sotto processo, i furbetti in Parlamento...]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/2008/03/22/764/</link>
<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 02:50:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
<guid>http://gigionetworking.wordpress.com/2008/03/22/764/</guid>
<description><![CDATA[Il giornalista Ferruccio Sansa mi ricorda che i furbetti del quartierino, già graziati dall&#8217;i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://img155.imageshack.us/img155/4408/1414vignwn4.jpg" alt="Questi minchioni..." align="left" height="300" hspace="2" width="300" />Il giornalista Ferruccio Sansa mi ricorda che i <b>furbetti del quartierino</b>, già graziati dall'<b>indulto</b> del ceppalonico errante, saranno premiati con l'ingresso trionfale in Parlamento. <font color="#ff0000"><b></b></font></p>
<p align="justify"><b><font color="#ff0000">Clementina Forleo è sotto processo</font>, <font color="#ff0000">i suoi genitori sono morti in un incidente stradale misterioso dopo aver ricevuto delle minacce. <i>Clementina al rogo.</i></font></b></p>
<p align="justify">Gli <b>imputati dell'inchiesta Antonveneta </b>e i loro fiancheggiatori ai <b>Club Med</b> di Camera e Senato con <font color="#ff0000"><b>25.000 euro al mese</b></font> e benefit. Leggete la lettera di Ferruccio a stomaco vuoto. Per non vomitare sulla moquette.</p>
<p align="justify">  "<i>Caro Beppe</i>,<br />
i partiti hanno presentato le loro liste per le prossime elezioni. Qualcuno può ritenersi soddisfatto: i furbetti del quartierino. Non bastava infatti che il Parlamento avesse votato l’indulto che offre l’<b>impunità</b> a quasi tutti i protagonisti dello <b>scandalo Antonveneta</b>. Nel silenzio generale, centro, centrosinistra e centrodestra hanno candidato tutti i politici comparsi nelle intercettazioni e negli atti dell’inchiesta Antonveneta. <font color="#ff0000"></font>
</p>
<p align="justify"><u><font color="#008080"><i><b>Eccoli:</b></i></font></u> <font color="#ff0000"><b>Nicola Latorre </b></font><font color="#000000"><u>(Pd)</u>,</font> <font color="#0000ff"><b>Luigi Grillo</b> </font><font color="#000000"><u>(Pdl)</u>,</font> <font color="#0000ff"><b>Aldo Brancher</b></font> <font color="#000000"><u>(Pdl)</u>,</font> <font color="#0000ff"><b>Roberto Calderoli</b></font> <font color="#000000"><u>(Lega)</u> e</font> <font color="#0000ff"><b>Ivo Tarolli</b></font> <font color="#000000"><u>dell’Udc</u> (per non parlare dei big che fanno da comparsa nelle intercettazioni e nelle deposizioni dei testimoni, cioè</font> <font color="#ff0000"><b>Massimo D’Alema</b>, <b>Piero Fassino</b>, <b>Giancarlo Giorgetti</b></font>,<font color="#000000"> ecc…).</font></p>
<p align="center"><i><b><font color="#0000ff">Molti si saranno già dimenticati chi sono. Ma forse bisognerebbe rinfrescarsi un poco la memoria andando a rileggere le intercettazioni di quella ingloriosa </font></b></i><font color="#ff0000"><b>estate 2005</b></font>.</p>
<p align="justify">Nicola Latorre fedelissimo di Massimo D’Alema, compare spesso nei brogliacci degli investigatori. In pratica il suo compito è quello di portaborse, o meglio, di portacellulare del leader diessino. <b>Ricucci</b> e <b>Consorte</b> chiamano e Latorre ascolta, chiede istruzioni, passa la cornetta a D’Alema. <i><b><font color="#0000ff">Sentiamolo.</font></b></i></p>
<p align="justify"><i><b><font color="#0000ff"></font></b></i>Il 18 luglio 2005, nel momento clou delle scalate poi finite in Procura, Latorre parla con <i>Ricucci</i> che si presenta: “Ecco il compagno Ricucci all'appello. Ormai stamattina a Consorte gliel'ho detto, datemi una tessera, non ce la faccio più”.</p>
<p><b><font color="#0000ff"><i>Latorre</i>:</font> </b>“Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo rosso”.<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Ricucci</i>:</font> </b>"Ho preso da <b>Unipol</b>, io. Tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol”.</p>
<p>Il 6 luglio 2005 Latorre parla con Giovanni Consorte. L’ex numero uno di Unipol (indagato per aggiotaggio informativo e manipolativo) è preoccupato che <b>Caltagirone</b> e gli altri contropattisti che detengono una parte del <b>patrimonio Bnl</b> gli tirino un pacco. Ma Latorre lo consola.</p>
<p><i><font color="#ff0000"><b>Consorte</b>:</font></i> Caltagirone e i suoi “si sono defilati e vogliono vendere”<br />
<b><font color="#0000ff"><i>Latorre</i>: </font></b>“Sì”<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>: </font></b>“Allora ci sono due problemi. Il primo è il prezzo ma lì non c'è discussione: noi gli abbiamo offerto due euro e sessanta, prendere o lasciare. E naturalmente due euro e sei è... non è trattabile perché... eh... noi stamattina siamo stati in <b>Isvap</b>, in <b>Banca d'Italia</b>, dove bisogna dare una mano a Frasca, Nicò, perché lo stanno crocefiggendo per colpa di quel maiale del Governatore. Perché Frasca è un compagno eh! Eh, un uomo distrutto eh! Va beh. E comunque è una cosa che voglio parlare con te e Massimo a parte”.</p>
<p><b>Frasca</b>, per chi lo avesse dimenticato, era responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia e fu <b>indagato dalla Procura di Roma</b> per abuso d’ufficio.<br />
Latorre e Consorte parlano dei dettagli dell'accordo, poi Consorte conclude.</p>
<p><b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>:</font> </b>“Quindi se questi accettano una dilazione temporale, diciamo, tra virgolette la partita è chiusa. Se non accettano vuol dire che hanno, cosa di cui ho gli elementi, trattato con gli spagnoli per rilanciare della loro. Questa è la situazione. Quindi io domani ho l'incontro con loro alle sei, alle otto ti chiamo e ti dico come va a finire”.</p>
<p><b><font color="#0000ff"><i>Latorre</i>: </font></b>“Ma che deve fare una telefonata Massimo a...l'ingegnere?”.<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>:</font> </b>“Eh guarda io c'ho riflettuto, per quello t'ho chiamato. E... mi devi dare tempo Nicola fino a domani pomeriggio alle tre e la motivazione è questa: se io con i miei interlocutori chiudo...”<br />
<b><font color="#0000ff"><i>Latorre</i>: </font></b>“E' meglio che se ne va”.<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>:</font> </b>“No, no. E' meglio che Massimo fa una telefonata”.<br />
Il 14 luglio 2005 ecco la famosa telefonata tra D’Alema e Consorte.<br />
<b><font color="#0000ff"><i>D’Alema</i>:</font> </b>“Io poi ti devo dire una cosa...ah... se tu trovi un secondo...direttamente”.<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>: </font></b>“Tu domenica sei a Roma? O mi devi parlare prima?”.<br />
<b><font color="#0000ff"><i>D’Alema</i>:</font> </b>“Beh... volevo dirti... delle prudenze che devi avere. Forse...”.<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>:</font> </b>“Uhm”.<br />
<b><font color="#0000ff"><i>D’Alema</i>:</font> </b>“Forse ti è arrivata la voce, diciamo. Devo farti una un <b>elenco delle prudenze</b> che devi avere… Sì delle comunicazioni”.</p>
<p align="justify">Chissà che cosa voleva dire D’Alema con queste frasi. Forse intendeva dire di prestare maggiore attenzione a come veniva comunicata al pubblico l’operazione finanziaria Unipol-Bnl. Legittimo. Ma gli inquirenti hanno il dubbio che volesse consigliare a Consorte di prestare attenzione a eventuali intercettazioni telefoniche. Non si saprà mai. Convinti Caltagirone e amici a vendere a Unipol, c’è da convincere <font color="#ff0000"><b>Vito Bonsignore</b></font> (<i><font color="#0000ff"><b>europarlamentare Udc oggi passato con il Pdl di Berlusconi</b></font></i>).</p>
<p><b><font color="#0000ff"><i>D’Alema</i>:</font></b> «Ho parlato con Bonsignore, che dice che cosa fare, uscire o restare un anno? Se vi serve, resta... Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico...».<br />
<b><font color="#ff0000"><i>Consorte</i>:</font></b> «Chiaro, nessuno fa niente per niente».</p>
<p align="center"><font color="#0000ff"><b>Il Pd ha deciso di candidare Latorre, D’Alema e Piero Fassino</b>. </font><br />
<b><font color="#ff0000">Nessuno dei tre è indagato. L’onore è salvo?</font></b></p>
<p align="justify">Certo, il Popolo della Libertà se la passa molto peggio. I suoi candidati sono anche stati indagati. In Puglia, lontano dai riflettori, <font color="#000000"><b>Berlusconi ha deciso di candidare Luigi Grillo</b></font>, indagato per concorso in aggiotaggio. Grillo è sempre stato – e lo ha ammesso con orgoglio – uno degli sponsor dell’ex Governatore Antonio Fazio <font color="#000000"><b>indagato per aggiotaggio</b>, <b>abuso d’ufficio e insider trading</b></font>. Grillo è sempre stato un sostenitore di <b>Gianpiero Fiorani</b>, da lui definito un “ottimo banchiere”. E secondo gli investigatori, Grillo ha ottenuto dalla Banca Popolare di Lodi, di Fiorani, un fido di 250mila euro.<br />
In Veneto alla Camera ecco candidato Aldo Brancher (Forza Italia), indagato <b>a Milano per ricettazione</b>. C’è poi Roberto Calderoli, il leghista indagato anche lui per ricettazione a Milano che si ritrova capolista della Lega al Senato.
</p>
<p align="justify"><img src="http://img141.imageshack.us/img141/5331/d7473b30e1c608037b5ad52pm3.jpg" alt="Ciao Bambaccioni!!" align="right" height="233" hspace="4" width="231" />Se non ci fosse stato Fiorani, probabilmente, la Lega sarebbe andata in bancarotta. E’ il banchiere di Lodi che rileva <b>Credieuronord</b>, la banche padana voluta da Bossi che accumulò un mare di debiti. La scuola leghista di Varese. Il prato di Pontida, proprio quello che ogni anno si riempie di bandiere verdi per i discorsi del Senatur. Tutti i simboli della Lega da tempo sono stati comprati con soldi della Banca Popolare di Lodi. Denaro che il Carroccio ha ricevuto a cominciare dagli anni Novanta: un totale, tra fidi e finanziamenti, di <b>10 milioni di euro</b>, cui va aggiunto circa un altro milione proveniente dalla Banca Popolare di Crema (controllata da Lodi). Il tutto ottenuto offrendo come pegno la storica sede del Carroccio, il Palazzo di via Bellerio. Niente di illecito, ma ad analizzare i conti bancari della Lega (13, tutti aperti presso la filiale milanese di Bpl) si capisce che a unire il Carroccio e l’istituto di Fiorani non era un semplice legame d’affari: l’esistenza stessa della Lega dipendeva dalla volontà di Lodi.</p>
<p align="justify">L'<b>Udc</b> non vuole essere da meno, in Trentino Alto Adige <b>candida Ivo Tarolli</b>. Tra gli amici fidati di Fazio e Fiorani (per lui la procura di Lodi ha chiesto l’archiviazione per l’ipotesi iniziale di appropriazione indebita).</p>
<p align="justify">Latorre, Grillo, Brancher, Calderoli e compagni sono pronti per tornare in Parlamento.Intanto <b>Clementina Forleo</b>, il gip di Antonveneta, è sotto inchiesta disciplinare per l'ordinanza con la quale, nel luglio scorso, il Gip aveva <b>chiesto</b> alle Camere <b>l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni</b> disposte nell'ambito delle inchieste sulle scalate bancarie in cui erano coinvolti alcuni parlamentari, tra cui Massimo D'Alema e Piero Fassino. Il 27 giugno prossimo <b>sarà processata</b> dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura." <i></i></p>
<p align="right"><i>Ferruccio Sansa<br />
Tratto da: <a href="http://beppegrillo.it/" title="Beppe Grillo &#38; V2-Day" target="_blank">BeppeGrillo.it</a><br />
</i></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Votate "Berlusconi Delinquente" ehmm "presidente"]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/2008/03/13/votate-berlusconi-delinquente/</link>
<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 07:45:57 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Nessuno lo puo&#8217; giudicare

&#8212;

  Riporto un brano tratto da &#8220;Mani Sporche&#8220;, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div align="center">
<h1><img src="http://img141.imageshack.us/img141/5331/d7473b30e1c608037b5ad52pm3.jpg" alt="Io sono io" align="left" height="233" hspace="2" width="231" /><img src="http://img208.imageshack.us/img208/2193/afp929192542480ox7.jpg" alt="Lui è lui" align="left" height="138" hspace="2" width="152" /><font color="#ff0000"><b>Nessuno lo puo' giudicare</b></font></h1>
</div>
<div align="center">---</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b>  Riporto un brano tratto da "<font color="#ff0000">Mani Sporche</font>", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "<font color="#ff0000">Nessuno lo puo' giudicare</font>" (pag. 106).</b>  "<b><font color="#0000ff">Il 2003 è forse l'anno più nero della politica italiana in tutta la storia della Repubblica. Mai si era assistito a tali e tante lesioni delle libertà fondamentali e dei principi costituzionali. Con il pretesto della sua imminente promozione a presidente di turno dell'Unione Europea, Silvio Berlusconi manomette la Carta fondamentale e i Codici penale e procedurale, oltre a piegare continuamente il Parlamento alle sue personali esigenze processuali e affaristiche e a produrre una catena interminabile di censure ed epurazioni nel mondo dell'informazione.</font></b></div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b><font color="#ff0000">L'anno si apre con dodici condoni fiscali</font> <font color="#0000ff">(per gli evasori dell’Irpef, dell'Ici e così via) varati dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella finanziaria appena approvata, per «fare cassa» e tentare di mantenere la promessa di non aumentare le tasse. «</font><font color="#ff0000">Le mie aziende non si avvarranno del condono</font><font color="#0000ff">», giura il premier. </font><font color="#ff0000">Bugia.</font> <font color="#0000ff">Per mettersi in regola con il fisco, che reclama da lei</font> <font color="#ff0000">197 miliardi</font> <font color="#0000ff">di lire, la Fininvest</font> <font color="#ff0000">approfitta del condono</font> <font color="#0000ff">e ne paga</font> <font color="#ff0000">solo 35</font>. </b></div>
<h2>
<div align="center"><font color="#ff0000"><b>Un affarone. </b></font></div>
</h2>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b><font color="#0000ff">Anche perché il vantaggio resta tutto in famiglia. La Fininvest infatti appartiene al 100 per cento ai Berlusconi e si era impegnata, al momento della quotazione di Mediaset, a pagare tutte le tasse dovute dalla nuova holding televisiva (che, essendo quotata, ha anche altri soci) per i fatti precedenti all'entrata in Borsa. La stessa strada del condono viene poi battuta da altre società personali del Cavaliere, come, l'Immobiliare Idra che controlla le sue ville sparse per l'Italia. Non contento, il premier usa il condono per cancellare le sue ulteriori pendenze col fisco, versando appena 1850 euro in due comode rate per evitare ogni accertamento sulle sue presunte evasioni (contestate dalla Procura di Milano nel processo sui bilanci di Mediaset) relative al periodo 1997-2002. Nel 2005 arriverà addirittura il condono erariale, per consentire ai politici e ai pubblici amministratori condannati in primo grado dalla Corte dei conti di sistemare le loro pendenze pagando dal 10 a1 20 per cento del danno quantificato dalla sentenza. </font></b></div>
<h2>
<div align="center"><font color="#ff0000"><b>Un danno, per le casse dello Stato, da centinaia di milioni di euro.</b></font></div>
</h2>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b><font color="#0000ff">Ma il 2003 è soprattutto fanno del lodo Maccanico-Schifani, che immunizza le alte cariche dello Stato dai processi e rende invulnerabili i parlamentari, grazie all'annessa legge Boato, anche dalle intercettazioni indirette. È l’anno della legge Gasparri e del decreto salva-Rete4, che perpetuano il monopolio di Mediaset sulla tv commerciale e il suo oligopolio sul mercato pubblicitario. </font></b><img src="http://img404.imageshack.us/img404/5535/silvio21sr2.jpg" alt="Berlusconi Delinquente" align="right" height="433" hspace="2" width="440" /><b><font color="#0000ff">È l’anno della controriforma della seconda parte della Costituzione, pilata in estate da quattro «saggi» (il forzista Andrea Pastore, Francesco D'Onofrio, il leghista Roberto Calderoli e Domenico Nania di An) in una baita di Lorenzago del Cadore (Belluno), per rompere l'unità nazionale in nome di un federalismo in salsa padana e dotare il premier di poteri di vita o di morte sul Parlamento (la riforma sarà sonoramente bocciata dai cittadini italiani referendum confermativo dell'estate 2006). Sempre nel 2003 il creativo Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione, subito utilizzata da Berlusconi quando, nel 2005, cederà il 16,88 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando milioni di tasse. E un'altra legge à la carte del 2003 è il decreto «</font><font color="#ff0000">salva calcio</font><font color="#0000ff">», che è anche «</font><font color="#ff0000">salva-Milan</font><font color="#0000ff">»: i club indebitati potranno ammortizzare sui bilanci 2002 e «</font><font color="#ff0000">spalmare</font><font color="#0000ff">» nei dieci anni successivi la «svalutazione» del cartellino dei calciatori conseguente al generale stato di crisi in cui versano quasi tutte le società (tra serie serie B, il deficit sfiora i </font><font color="#ff0000">4 mila miliardi</font> <font color="#0000ff">di lire).</font> </b></div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b><font color="#ff0000">Il risultato è ottenuto grazie a un doppio conflitto d'interessi</font><font color="#0000ff">: quello tra il Berlusconi presidente del Consiglio e il Berlusconi presidente del Milan; e quello tra il Galliani vicepresidente del Milan e il Galliani presite della Lega Calcio. </font><font color="#ff0000">Il decreto del presidente del Consiglio fa risparmiare al presidente del Milan 242 milioni di euro</font>.</b><font color="#0000ff">"</font></div>
<div align="center">---</div>
<div align="justify"></div>
<div align="right"><b><i><font color="#0000ff">Tratto da:</font> <font color="#ff0000">AntoniodiPietro.it</font></i></b></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Miseria umana della pubblicità]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=760</link>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 00:38:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
<guid>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=760</guid>
<description><![CDATA[“Miseria umana della pubblicità:
Il nostro stile di vita sta uccidendo il         mondo”
A cura]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:center;" align="center"><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">“<i>Miseria umana della pubblicità:<br />
Il nostro stile di vita </i></span><i><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">sta uccidendo il         mondo</span></i><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">”<br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">A cura del         Gruppo MARCUSE, <a href="http://www.eleuthera.it/">Elèuthera</a>, 144 pp.,         € 12,00 -<a href="http://www.informationguerrilla.org/miseria-umana-della-pubblicita-il-nostro-stile-di-vita-sta-uccidendo-il-mondo" title="Link Originale" target="_blank">Link originale</a>                           </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Il sistema pubblicitario nella società industriale<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La pubblicità, arma del marketing, è l’arte di vendere         qualsiasi cosa a chiunque e con qualsiasi mezzo. Per la precisione, è         il marketing nella sua dimensione comunicazionale. Passando attraverso         la scappatoia dei media, essa costituisce l’archetipo della «comunicazione».         La critica alla pubblicità si estende quindi alla critica contro il         marketing e contro la comunicazione: questi tre flagelli compongono         insieme il sistema pubblicitario. Ma questo sistema è stato generato         dal capitalismo industriale, che finanzia i media di massa di cui         orienta il contenuto. Il problema perciò non si riduce         all’abbrutimento pubblicitario, include anche la disinformazione         mediatica e la devastazione industriale. Non bisogna illudersi: la         pubblicità è solo la punta dell’iceberg del sistema pubblicitario,         ovvero di quell’oceano glaciale nel quale si sviluppa ed espande la         società consumista con la sua crescita devastante. E se siamo contro         tale sistema e tale società, è perché il nostro stile di vita sta         uccidendo il mondo.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L’effetto principale della pubblicità è la propagazione         del consumismo. Basato sull’iperconsumo, questo stile di vita riposa         sul produttivismo, e dunque implica lo sfruttamento crescente delle         persone e delle risorse naturali. Tutto ciò che consumiamo comporta         meno risorse e più scarti, più nocività e più lavoro depauperante.         Il consumismo porta così alla devastazione del mondo, alla sua         trasformazione in deserto materiale e spirituale: un ambiente dove sarà         sempre più difficile vivere e sopravvivere in modo umano. In questo         deserto prospera la miseria fisica e psichica, sociale e morale. Gli         immaginari tendono ad atrofizzarsi, le relazioni sono disumanizzate, la         solidarietà si decompone, le competenze personali diminuiscono,         l’autonomia sparisce, i corpi e le menti vengono standardizzati.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La miseria umana della pubblicità è, dunque, sia questa         vita impoverita che esalta una pubblicità onnipresente, sia la miseria         degli ambienti pubblicitari stessi, che illustrano in modo caricaturale         l’impoverimento morale di cui soffre la società mercantile. Per         questo motivo citeremo abbondantemente i discorsi di vari pubblicitari.         Il cinismo - di cui alcuni menano vanto - fa parte a tal punto del loro         «folclore professionale» che, ad esempio, nessuno osa contestare la         descrizione romanzesca che ne fa Frédéric Beigbeder. Secondo François         Biehler, pubblicitario sempre in servizio, essa è «rigorosamente         esatta». Come può giustificare la sua professione, allora?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">«La pubblicità serve anche a rilanciare i consumi». I         pubblicitari stessi non negano che ciò implica una buona parte di         manipolazione. E cosa significa manipolare qualcuno, se non fargli fare         qualcosa che non avrebbe mai fatto spontaneamente, come rinnovare         inutilmente merce futile e nociva? Come diceva Machiavelli, il fine         giustifica i mezzi. Biehler deve quindi ritenere tollerabile questa         manipolazione, in quanto si compie in nome di un fine eminentemente         consensuale: «Rilanciare i consumi e far funzionare l’economia, il         che, a priori, non è condannabile».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ecco che si tocca l’assioma che viene sotteso nella         schiacciante maggioranza dei discorsi sulla pubblicità: è bene, anzi         necessario, stimolare          la Crescita         , questa Vacca Sacra invocata in coro da tutti i politici, questo Messia         del quale si acclama il ritorno. Se si accetta il dogma fondante         dell’economicismo, pregiudizio che quasi nessuno contesta malgrado i         suoi effetti disastrosi sulle nostre vite, allora la pubblicità è         effettivamente indispensabile, tanto che diventa difficile metterla in         discussione. Se invece la volontà di produrre si giustifica con il         fatto che ne dipende la sopravvivenza materiale, in società come le         nostre, dove regnano spreco e sovrapproduzione, si tratta di un         presupposto irragionevole, irresponsabile e pericoloso. Dobbiamo inziare         a renderci conto che la crescita, divenuta fine a se stessa, invece di         corrispondere ai nostri bisogni è prima di tutto crescita di nocività         e di diseguaglianza.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La pubblicità è indissolubilmente legata alla         devastazione del mondo, di cui è uno dei motori. Essa vi contribuisce         doppiamente: spingendo l’iperconsumo di merce industriale, favorisce         lo sviluppo di un’economia devastatrice; e dissimulandone le         conseguenze, frena una presa di coscienza ogni giorno più urgente se si         vuole evitare il peggio. Essa deve dunque essere oggetto di una critica         radicale, cioè di un’analisi che risalga fino alle sue radici. Solo         coloro che identificano saggezza e acquiescenza, spirito critico e         consenso mediatico, possono accontentarsi della denuncia dei suoi         eccessi più flagranti.<br />
Ma soltanto risalendo alle radici si potrà comprendere la ragione dei         suoi abusi così ordinari, in particolare dell’estrema violenza che fa         subire alle donne. Ma nessuno ne esce indenne, come mostrerà questo         manifesto contro la pubblicità e contro «la vita che vi si rispecchia».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Capitolo 6 - LE RELAZIONI PERICOLOSE</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La storia insegna che ciò che può spezzare vecchie catene         spesso forgia nuove schiavitù. L’industria avrebbe potuto         risparmiarci i lavori più penosi, ma di fatto ci ha asservito a un         lavoro senza tregua. La pubblicità ha giocato un ruolo di catalizzatore         in questo ribaltamento: inoculandoci l’incessante voglia di consumare,         ci ha trasformati in servi di quella macchina che si supponeva fosse al         nostro servizio. Al tempo stesso, tuttavia, essa non ha fatto altro che         rivelare, aggravandoli, i pericoli inerenti a questo modo di produzione.<br />
La propaganda industriale non poteva limitarsi alle merci classiche e         rispettare l’indipendenza di quelle tre sfere fondamentali e vitali         che simboleggiano ciò che di positivo si è inventata la modernità: il         giornalismo, la democrazia e la medicina. Non meraviglia che essa ne         abbia pervertito pericolosamente le logiche interne allorché è         riuscita a metterle al servizio dell’accumulazione del capitale.         Grazie alla sua azione, i media sono diventati macchine per far         spendere, invece di diffondere il libero pensiero. Con l’avvento del         mondo della comunicazione, essa ha spoliticizzato la politica e svuotato         la democrazia della sua sostanza. Infine, impadronendosi della         farmacopea, ha trasformato la medicina in sistema patogeno. Ma la         pubblicità non avrebbe potuto fare il suo abituale lavoro di becchino         se tali istituzioni non avessero già mostrato delle falle: di fatto,         essa ha semplicemente catalizzato le insufficienze di cui soffrono gli         ambiti che essa travolge con tanta facilità.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L’indipendenza illusoria dei media<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Prima della metà del XIX secolo, i giornali venivano         finanziati dai loro lettori e redattori, in quanto non si trattava di         ricavarne un profitto, ma di formare un contropotere di fronte         all’onnipotenza monarchica. Nel 1836 Émile de Girardin inaugura la         pratica che fonda la stampa di massa moderna: introduce degli annunci a         pagamento alla fine del giornale allo scopo di diminuirne il prezzo di         vendita, quindi di accedere a un numero più ampio di lettori, quindi di         attrarre più pubblicità e così via. Questa pratica si è         generalizzata e oggi la maggior parte dei giornali dipende per il 50%         dalla pubblicità, mentre alcuni vivono esclusivamente di pubblicità,         come quei giornali «gratuiti» la cui funzione è esclusivamente di         diffonderla presso un pubblico più vasto.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ovviamente, i pubblicitari si felicitano per questa «associazione         a scopo di lucro» in cui la pubblicità è il «partner dominante »,         in grado di «imporre il proprio linguaggio» e «parassitizzare» lo         spazio dei giornali, ormai ridotti al ruolo di supporti pubblicitari. La         simbiosi è ancora più marcata nelle riviste, trasformate in negozi         virtuali che permettono di fare lo shopping restando seduti; appare         incontenibile nelle riviste aziendali distribuite alla clientela (da         parte di società ferroviarie, linee aeree, ecc.); e diventa infine         caricaturale nei magalogues, espressione di Naomi Klein derivata dalla         fusione dei termini magazine (rivista) e catalogue (catalogo), cui la         scrittrice ricorre per definire quelle «fanzines» con cui le grandi         marche americane vendono i loro «stili di vita» ai propri «fan». Nel         2004 Leroy Merlin fa uscire il suo Du côté de chez vous, abbinato         all’omonimo programma televisivo su TF1. È l’apoteosi di una         sinergia industrial-mediatica particolarmente pericolosa per quanto         riguarda l’informazione.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La convergenza tra pubblicità e informazione è avvenuta         mediante un doppio movimento. Da un lato, i pubblicitari mantengono la         confusione dei generi imitando lo stile e l’impostazione degli         articoli giornalistici. Per lottare contro tale pubblicità clandestina         (stretto equivalente della propaganda nera che opera falsificando le         fonti), la legge ha imposto che le pubblicità vengano presentate come         tali; tuttavia esse continuano a camuffarsi nella forma di «dossier         pubblicitari», di «supplementi omaggio», di «tavole rotonde», ecc.<br />
Ma se la pubblicità scimmiotta l’informazione, l’informazione non         si tira certo indietro. Alcuni sedicenti «giornalisti» accettano         bustarelle per moltiplicare nei loro articoli i riferimenti a quelle         marche che vogliono accrescere la propria notorietà; altri praticano il         «reportage pubblicitario» o il «giornalismo promozionale»: ibridi         linguistici che oscurano la frontiera tra gli spazi promozionali e         quelli redazionali. Il giornalismo diviene così un business come tutti         gli altri, tanto che alcune redazioni si rivolgono ai consulenti di         marketing per determinare le aspettative dei «consumatori         d’informazione».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Inevitabilmente la politica viene considerata come meno         fondamentale rispetto alle inchieste sul consumo e su altri «temi         sociali» trasversali. Siamo entrati nell’era dell’infotainment,         l’info-divertimento: l’informazione deve divertire (in inglese         entertainment) piuttosto che istruire. Queste tendenze sono         particolarmente marcate nella televisione.<br />
Tramite la mediazione dei consulenti pubblicitari, gli inserzionisti         organizzano, almeno in parte, i palinsesti della programmazione: più         una trasmissione è seguita, più attira pubblicità e quindi denaro;         viceversa, le trasmissioni meno adescatrici vengono relegate a orari         impossibili. Gli inserzionisti influenzano anche i contenuti, rifiutando         che i loro spot siano abbinati a trasmissioni che suscitano emozioni         negative, nel timore che queste ultime facciano impallidire i loro         prodotti.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Quanto alla carta stampata, gli inserzionisti impongono che         gli annunci non siano inseriti in contesti che contengano critiche         dirette alla marca o a ciò che le viene associato: il Paese         d’origine, quello di produzione, ecc. La pubblicità rafforza così il         monopolio di fatto che tende ad avere sull’«informazione» in materia         di prodotti. In questo caso i protagonisti sono i consulenti         pubblicitari (cinghie di trasmissione tra padronato e redazioni) e,         ancor più, le agenzie di vendita di spazi pubblicitari. Grazie ai «piani         mediatici» (con i quali determinano i veicoli pubblicitari appropriati         per raggiungere l’obiettivo prefissato, organizzando poi il         bombardamento), sono infatti loro che possono influenzare e ricattare le         redazioni, minacciando di tagliare i viveri. Il loro potere di pressione         è ancora più elevato per il fatto che questo settore è estremamente         concentrato: in Francia cinque agenzie centrali hanno «il controllo di         quattro quinti del volume totale». Poiché la pluralità degli         inserzionisti, ritenuta garante della libertà di stampa, è un aspetto         in effetti secondario e illusorio, l’argomento classico in favore         della pubblicità dev’essere rimesso in discussione.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Fieri di ricevere finanziamenti per la loro missione, che         è quella di analizzare e criticare in piena autonomia, certi         giornalisti rivendicano il legame che li collega alle grandi imprese. «La         pubblicità, strombazza il direttore di ‘Le Monde’, è garante         dell’indipendenza del giornale». Precisiamolo: di fronte ai poteri         politici. Ma tale finanziamento comporta un’altra dipendenza: quella         dalle potenze economiche. E se parrebbe logico, nel caso di un giornale         finanziato dallo Stato, che il giornalista si trattenesse dallo sputare         nel piatto in cui mangia, perché le cose dovrebbero andare diversamente         quando il piatto lo fornisce il capitale?<br />
Circa mezzo secolo fa, il fondatore di «Le Monde» faceva questa         dichiarazione: «Mi sembra pericoloso che la vita del giornale sia         assicurata per una porzione eccessiva dalla pubblicità, perché ciò lo         pone alla mercé di un ricatto». Il finanziamento da parte dei soli         lettori è infatti l’unica garanzia di una completa indipendenza         redazionale. È appunto per questa ragione che un giornale come «Le         Canard enchaîné» rifiuta la manna pubblicitaria; non meraviglia         dunque che sia il solo giornale che informa il pubblico sull’influenza         nociva di quest’ultima all’interno dei media.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La giornalista Florence Amalou spiega bene come la         pubblicità possa diventare un mezzo di pressione, o meglio di         repressione, nelle mani degli inserzionisti intenzionati a influenzare         una linea editoriale: rappresaglie pubblicitarie (campagne annullate in         seguito ad articoli troppo critici), boicottaggio dei nuovi titoli che         si smarcano dal «pensiero unico» al servizio del padronato,         giornalisti licenziati o messi alle corde dalle agenzie pubblicitarie,         «limatura» o mutilazione dei loro articoli, che possono anche essere         corretti o direttamente cestinati. Altre tecniche sono più dolci e         sornione: richiami di tipo amicale, intimidazioni, connivenze, relazioni         privilegiate con i vertici. Insieme al bastone, quelli che vogliono         crearsi un «terreno mediatico favorevole » sanno anche agitare la         carota della «lubrificazione pubblicitaria»; una volta interiorizzate,         queste pressioni portano a un’autocensura che gli stessi giornalisti         non negano.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ovviamente queste pratiche sono possibili solo da parte dei         grandi inserzionisti, cosa che mette fortemente in discussione         l’affidabilità dell’informazione che li concerne. E quanto più la         stampa permane in una posizione di fragilità finanziaria, tanto più la         pubblicità può comprarne il silenzio e la compiacenza. Più un         inserzionista fa pubblicità, più le redazioni gli accordano un         trattamento di favore. Così, Jean-Marie Messier, l’ex monarca di         Vivendi Universal, è stato servilmente corteggiato dai media quando era         al culmine della sua breve carriera: prime pagine, interviste all’«uomo         dell’avvenire» e ritratti elogiativi si sono moltiplicati nel periodo         in cui era uno dei principali inserzionisti in Francia.<br />
La dipendenza della maggior parte dei giornali nei confronti degli         inserzionisti è ancora più problematica per il fatto che sono le         marche, e non i politici, a essere oggi giuridicamente intoccabili. Le         grandi imprese sono infatti le potenze politiche più nocive in         assoluto, nel senso che sono loro a trasformare il mondo. Le decisioni         che modificano o rischiano di modificare in profondità la vita         quotidiana (OGM, nanotecnologie, flessibilità, ecc.) non vengono prese         in seno ad assemblee nazionali, ma a monte, vale a dire nei consigli di         amministrazione e nei laboratori tecnico-scientifici; le istanze         politiche tradizionali avranno tutt’al più il compito di far ingoiare         la pillola.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Beninteso, ci sono notevoli differenze tra i media e perciò         diversi gradi di vassallaggio, ma guardiamoci bene dal credere che la         pubblicità sopraggiunga a pervertirli dall’esterno.         L’interconnessione è totale: i media hanno bisogno della manna         pubblicitaria, quest’ultima ha bisogno del canale mediatico per         rivolgersi alle masse. Ma soprattutto c’è una profonda analogia nel         loro modo, pur problematico, di trasmettere i propri messaggi a masse di         destinatari anonimi e atomizzati. E in effetti, più siamo connessi ai         media in modo verticale e impersonale, meno siamo legati tra noi in modo         orizzontale e personale. Un’atomizzazione che accresce la nostra         dipendenza e la nostra vulnerabilità nei confronti dei mass media, che         sono di fatto a doppio taglio: più costituiscono formidabili mezzi         d’informazione «democratica» (accessibili a una larga audience), più         favoriscono la concentrazione oligarchica della parola pubblica,         conferendo un immenso potere di disinformazione a coloro che la         detengono. Offrendo «pane e giochi circensi», gli imperi         mediaticoindustriali minacciano la democrazia: la situazione         dell’Italia berlusconiana non fa altro che manifestare in modo         particolarmente acuto la norma che predomina ovunque. Il verme è nella         mela. Se la pubblicità dirotta l’informazione, bisogna anche capire,         come ci invita a fare Christopher Lasch, le insufficienze         dell’informazione stessa:<br />
Ciò che la democrazia esige, è un dibattito pubblico vigoroso, non         informazione. Certo, essa ha anche bisogno di informazione, ma il tipo         di informazione di cui ha bisogno può essere prodotto solo attraverso         il dibattito. Non sappiamo quali cose abbiamo bisogno di sapere finché         non abbiamo posto le domande giuste [.]. Quando ci impegniamo in         discussioni che catturano interamente la nostra attenzione e la         focalizzano, ci trasformiamo in avidi ricercatori d’informazione         pertinente. Altrimenti assorbiamo passivamente l’informazione, ammesso         che lo facciamo.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La comunicazione all’assalto della democrazia<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Siamo giunti alla questione politica, e anche qui è la         pubblicità che ha aperto dei varchi. La distinzione che, malgrado         l’identità dei loro metodi, sussisteva tra pubblicità e propaganda         si è andata sbiadendo. Due cose le differenziavano: innanzi tutto il         loro ambito di applicazione (commercio/politica); poi il fatto che la         pubblicità costituiva una professione autonoma (in quanto le imprese         affidavano la loro pubblicità ad agenzie esterne), mentre la propaganda         veniva fatta dai politici e dai militanti stessi. Al giorno d’oggi, i         pubblicitari fanno «marketing politico» o «elettorale» e         s’incaricano della propaganda dei partiti. La confusione delle         categorie è giunta a un punto tale che i messaggi di propaganda         politica inseriti a pagamento sono talvolta preceduti dalla menzione «pubblicità»,         mentre quelli della propaganda commerciale lo sono dall’indicazione «comunicato»,         normalmente riservata alle istituzioni pubbliche.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Negli anni Ottanta i pubblicitari si compiacevano nel         constatare che «la politica è entrata in pubblicità e viceversa». Le         prospettive di arricchimento per la vita civica appaiono esaltanti: «In         una società fondata sul consumo di massa quasi obbligatorio tutto si         vende, e di frequente per ragioni molto lontane da quelle che sono le         qualità intrinseche: dall’uomo politico alla saponetta…». Per i         nostri strilloni della democrazia adulterata, «l’atto elettorale è         un atto di consumo come un altro».<br />
Questa prospettiva, che vede la politica passare dal dominio della         convinzione a quello della seduzione, non incanta più di tanto i         cittadini, tanto che in Francia vengono votate alcune leggi in materia.         La pubblicità politica è così bandita da televisioni e radio, e poi,         nel 1990, anche dalle affissioni murali. Immediatamente, la «comunicazione»         si sostituisce alla pubblicità, troppo chiassosa. La furbata è ben         evidente: «comunicare» suona meno unilaterale. Ed è certamente molto         più insidioso. Come spiega un «comunicatore», «il consiglio in         comunicazione non si esprime necessariamente sotto forma pubblicitaria e         non è per forza di cose vistoso». La comunicazione è discreta, ma si         tratta sempre di «influenzare le attitudini e i comportamenti dei         diversi tipi di pubblico». Jean-Pierre Raffarin, ex pubblicitario         divenuto primo ministro, incarna questa convinzione: «La comunicazione         pubblicitaria è divenuta per molti la soluzione a tutti i gravi         problemi della società». Tutto sarà sistemato d’ora in avanti a         colpi di comunicazione, modalità in grado di «gestire» i conflitti         sociali, di render possibile il «management» dell’opinione pubblica.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Governare vuol dire apparire. I consulenti in materia di         comunicazione applicano ora tecniche che si sono provate efficaci nel         campo del commercio. Così vengono organizzate «riunioni Tupperware»         per insegnare a piccoli gruppi di politici la demagogia del sorriso su         misura; si ricorre al telemarketing, o alla pubblicità postale, per         fare due chiacchiere con i cittadini; se poi ai politici è vietato         comparire nei jingles pubblicitari delle catene televisive e         radiofoniche, non per questo essi hanno perduto ogni speranza di         ficcarcisi in qualche modo. Il ruolo di comunicatore assume qui tutta         l’ampiezza possibile. Si negoziano interventi in trasmissioni valutate         in anticipo sulla base della loro capacità di veicolare il messaggio.         Essendo il tempo per parlare limitato, ci si applica per renderlo         altamente redditizio ricorrendo alle regole pubblicitarie: per «vendere         un’idea» bisogna a) esprimere una promessa e una soltanto, che sia b)         confacente al target, c) semplice, d) credibile, e) durevole,         declinabile, f) opportunista. Il che spiega perché le campagne si         concentrino solo su pochi temi e il discorso sia ridotto a slogan.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Sotto la pressione dell’Auditel, le trasmissioni         politiche si fanno più rare; i comunicatori devono allora far passare i         loro clienti in altre trasmissioni, naturalmente di intrattenimento.         Niente viene più escluso per far parlare di sé, migliorare la propria         «immagine» e imprimerla nella testa degli spettatori. Quando poi, come         di norma accade, i partiti di governo standardizzano i propri programmi         per impadronirsi del «centro», tutto si gioca in termini di «personalità»         dei candidati, l’equivalente dell’«immagine di marca», e non si         parla più di politica, ma delle mogli, dei bambini, degli hobbies.         Questo degrado della vita politica raggiunge l’apice in Paesi dominati         da giunte violente che ricorrono spesso e volentieri ai servizi delle         agenzie di «relazioni pubbliche» occidentali, per raffinare la loro «comunicazione»         interna ed esterna o per scegliere la marionetta che avrà le migliori         possibilità di «sedurre» le masse locali. Il Guatemala è tra quelli         che ne hanno fatto le spese: il fondatore dell’industria di public         relations ha mobilitato l’opinione pubblica americana per preparare il         rovesciamento, a opera delle élite locali e della CIA, del suo         presidente democratico, che aveva osato proporre una riforma agraria in         questa repubblica delle banane della United Fruit.<br />
</span>         <span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La Guerra</span>         <span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"> del Golfo, altamente         spettacolarizzata, ha poi portato al culmine queste manipolazioni di         massa. Un’agenzia di public relations ha organizzato la falsa         testimonianza di un’infermiera, che ha raccontato al Congresso         americano di aver visto soldati iracheni uccidere bambini in fasce:         l’intensa emozione da parte del pubblico convince definitivamente che         bisogna andare in guerra. I comunicatori di Bush padre cominciano anche         ad applicare la neolingua, così gli «interventi chirurgici» rendono i         bombardamenti più accettabili, anche se in realtà non sono molto meno         mortiferi. Sottili strategie di marketing politico per vendere la guerra         a un’opinione pubblica reticente.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Per quanto i media abbiano in seguito riconosciuto di         essersi lasciati trasformare in altoparlanti delle fucine di propaganda         alleate, le operazioni d’intossicazione si sono poi moltiplicate. Al         fine di giustificare l’intervento della NATO, le agenzie di relazioni         pubbliche si sono sfiancate per «far coincidere serbi e nazisti»,         alimentando così le campagne di disinformazione sull’esistenza di un         genocidio in Kosovo. E i media, gli intellettuali e le opinioni         pubbliche si sono lasciati beffare. In seguito, il Tribunale penale         internazionale dell’Aja ha trovato solo 2.108 corpi e nessuna fossa         comune: il famoso «Piano Ferro di cavallo» sarebbe un’invenzione dei         servizi segreti occidentali, e peraltro l’abbietto Milosevic? è stato         perseguito esclusivamente per crimini di guerra. L’Office of Global         Communication anglo-americano ha svolto bene il suo lavoro anche durante         la seconda guerra in Iraq: se le frottole sulle armi di distruzione di         massa non hanno attecchito più di tanto in Europa, il bluff dello         smontaggio della statua di Saddam (organizzato in anticipo dalla         coalizione e dai media) ha comunque procurato un effetto istantaneo di         giustificazione della guerra, recuperando il potenziale emotivo delle         immagini sulla caduta del comunismo.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La prima cosa di cui ci si deve riappropriare è il senso         delle parole. I governi hanno sempre fatto propaganda: in Francia, prima         della seconda guerra mondiale, c’era un ministero che portava questo         nome. Il termine è in seguito divenuto peggiorativo, e non casualmente         i propagandisti si sono acconciati con il grazioso nome di «comunicatori»         (o «esperti in relazioni pubbliche»), ponendo un’aureola di onestà         sul carattere manipolatore di un lavoro difficilmente controllabile.<br />
Pur essendo la situazione già abbastanza deteriorata, i venditori di         comunicazione hanno da poco fondato in Francia la lobby Démocratie et         Communication con l’obiettivo di far cadere le restrizioni imposte         alla pubblicità in campo politico (come il divieto di spot, rimosso in         occasione delle elezioni europee del 2004). Tra costoro Jacques Séguéla,         che ama presentarsi come un «figlio della pubblicità», un «mercenario         garantito », un «camaleonte». Costui ha fatto la pubblicità per François         Mitterrand («Generazione Mitterrand») e per innumerevoli partiti nel         mondo intero, vantandosi di cambiare campo per essere sempre dalla parte         del vincitore. Come tanti comunicatori francesi, ha sguazzato nella rete         dei rapporti franco-africani, lavorando per quei dittatori che servono         così bene, anche loro, gli interessi della nostra industria nazionale,         precisamente quella petrolifera.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Se si pongono queste evoluzioni in una prospettiva storica,         si può parlare con Jürgen Habermas di «rifeudalizzazione dello spazio         pubblico». Nel Medio Evo, le decisioni politiche erano prese nei         segreti arcani del potere: ciò che veniva concesso al popolo erano         sfilate e feste in cui i potenti davano spettacolo di sé per accrescere         il proprio prestigio. Con l’età dei Lumi, si costituisce una sfera         pubblica che non si accontenta di acclamare passivamente il potere, ma         lo contesta e lo discute: sta qui l’origine delle moderne rivoluzioni         politiche. Tuttavia, con la crescente concentrazione economica e con         l’emergere di un nuovo potere politico, quello delle grandi imprese,         lo spazio pubblico ha velocemente ripreso il suo aspetto di scena ludica         dove i potenti si pavoneggiano per ottenere un consenso plebiscitario. I         grandi orientamenti politici non sono più discussi, bensì imposti con         tattiche di comunicazione che ne dissimulano le poste in gioco: è la         fabbricazione del consenso, the manufacturing of consent.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ci si può indignare del «passaggio dalla democrazia         rappresentativa alla democrazia consumista» annunciato da Séguéla, ma         questo stravolgimento si limita a esacerbare fino al parossismo quelle         insufficienze intrinseche alla democrazia rappresentativa, la quale non         esige affatto l’impegno di ciascuno nella sfera politica, ma il suo         esatto contrario. Poiché il concetto di partecipazione si è ormai         ridotto ad andare a votare ogni cinque anni, non ci si può meravigliare         che il potere sia stato confiscato da professionisti della politica,         esperti e altre figure chiave del mondo della comunicazione. Lo spirito         «progressista» ha la sua parte di responsabilità in questa deriva: ha         disdegnato le tradizioni popolari di autogoverno locale e non ha dato         prova di alcuna chiaroveggenza di fronte allo sviluppo industriale e         mediatico, assimilandolo al Progresso e trascurando i suoi effetti         nefasti sulle condizioni concrete del dibattito pubblico e della         sovranità popolare.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">È quindi logico, purtroppo, che la politica si sia ridotta         sempre più a uno spettacolo; e la cancrena pubblicitaria non fa che         rivelare i limiti di una concezione poco esigente e troppo mediatizzata         (cioè indiretta) della democrazia. La via per manipolare l’opinione         pubblica, mascherando qualsiasi politica, statale o industriale, dietro         il velo dell’interesse generale, è ormai libera. Nel 2004         Sanofi-Synthélabo ha lanciato una OPA ostile su Aventis: se si deve         credere alla campagna di comunicazione condotta in quest’occasione,         solo l’interesse umanitario a salvare delle vite avrebbe motivato la         costituzione di questo quasi-monopolio farmaceutico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La creazione industriale di nuove malattie<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Nel Medio Evo, ciarlatani e cavadenti promettevano già         bellezza e salute, per non dire dell’eterna giovinezza, grazie a         pozioni miracolose e a elisir di lunga vita. Si sarebbe potuto sperare         che simili pratiche declinassero con il progresso; al contrario, la         pubblicità le ha esacerbate. Se non vale la pena attardarsi         sull’esempio caricaturale dei cosmetici, ben altra attenzione merita         il modo, misconosciuto, con cui l’industria farmaceutica utilizza il         sistema pubblicitario per pervertire la medicina. In Francia, la vendita         e la pubblicità diretta dei medicinali sono teoricamente limitate: in         realtà lo sono sempre meno. Gli industriali del settore stanno cercando         di raggiungere il grande pubblico e lo fanno, come chiosano ammirati i         pubblicitari, «a suon di sotterfugi per raggirare una regolamentazione         restrittiva». Sarebbero tutti soddisfatti se si raggiungesse il livello         degli USA, dove la deregulation liberale ha autorizzato il direct to         consumer. In dieci anni, i budget pubblicitari si sono decuplicati e il         giro d’affari dei medicinali coinvolti si è triplicato…                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Non siamo ancora a questo punto, ma il sistema         pubblicitario non è meno attivo in Francia, dove mira al target che la         legge gli consente: il medico che fa le ricette. I medici sono tampinati         da una legione di rappresentanti dei laboratori farmaceutici. Si parla         spesso della carenza di personale medico negli ospedali. Ricordiamo che         in questo caso c’è un rappresentante ogni nove medici! Si parla         spesso della «dura necessità», per poter finanziare la ricerca         medica, di far pagare ai Paesi poveri i diritti di brevetto, che         moltiplicano per dieci o anche più il prezzo dei medicinali. Ricordiamo         che i laboratori destinano soltanto dal 9 al 18% del loro budget alla         ricerca, ovvero tre volte meno di ciò che viene destinato al marketing.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">A lungo persuasi di far bene il loro mestiere, cioè di         fare del loro meglio per la salute del paziente, i medici si sono resi         conto che vengono reclutati per fare consumare il più possibile         determinati prodotti. Un sistema pubblicitario efficace mira a fare di         chi prescrive le ricette un braccio affidabile della tenaglia che         stritola certi malati. Ecco come si svolge il lavaggio del cervello,         spiegato da chi l’ha subìto in prima persona. All’inizio dei suoi         studi, il futuro medico scopre con piacere tutto un mondo di regali, di         loghi che gli divengono familiari e di sponsor generosi che         sovvenzionano serate e settimane bianche. La contropartita sembra         minima, basta far finta di ascoltarli mentre abbozzano una graziosa «verità         scientifica» su un dato prodotto.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Comunque, «fanno parte della nostra formazione», come         dicono i più vecchi, in generale già ben formattati. Più tardi, lo         studente comincia a conoscere seriamente le patologie. I libri su cui         studia raccomandano certi medicinali in grassetto, gli stessi di cui si         ritrova la scintillante pubblicità nella sovraccoperta o inserita tra         le pagine. Libri scritti dal «fior fiore della medicina», che ha         acquisito notorietà grazie alle sovvenzioni di laboratori legati alle         loro specializzazioni gli stessi che producono quei medicinali. Ma per         lo studente quel testo è il riferimento indispensabile, e siccome la         medicina s’impara a memoria, tutto ciò entra a far parte del sistema!         Durante l’internato, volente o nolente, frequenta i laboratori più         volte a settimana (in occasione di «visite di cortesia», di uscite         organizzate, di «riunioni d’informazione», ecc.). Inoltre, il         primario può esercitare pressioni dirette o indirette affinché si         orientino le prescrizioni a favore del laboratorio X, amico del         primario.<br />
Lungo tutta la sua vita lavorativa, il medico sarà corteggiato per il         suo stesso bene: riunioni, pranzi, «soggiorni di formazione» lo         arricchiranno di un sapere preconfezionato, abilmente truccato alla         bisogna nelle riviste di riferimento o nei dépliant che vantano le         proprietà del medicinale (che talvolta «dimenticano» di menzionare         taluni effetti secondari).                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Quando sono state lanciate le pillole contraccettive di         terza generazione (meglio tollerate delle precedenti, ma considerate a         rischio per un possibile aumento delle malattie cardiovascolari), un         laboratorio spiegava nelle sue schede promozionali come, contrariamente         alle pillole concorrenti, il tasso di colesterolo non fosse aumentato         con i suoi prodotti. Un esame più attento della spiegazione segnalava         che questa prova «scientifica» era stata riscontrata… nella femmina         del coniglio. Le cavie sapranno apprezzare. Quindi, anche se i medici         hanno appreso (molto di recente) ad avere uno sguardo critico, i trucchi         del mestiere funzionano sempre. Allorché i rappresentanti cessano di         incentivare i medici, il volume dei medicinali prescritti nella zona         geografica trascurata (sorvegliata con la complicità dei farmacisti e         delle mutue) precipita. Sono dunque i rappresentanti ad acuire il senso         critico dei medici? Sì, nei confronti di malattie che non esistono e         che vengono create a colpi di convegni e articoli «scientifici»         ratificati da rinomati professori. Una creazione particolarmente facile         quando la frontiera tra il normale e il patologico è così sottile. A         partire da quali soglie bisogna prendere in considerazione il tasso di         colesterolo o la tensione arteriosa?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La minima flessione può creare un mercato immenso…<br />
Philippe Pignarre, che ha lavorato per diciassette anni nell’industria         farmaceutica, ci ricorda che quest’ultima costituisce il «gioiello         della corona del capitalismo». I suoi tassi di profitto sono più alti         di quelli di qualsiasi altro settore, banche comprese. Ma per         mantenerli, tenendo conto della scadenza dei brevetti, bisogna innovare         di continuo e spingere con urgenza, a dispetto di ogni prudenza, al         consumo di nuovi prodotti. Pignarre ci spiega in dettaglio le strategie         impiegate: si pubblica uno stesso articolo, sotto firme diverse, per         aumentare la notorietà di una nuova molecola e suggerire ai medici che         i suoi vantaggi sono stati davvero confermati; poi la si può         addirittura commercializzare sotto due nomi diversi per imporla più         rapidamente (strategia detta di co-marketing); infine si fa pressione         per farla prescrivere in prima battuta, ecc. Quando le molecole         divengono di pubblico dominio, si procede alla «cosmesi» dei         medicinali, scommettendo sulla celebrità del nome di marca; ad esempio,         si fa di tutto per far dimenticare che          la Tachipirina         non è altro che paracetamolo. C’è anche la «strategia di nicchia »:         i laboratori propongono il loro medicinale nel sottodominio limitato di         una patologia e in seguito «lavorano per allargare questa nicchia,         preparando i medici al depistaggio e sensibilizzando sia la stampa che         il grande pubblico. Si sono così visti nascere alcune ‘nuove’ turbe         psichiatriche», come certe forme di depressione breve o di schizofrenia         precoce.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Davanti alla difficoltà di trovare nuovi medicinali, i         laboratori si accingono dunque a inventare nuovi pazienti per vendere i         loro vecchi prodotti. A questo fine, essi ricorrono a tutti gli         stratagemmi del sistema pubblicitario, utilizzando le tattiche di         comunicazione che si indirizzano direttamente alle masse per il tramite         dei media. Negli Stati Uniti è così improvvisamente comparsa una nuova         malattia: «la turba da fobia sociale». Tra il 1997 e il 1998 vi si fa         riferimento, nei media, una cinquantina di volte ma, nel 1999,         l’epidemia sembra dilagare tanto che vi si fa riferimento più di un         miliardo di volte. Cosa è successo? Niente, se non lo sviluppo di una         vivace strategia di relazioni pubbliche per conto di un laboratorio che         cerca nuovi sbocchi per un antidepressivo, il Paxil, le cui vendite         aumentano del 18% nell’anno 200024.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Queste strategie sono pericolose, perché i medicinali         possono innestare una caterva di effetti indesiderabili, che vanno dagli         effetti collaterali benigni a quelli mortali. Ad esempio, un laboratorio         propone degli ormoni per occuparsi della «menopausa maschile»; le sue         pubblicità giocano sul desiderio degli uomini di «restare giovani» e         di conservare tutta la loro libidine. Ma c’è da temere che il         testosterone proposto comporti a lungo termine un drammatico aumento         dell’incidenza del cancro alla prostata. Allo stesso modo, anche sul         breve termine, i sondaggi clinici su un campione di 2.500 persone sono         statisticamente troppo deboli per accertare eventuali effetti negativi         gravi (con i laboratori che, in caso di problemi, fanno tutto il         possibile per spiegarli tramite le caratteristiche delle cavie piuttosto         che delle molecole). Un farmaco tagliafame ha ottenuto nel 1985         l’autorizzazione alla distribuzione sui mercati (AMM): trombe e         tamburi, congressi sul prodotto miracoloso che migliorerà         l’alimentazione di milioni di persone, malate per aver troppo         consumato o più spesso schiave di un conformismo fisico propagandato         proprio dalla pubblicità.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">In pochi anni viene consumato da sette milioni di persone e         qui ci si accorge della sua pericolosità: 200 persone moriranno o         subiranno gravi conseguenze. L’ingegnosità dispiegata per         massimizzare la redditività del triangolo medico-malato-laboratorio è         terrificante. Il predominio dell’immagine sulla verità è un tratto         indiscutibile della pubblicità, ma nel campo della salute è criminale,         perché i medicinali sono potenzialmente delle vere e proprie mine         antiuomo.<br />
Il principio di precauzione va a farsi fottere grazie a un’ondata di         pubblicità che stimola l’iperconsumo dei medicinali, il quale a sua         volta comporta 1.300.00 ricoveri (cioè il 10% del totale!) e 18.000         decessi all’anno solo in Francia. Coccolando l’illusione ossessiva         della salute perfetta, della bellezza e della gioventù eterne, Big         Farma ha creato di fatto delle nuove malattie.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Il cinismo dei laboratori trova l’eguale solo presso i         loro marketers, che sacrificano coscientemente la nostra indipendenza, e         anche la nostra vita, al Dio Profitto. Eppure sarebbe sbagliato e         ingiusto imputare al solo sistema pubblicitario questa deriva del mondo         della medicina. Di nuovo, essa non fa che svelare, aggravandole, le         insufficienze di una concezione della medicina come assistenza         focalizzata sulla prescrizione di composti chimici la cui aggressività         è causa di patologie e dipendenze. Ora, le statistiche provano che i         progressi della salute pubblica non sono legati in modo decisivo ai         medicinali moderni, ma molto più al miglioramento delle condizioni di         vita e specialmente dell’alimentazione, vale a dire a cose che gli         individui possono controllare da sé. Un’altra concezione della salute         si profila a questo punto, una concezione fondata sull’autonomia         personale e garantita da una sana igiene di vita che prevede il ricorso         all’assistenza medica solo in certi casi particolari.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Gli «spettacolari progressi» della tecnica medica non         solo non hanno contribuito granché all’aumento della speranza di         vita, ma hanno avuto effetti nefasti non voluti o previsti dai medici.         Da un lato questi effetti, invece di spingere gli individui a prendere         in mano la loro salute per costruire un modo di vivere più sano, hanno         rinforzato l’idea che la salute è assicurata al meglio tramite il         consumo quotidiano di cure prodigate da istanze specializzate.         Dall’altro lato, sono stati sistematicamente usati per giustificare le         condizioni di vita moderne: condizioni che sono sempre più patogene! Il         cancro, causa di morte per 150.000 francesi ogni anno, è un’epidemia         legata all’industria, più precisamente a quella chimica, che è anche         alla base della farmacopea. Come scriveva Ivan Illich, “la civiltà         industriale crea nuove malattie e il sistema medico stesso è ben lungi         dall’essere sano: Una struttura sociale e politica distruttiva trova         il suo alibi nel potere di appagare le proprie vittime con terapie che         esse hanno imparato a desiderare. Il consumatore di cure diviene         impotente a guarirsi o a guarire chi gli sta vicino”.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">CONCLUSIONI</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Era ora che la pubblicità provocasse una reazione         proporzionata alla ripugnanza che ispira a molti di noi: la pubblicità         è in sé infame, è propaganda industriale che si spaccia per         informazione e talvolta passa per tale. È infame per ciò che promuove:         l’edonismo adulterato, il narcisismo delle apparenze mercantili, la         noncuranza cool e il disprezzo del passato che sta dietro alla beata         nostalgia della «vera vita campestre». È infame soprattutto perché         è un potente motore di quel consumismo e di quel produttivismo che sono         all’origine del saccheggio della natura e delle società, al quale         contribuisce in misura ancora maggiore mascherando la devastazione del         mondo che ne consegue e che, malgrado tutto, salta agli occhi.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Non ci si può che rallegrare del lavoro di tutte quelle         associazioni che si sforzano di sensibilizzare la popolazione su questa         peculiare nocività e che lottano compatte contro il suo imperialismo.         Ma questa battaglia resta troppo spesso parziale; condotta per vie         legali e giuridiche, essa è simile a quella di Sisifo contro il suo         masso, che rotola sempre giù dal pendio. Non ci si può limitare a         criticare la pubblicità, come ha ben capito l’associazione Casseurs         de pub che, traendo le dovute conseguenze dalla sua attività iniziale,         oggi pubblica un giornale intitolato «         La Décroissance         » (         La Decrescita         ). La pubblicità è in effetti intrinseca all’organizzazione della         vita di cui tutti facciamo parte e che bene o male sopportiamo: essa ne         è quindi inscindibile, in tutte le sue dimensioni. Criticare la         pubblicità senza criticare questa organizzazione e senza voler uscire         dalla trappola della crescita è contraddittorio.<br />
La pubblicità è una componente a pieno titolo di quella produzione         industriale su cui poggia il nostro laborioso comfort.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">È indissolubilmente legata alla divisione del lavoro, alla         concentrazione economica, al ruolo del denaro nella nostra società; in         breve, al fatto cruciale che noi affidiamo alle grandi imprese, dietro         pagamento, il diritto di occuparsi della nostra vita al nostro posto.         Non ci si può dunque accontentare di rompere la vetrina pubblicitaria,         perché dietro di essa c’è il potere ideologico e pratico che         esercitano le grandi marche sul nostro quotidiano, ed è questo che va         messo sotto accusa. Non bisogna aspettarsi nulla dalle marche,         soprattutto quando, come sottolinea Stuart Ewen, recuperano le critiche         per darsi un’immagine di «imprese responsabili» che s’ingegnano         per mettere una spruzzata di etica sulle loro etichette, o per passare         una mano di pittura verde sulle lamiere ondulate delle loro fabbriche:                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La cultura di massa ci interpella nella stessa lingua della         nostra critica, invalidandola giacché propone le soluzioni della grande         impresa ai problemi della grande impresa. Finché non ci confronteremo         con l’infiltrazione del sistema mercantile fin nei più reconditi         meandri dell’esistenza, lo stesso cambiamento sociale resterà un         prodotto della propaganda delle marche. Abbiamo assistito ai primi passi         di una politica della vita quotidiana; ma questa politica è subito         divenuta un pupazzo nelle mani della controparte. […] Bisogna restare         vigili e rigettare ogni forma di progresso sostenuta dalle marche.<br />
Una volta che si sia presa coscienza del carattere devastante del         sistema industriale, cosa si può fare per evitare di essere complici         della sua espansione? Oggi è impossibile non fare compromessi, tenuto         conto delle costrizioni implicite nelle nostre condizioni di vita. Ma la         necessità di fare tutto il possibile per riprenderne il controllo non         è per questo meno pressante.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Bisogna cercare di uscire dalla nostra dipendenza         quotidiana da una megamacchina statal-industriale che ci assiste in         tutti i nostri atti. E dunque imparare a vivere altrimenti: lavorare e         consumare diversamente, al tempo stesso meno e meglio; preferire, quando         è ancora possibile, il mercato al supermercato, gli artigiani agli         industriali, gli indipendenti alle catene e alle grandi case di         produzione, il rigattiere e il mercato delle pulci agli asettici centri         commerciali. Non è infatti risibile scandalizzarsi della pubblicità e         degli abusi del sistema industriale che vi fa ricorso, continuando nel         frattempo a favorire l’espansione di entrambi con i propri atti di         consumo?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ma per comprendere il fenomeno pubblicitario, e pretendere         di opporvisi, bisogna vedere più in là della dittatura del profitto e         del produttivismo; o meglio, bisogna sforzarsi di coglierne tutte le         manifestazioni concrete, comprese quelle che intaccano, a causa della         venalità generalizzata e della logica della redditività, il nostro         quadro di vita e l’esistenza che vi conduciamo. Una critica seria         della pubblicità non può inoltre esimersi da una critica dei mass         media e della stampa contemporanei, progressivamente divenuti una         gigantesca pagina pubblicitaria. Come non può tralasciare una critica         all’urbanismo e all’organizzazione moderna dello spazio, con le sue         reti di trasporti peraltro tanto propizie al martellamento         pubblicitario.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">E tale critica, non ci conduce forse a interrogarci sul         valore di certe infrastrutture che il mainstream dell’oscurantismo         sedicente «progressista» pubblicizza in maniera costante? Pensiamo a         tante cose, e in particolare - per non esitare a rimettere in         discussione un consenso tanto cieco quanto universale (soprattutto nei         francesi) - agli aeroporti, alle autostrade, alle linee ad alta velocità,         alle antenne per le reti di telefonia mobile, e ovviamente ai progetti         internazionali per costruire in Francia nuove centrali nucleari a basso         costo o sperimentali (progetti EPR e ITER). Non è il caso di         interrogarsi, per ogni singola situazione e in modo preciso, sui «benefici»         che queste infrastrutture ci apportano in relazione a quelle che         rimpiazzano e in relazione alle alternative di cui impediscono lo         sviluppo? Di domandarsi se questi benefici non si realizzano in realtà         solo a vantaggio di una minoranza? Di confrontare tali presunti benefici         con i costi di queste infrastrutture per la collettività in termini di         budget colossali, di ricadute nocive, di risorse mobilitate e         soprattutto di rischi indotti? Perché, di nuovo, il loro effetto è         quello di favorire l’espansione dello sviluppo industriale e della         logica concorrenziale, quando sembra invece urgente frenarli e deviarli         per evitare il disastro ecologico e umano che si profila         all’orizzonte.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Certo, questa messa in discussione non deve essere fatta         solamente in nome dei disagi e delle ricadute nocive subite dalle         popolazioni locali, ma nella prospettiva di una critica globale di un         sistema universalmente nocivo (e in che misura!) che esige queste         infrastrutture per svilupparsi. I movimenti locali vengono così spesso         sconfitti perché restano prigionieri di rivendicazioni troppo private         che immediatamente li discreditano. Se è facilmente comprensibile che         essi non abbiano voglia, e a buon diritto, di avere questi sconci vicino         casa, perché altri dovrebbero invece volerli?<br />
Da questo punto di vista, la lotta contro la pubblicità, in particolare         nelle forme che ha assunto a partire dalle azioni dell’autunno 2003,         è interessante a più livelli. Intanto ha consentito di prendere le         distanze dalle rivendicazioni corporative avanzate dalla maggior parte         dei sindacati. Poi si è affrancata, quanto meno nei discorsi dei suoi         promotori più conseguenti, dalle contraddizioni classiche della critica         della pubblicità, quella che si adombra pudicamente per i metodi più         scandalosi come la «persuasione occulta», continuando però a ripetere         docilmente l’assunto delle nostre operose élite: «La crescita non è         il problema ma la soluzione». Se si pensa veramente che la crescita sia         un obiettivo auspicabile, allora bisogna attrezzarsi con mezzi adeguati,         e una scialba réclame utilitarista e informativa non ne fa parte. Se         s’intende accettare il saccheggio del mondo da parte dell’iperconsumo,         allora è meglio che esso venga mascherato con sfavillanti spot         pubblicitari, tanto sensazionali quanto mistificatori.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Intendiamo denunciare con fermezza anche le altre illusioni         di cui si nutrono le critiche ingenue della pubblicità. Allo stato         attuale dei rapporti di forza, non c’è alcuna ragione perché la         pubblicità arretri o fermi la sua avanzata. Non c’è alcuna ragione,         ad esempio, perché i bambini delle scuole francesi sfuggano, quando sarà         il momento, al trattamento pubblicitario shock che viene già         somministrato ai loro coetanei negli Stati Uniti. Le riforme         dell’istruzione pubblica hanno attivamente promosso tutte le         condizioni affinché le scuole francesi abbiano sempre più bisogno del         denaro dei poteri forti privati, e ben presto molte saranno attaccate a         flebo commerciali. È possibile che talune iniziative riescano, almeno         in certi istituti, a ritardare la scadenza, ma da sole non potranno         cambiare il problema di fondo. Concentrandosi su un capro espiatorio         facile come la pubblicità, esse anzi contribuiscono a occultare la         funzione cui l’istruzione pubblica tende a restringersi, con la         benedizione dei genitori preoccupati per il «futuro» dei loro bimbi:         quella di preparare questi ultimi a diventare impiegati «competitivi»         e consumatori «razionali».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La questione della pubblicità illustra in modo crudo         quanto sia oggi difficile apportare dei miglioramenti a un aspetto         particolare della vita sociale senza chiamarne in causa anche tutti gli         altri. La pubblicità rappresenta perfettamente la vita che conduciamo!         Il riflusso pubblicitario non potrà ovviamente risultare se non da un         regresso della produzione mercantile e dall’emergere di altri rapporti         sociali (dove sarà magari più consueto venire in aiuto dei propri         vicini che accettare denaro per far installare un pannello pubblicitario         in uno spazio di cui si è proprietari). Non potrà verificarsi se i         rapporti di forza e l’organizzazione della vita non muteranno         profondamente. E perché questo avvenga, non basterà certo invocare lo         Stato, nella speranza che limiti il bombardamento in atto e difenda quei         cittadini impotenti che ha largamente contribuito a espropriare di ogni         potere sulle loro vite. Per arrivare a toccare questioni cruciali, la         pubblicità non dev’essere contestata isolatamente, bensì usata come         una interessante via d’accesso per arrivare a una critica radicale del         capitalismo. […]                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">In un contesto storico in cui il sabotaggio ci sembra         nuovamente chiamato a ritrovare i suoi titoli nobiliari, le azioni         contro la pubblicità hanno anche saputo riallacciarsi alla critica         dello spettacolo. Iconoclaste e profanatrici, esse hanno aggredito -         spesso inconsapevolmente, ma talvolta in modo del tutto cosciente - il         cuore del capitalismo: il feticismo della merce. Al capitalismo non         basta sfruttare gli uomini dall’esterno, con l’appoggio dello Stato         e delle sue coorti armate; esso è anche una religione, e il suo         principale supporto, oggi, è ognuno di noi, persi come siamo nella         massa dei fedeli-consumatori ammaliati dai miracoli dell’industria         hi-tech.<br />
Nel 1921, Walter Benjamin aveva già capito che il capitalismo è «la         celebrazione di un culto senza sogni e senza pietà». Tale culto è         quello del denaro e della sua incarnazione in forma di merce: «senza         pietà», cioè inesorabile e permanente, «senza sogno», cioè senza         utopia e senza speranza. Un culto che non promette alcun superamento         verso un altrove, ma soltanto la propria intensificazione; che organizza         un mondo chiuso nel «qui e ora» mercantile, un mondo esposto in un         presente senza memoria. Per dirla con Herbert Marcuse, si tratta di un         mondo unidimensionale nella misura in cui è privo di ogni ideale che lo         trascenda e che permetta dunque di uscirne per giudicarlo e criticarlo.         L’uomo a una sola dimensione che gli corrisponde non fa altro che         proiettarsi verso nuove spese. E non potrà mai ribellarsi: senza sogni,         non c’è rivolta.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">I grandi sacerdoti di questo culto senza tempi morti sono         indubbiamente i pubblicitari. San Cathelat considera le sue contorte         opere come le vetrate di quelle «cattedrali moderne» che sono gli         ipermercati. San Séguéla, profeta esaltato della pubblicità «divina»,         «missionaria» e «immortale», ci assicura che essa è precisamente «l’eucarestia         di quella grande messa pagana che è il consumo». La prova dell’«essenza         divina» del sistema pubblicitario, ci spiega, è che esso «fa il mondo         a sua immagine». E così «ipnotizza la nostra infanzia, manovra la         nostra gioventù, abbrutisce la nostra maturità». Nessun sacrificio è         sufficiente per questo idolo, tanto vorace quanto spietato.         Evangelizzatori delle masse, questi pastori dei centri commerciali         guidano le loro pecorelle verso le casse, santificando da bravi curati         al passo coi tempi un capitalismo ipersviluppato.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Davanti alla miseria umana che questo propaga, loro         promettono ciò che può solo intensificarla: la consolazione attraverso         il consumo, fondamento di questo miserabile surrogato di religione che         è appunto il consumismo, nuovo oppio dei popoli. Blando euforizzante e         potente narcotico, questo procura soddisfazioni illusorie e instilla una         rassegnazione reale. I pubblicitari sono mercanti di sabbia che lavorano         per espandere il deserto.<br />
Nei secoli XVIII e XIX, i pensatori illuminati ritenevano che la critica         della religione fosse la premessa di ogni critica. In un opuscolo         situazionista del 1966, intitolato De la misère en milieu étudiant,         Mustapha Khayati delineava una nuova configurazione storica, nella quale         ci ritroviamo oggi più che allora:                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">«Nell’epoca del suo dominio totalitario, il capitalismo         ha prodotto la sua nuova religione: lo spettacolo». Il sistema         pubblicitario è solamente il vettore più manifesto di questa         contemplazione medusea provocata dalla vita autonoma di un’economia         che si rivela mortale per ogni vita decente. Criticarla è la condizione         preliminare di ogni altra critica sociale. Preliminare, perché bisogna         essersi già liberati di questo contesto di accecamento per poter aprire         gli occhi sul mondo immondo generato dalla crescita mercantile. Ma solo         preliminare, perché una volta rotto l’incantesimo resta da         ricostruire, negli interstizi e sulle rovine della devastazione, un         mondo umano. Ciò che è infame ha cambiato maschera, ma la parola         d’ordine di Voltaire non ha perduto nulla della sua attualità: «Schiacciate         l’infame!».                  </span></p>
<p><i><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Fonte: MISERIA UMANA DELLA PUBBLICITA’. Il nostro stile         di vita sta uccidendo il mondo, Gruppo MARCUSE, Elèuthera, 2006, 144 pp.,         € 12,00</span></i></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Televisioni: i fatti secondo Marco Travaglio - "Grandissimo!!"]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=757</link>
<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 14:01:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Ecco come stanno i fatti:
&#8220;Scusate la noia, ma parliamo di tv. Quell&#8217;elettrodomestico q]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img89.imageshack.us/img89/8937/1984vk0.jpg" alt="Mediaset" align="left" height="258" hspace="2" width="254" /></p>
<h1 align="center"><font color="#ff0000"><b>Ecco come stanno i fatti:</b></font></h1>
<p align="justify">"Scusate la noia, ma <b>parliamo di tv</b>. Quell'elettrodomestico quadrato in cui l'altra sera il <b>Caimano</b> ha potuto impunemente raccontare di essersi battuto come un leone contro l'uscita di Enzo Biagi dalla Rai, ma non ci fu nulla da fare perché il vecchio Enzo teneva troppo al soldo e scappò con la cassa di una lauta liquidazione. Dinanzi a lui, al posto del <b>direttore del Tg1 </b>Johhny Raiotta, c'era una sagoma di cartone, che naturalmente non ha replicato.</p>
<p align="justify">L'altroieri <b>Antonio Di Pietro</b> ha detto <b>una cosa ovvia</b>: occorre dare «<font color="#ff0000"><i>esecuzione alla sentenza europea su Europa7 e spostare Rete4 sul satellite</i></font>». Poi ha auspicato la <b>Rai </b>venga ridotta «a una rete <i>senza pubblicità</i>, <i>finanziata dal canone </i>e <i>sottratta all'influenza dei partiti</i>» e <b>ogni concessionario privato </b>non possa avere più di una rete.</p>
<p align="justify">Su questo secondo punto, c'è libertà di pensiero: nel Pd, a sinistra e a destra, sopra e sotto. Ma sull'obbligo di eseguire la sentenza della <b>Corte europea </b>c'è poco da discutere: <b>si esegue e basta</b>. Invece Di Pietro è stato <b>subissato di critiche</b>, attacchi, improperi. Che a metterlo a tacere siano i berluscloni, da <b>Cicchitto </b>a <b>Fede</b>, dal <b>Giornale </b>al <b>Foglio</b>, da <b>Facci </b>alla <b>Donna Barbuta</b>, fa parte del gioco: la banda larga difende la cassaforte. Decisamente più stravagante è che lo facciano <b>i vertici del Pd</b>.</p>
<p align="justify"><font color="#339966"><b>QUI - Gentiloni</b>:</font> «Il Consiglio di Stato si pronuncerà nei prossimi mesi e alla luce del pronunciamento prenderemo le misure adeguate».<br />
<font color="#ff0000"><b>QUO - Follini</b>:</font> «La posizione del Pd è contenuta nei due ddl Gentiloni che giacciono in Parlamento».<br />
<font color="#0000ff"><b>QUA - Veltroni</b>:</font> «Non mi sentirete mai pronunciare una parola di attacco contro Berlusconi. Quella con lui è una polemica gioiosa, ma va bene così: gli italiani sono stanchi degli improperi».</p>
<div align="center">
<h2><b><font color="#0000ff">Infatti nessuno vuol lanciare improperi.<br />
Sarebbe interessante però sapere</font> <font color="#ff0000">come intenda muoversi il Pd sulla tv.</font></b></h2>
</div>
<p align="justify"> <img src="http://img151.imageshack.us/img151/6466/474370642ac4bbadfb7okg5.jpg" alt="Marco Follini" align="right" height="200" hspace="2" width="400" /> Anche perché il responsabile Informazione, <b>Marco Follini</b>, non è l'omonimo di colui che approvò il decreto <b>salva-Rete4 </b>e la legge Gasparri: è sempre lui. Forse dovrebbe uscire dal tunnel della Gasparri. Spiegandogli, con le dovute cautele, che la <b>Corte europea </b>ha raso al suolo il concetto di «<b><font color="#ff0000">regime transitorio</font></b>» su cui si fondavano <b>la Maccanico, la Gasparri e la Gentiloni</b>.</p>
<h1 align="center"><u><font color="#993366"><b>Ricapitolando</b></font></u></h1>
<p align="justify"><font color="#0000ff"><b>Dal ’94 la Consulta intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. La Maccanico le concede una proroga pressoché illimitata. Che perdura anche dopo il '99, quando Europa7 vince la concessione e Rete4 la perde, ma Rete4 continua a occupare le frequenze spettanti a Europa7. Nel 2002 la Consulta torna a fissare il tetto massimo di due reti per Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003. Berlusconi con il salva-Rete4 e Gasparri con la Gasparri chiudono la partita, con la scusa che, quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno migliaia di canali. La Gentiloni nulla cambia sul numero di reti, si limita a spostare il digitale al 2012, e nulla dice sulle frequenze di Europa7: altro periodo transitorio che cristallizza lo status quo, cioè il monopolio Mediaset. Intanto il 19 giugno '07 la signora Kroes, commissario europeo alla Concorrenza, mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri, che consente l'accesso al digitale solo a Rai e Mediaset, e annuncia la procedura d'infrazione contro l'Italia.</b></font></p>
<p align="justify"><img src="http://img504.imageshack.us/img504/9575/comunistass1.jpg" alt="Il mandra di Silvio" align="left" height="153" hspace="2" width="200" /> Investito da <b>Europa7</b>, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono il periodo transitorio a Rete4, a scapito di Europa 7: il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per mancati introiti e frequenze negate. La commissaria Kroes annuncia che questa è anche la posizione Ue: se nel 2009 l'Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di <b>350-400 mila euro al giorno</b>, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè: gli italiani pagheranno all'Europa e a Europa7 cifre da capogiro, perché tutti i governi dal ‘94 a oggi hanno favorito Berlusconi. Ora, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi alla defunta Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) è una furbata di poco respiro. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi. <b>È un dovere, punto e basta</b>.</p>
<div align="right"><i><font color="#ff0000">Marco Travaglio"</font></i></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Mastella e il comma Fuda (quello che tra un po ie Suda!)]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=752</link>
<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 20:28:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Il Guardasigilli difende la svergognata misura sui reati contabili e se la prende con Di Pietro: «]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div align="center"><a href="http://gigionetworking.wordpress.com/files/2008/02/mastello_arrivano_i_nostri.jpg" title="Mosto Blasfemo"><img src="http://gigionetworking.wordpress.com/files/2008/02/mastello_arrivano_i_nostri.jpg" alt="Mosto Blasfemo" align="left" hspace="2" /></a></div>
<div align="justify">Il Guardasigilli difende la svergognata misura sui reati contabili e se la prende con Di Pietro: «<i><font color="#ff0000">Non è un eroe. Per fortuna che in Consiglio dei ministri non c'ero, sennò...</font></i>».</div>
<div align="justify">Scorno. Perche' "<b><i><font color="#ff0000">vergogna</font></i></b>" e' una parola cosi' abusata da aver perso significato. Meglio rivolgersi ad un arcaismo che con il suo suono vetusto e sobrio mi sembra piu' adeguato alla circostanza. Scorno e' quello che ho provato leggendo questa intervista rilasciata da una persona che al momento ricopre il ruolo di ministro della giustizia di uno dei sette stati piu' industrializzati del mondo. Lo scorno sta nel fatto che ricopre quel ruolo anche per colpa mia.</div>
<div align="justify">Nell'intervista, che una volta tanto vi invito a leggere per intero, si difende il comma Fuda e si attacca il ministro delle infrastrutture on. Di Pietro, con un'arguzia e una profondita' di argomentazioni che farebbero faville in un asilo. Si sortisce con un'asserzione sul comma ingiustamente bistrattato: "<i><font color="#ff0000">Si trattava di una prescrizione dei reati contabili che anziché durare vent'anni, come capita oggi per tanti amministratori, stabiliva un periodo contingentato nel tempo</font></i>", quindi non una riduzione dei tempi di prescrizione, solo un semplice accorciamento. E chi pensa che sia la stessa cosa sbaglia. Se fossero la stessa cosa la lingua italiana non avrebbe due parole diverse no? Un atto umanitario messo in atto da Fuda, un gentiluomo bistrattato solo perche' "<i><font color="#ff0000">è un brutto anatroccolo del Sud. Perché diciamoci la verità: non è un adone, è di Reggio Calabria, ha l'accento meridionale....</font></i>".Quindi chi, come me, si e' rivoltato come una trottola per il comma fuda non lo ha fatto perche' era una schifezza ma solo perche' Fuda non e' bello come la Santanchè ed e' di Reggio Calabria. Che razzista. Il povero anatroccolo, sempre secondo il ministro, sarebbe "vendicatore di tanti amministratori pubblici costretti da una legge iniqua a non beneficiare di una prescrizione per un reato contabile. I ladri sì e i sindaci no! Cose da pazzi. " Perche' giustamente i sindaci ed i ladri stanno sullo stesso piano. Se lo dice il ministro chi ha il coraggio di contraddirlo. E io che avevo sempre pensato che chi ruba approfittando di una carica pubblica e' ladro tre volte. Per fortuna che ci sono Fuda e il ministro, i difensori dei diritti dei sindaci ladri. Quello che viene da chiedersi e' perche' se Fuda caritatevolmente "<font color="#ff0000"><i><b>Ha ideato questo comma solo per evitare una via crucis a tanti amministratori locali</b></i></font>", l'ha infilato di soppiatto in piena notte in una legge finanziaria che stava per essere approvata con la fiducia al senato la mattina dopo? Forse per evitare la noia di una noiosa e superflua discussione parlamentare.Leggendo ancora si scopre che la colpa di tutto l'ambaradan non e' stata l'indignazione di milioni di cittadini, ma solo dell'on. Di Pietro, il ministro delle infrastrutture che "Vuole interpretare il ruolo di Sherlock Holmes". Di Pietro non lo sa ma ha evitato un mazziatone solo perche' "All'ultimo Consiglio dei ministri non mi sono presentato per la storia del proiettile recapitato a mia moglie Sandra. Ma altrimenti, non so cosa sarebbe successo." Roba che viene il sospetto che il proiettile lo abbia imbustato Di Pietro, giusto per evitare le mazzate in pieno consiglio dei ministri. Secondo il ministro guardasigilli Di Pietro ha un unico scopo "<i><font color="#ff0000">Quello di fregarmi. Ma non è colpa mia se non fa il ministro della Giustizia. Ha cercato di fregarmi già durante Mani pulite, però non ci è riuscito: perché io sono una persona perbene. Non ho nulla da nascondere: non sono compiacente con farabutti e delinquenti. E lui non è un eroe.</font></i>".</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">E si potrebbe aggiungere che sputa e piscia meno lontano e che ce l'ha pure piu' corto. Cosa che non e' stata fatta per pura dimenticanza. E per mantenere il tono elevato, l'intervista si chiude con una minaccia "<font color="#ff0000"><i>da domani mi occuperò di infrastrutture. Ogni convegno, un bel discorso sulla Salerno- Reggio Calabria. Così, tanto per svagarmi un po</i></font>'" <b></b></div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><b>Che tradotto suona</b> :"<font color="#ff0000"><i>Visto che non ti fai i fatti tuoi, da domani in poi nemmeno io mi faccio piu' i miei e vediamo come va a finire</i></font>".Io credo sinceramente che se avessi assistito a una zuffa fra bulletti delle medie (a proposito che fine ha fattoil bullismo, fino a un mese fa sembrava che stesse per scoppiare la rivoluzione in terza C) avrei sentito cose simili. L'altra sera il capo dello stato ci invitava non allontanarci dalla politica. <b>Ma lo stesso discorso lo ha fatto al terzetto di cui sopra?</b></div>
<div align="right">Tratto da: <a href="http://dellefragilicose.blogsome.com/" title="Fonte Articolo" target="_blank">dellefragilicose.blogsome.com </a></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Europa 7: 6 Miliardi di € da Pagare grazie al Centro-Destra + Alitalia!]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=751</link>
<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 23:05:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Europa 7: è un&#8217;emittente televisiva italiana priva di frequenze, caso unico al mondo. È al ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/kOX1EO4kCZY'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/kOX1EO4kCZY&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span> <font color="black" face="Verdana, Arial, Helvetica, Sans-Serif" size="2"><b>Europa 7</b>: è un'emittente televisiva italiana priva di frequenze, caso unico al mondo. È al centro della vicenda riguardante l'assegnazione di frequenze nazionali. Il circuito nasce per volontà dell'imprenditore Francesco di Stefano con cui sostituisce Italia 7 tra il 1997 ed 1998. Il palinsesto consiste nel mandare in onda più volte a giornata vari programmi di cui alcuni sono della precedente emittente e gli stessi film varie volte al mese a ciclo continuo. Una delle poche ed ultime cose autoprodotte con successo è il "Seven Show" la cui ultima edizione viene condotta da Teo Mammuccari fino al 1999 e fino a poco tempo fa veniva continuamente replicato. Proprio in quell'anno Di Stefano decide di avventurarsi nel progetto di creare una televisione nazionale con frequenze proprie e deve cedere sia l'emittente di cui è proprietario, la laziale TVR Voxson, sia il circuito (quest'ultimo verrà poi gestito dal gruppo Media 2001). Nel corso degli anni il network si è via via ridimensionato arrivando ad oggi a contare solo 6 emittenti che coprono 7 regioni. Dal gennaio 2006 poi non vengono più trasmesse serie animate, con una programmazione che si compone così di alcune pellicole cinematografiche e programmi di vario genere. Nel luglio 1999, Francesco di Stefano, dopo aver messo da parte i soldi derivati dalla precedente attività di syndication (12 miliardi di lire), decide di partecipare ad una gara pubblica per l' assegnazione delle frequenze televisive nazionali (in totale 11: 3 per la RAI e 8 per i gruppi privati) con richiesta di 2 reti televisive: Europa 7 e 7 plus. Riesce a vincere una concessione per Europa 7, al posto di Rete 4, il quale perde il diritto di trasmettere. La commissione ministeriale della gara nega la richiesta per 7 plus, ma Francesco di Stefano fa ricorso al Consiglio di Stato, il quale ordina al ministero di dare anche una seconda concessione. Nel fratempo, Europa 7 si prepara per inziare le nuove trasmissioni entro il 31 dicembre 1999 come prevede la licenza: il piano prevede 700 assunzioni, uno centro di produzione a Roma di 20000 mq composto da altri 8 studios all'avanguardia, e un imprtante library di programmi (nella graduatoria Europa 7 è prima in programmazione). In ogni caso, fino ad oggi, Europa 7 non riuscirà mai a trasmettere; il ministero contravvenendo al risultato della gara pubblica non concede le frequenze, e con una autorizzazione ministeriale del 1999 (non prevista da nessuna legge) permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche a Rete 4, che in base alla gare pubblica non ne aveva diritto; occorre ricordare che il sistema di trasmissione delle tv analogiche permette in Italia solo 11 reti nazionali, di cui le 3 reti RAI. Comincia da parte della società di Europa 7 una serie di rincorsi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio), al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale. Nel novembre 2002, interviene la Corte Costituzionale, la quale con la sentenza 466/2002, decide (come nel 1994) che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive e le reti eccedenti, in questo caso Rete 4 (e Telepiù nero), devono cessare la trasmissione in via analogica terrestre. La Corte, inoltre, fissa un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003, e così dal 2004 le frequenze occupate da Rete 4 (che deve migrare sul satellite) devono andare ad Europa 7. Nel estate del 2003, il ministro delle communicazioni Maurizio Gasparri presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano e l'introduzione della trasmissione digitale terrestre. La legge (nota come legge Gasparri) verrà approvata dal Parlamento il dicembre 2003, la quale permette a Rete 4 di continuare a trasmettere in via analogica terrestre in netto e palese contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale. Successivamente, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, rifiuta di firmare la legge come incostituzionale e la rinvia alle camere. Così, per poter garantire a Rete 4 di continuare a trasmettere via etere, il 24 dicembre 2003 il governo Berlusconi vara un decreto legge (noto come decreto "salva Rete 4"). La legge Gasparri si approva definitivamente nell'aprile 2004, anch'essa senza prendere in considerazione la sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale. Nel luglio 2005, il Consiglio di Stato, dopo il ricorso di Europa 7, ha chiesto alla Corte di Giustizia Europea di rispondere a 10 quesiti, dove si mettono in discussione le leggi italiane in materia di televisioni ed è in ballo una richiesta sempre da parte di Europa 7 per risarcimento danni da parte dello Stato di 3 miliardi di euro per la mancata attività televisiva. Oggi la società Europa 7 è praticamente ferma. Di Stefano, suo fondatore, intervistato da la Stampa, attende la sentenza della Corte di Giustizia Europea. La sua vicenda è seguita da pochissime persone, tra gli altri il giornalista di Repubblica Giovanni Valentini e il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti.</font></div>
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<title><![CDATA[Tv, la Corte Ue dà ragione a Europa 7 ( e noi fessi pagheremo)]]></title>
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<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 20:33:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
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<description><![CDATA[Tv, la Corte Ue dà ragione a Europa 7

Il sistema di assegnazione delle frequenze
non rispetta il d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1 align="center"><img src="http://egalux.files.wordpress.com/2006/03/berlusca-poveri.jpg" alt="Delinquente Berlusconi" align="left" height="315" hspace="3" width="308" /><font color="#ff0000">Tv, la Corte Ue dà ragione a Europa 7</font></h1>
<div align="justify"></div>
<h2 align="center">Il sistema di assegnazione delle frequenze<br />
non rispetta il diritto comunitario</h2>
<p align="justify"><b>BRUXELLES -</b> La Corte europea di giustizia ha condannato, oggi a Lussemburgo, il <font color="#ff0000"><b>regime italiano</b></font> di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione televisiva, nella sentenza sulla causa che opponeva l’emittente privata Centro Europa 7 al Ministero delle Comunicazioni. Secondo la Corte il regime di assegnazione delle frequenze non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.</p>
<p align="justify"> <b>Secondo la Corte: «L'applicazione in successione</b> dei regimi transitori strutturati dalla normativa a favore delle reti esistenti ha avuto l'effetto di impedire l'accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Questo effetto restrittivo è stato consolidato dall'autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi. Tali regimi hanno avuto l'effetto di cristallizzare le strutture del mercato naziona