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	<title>articoli-pubblicati-sulla-carta-stampata &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "articoli-pubblicati-sulla-carta-stampata"</description>
	<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 06:05:36 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Identità comunista e innovazione.]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/?p=126</link>
<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 16:55:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Mentre scrivo non so come finirà il congresso di rifondazione comunista. Spero in una netta afferma]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Mentre scrivo non so come finirà il congresso di rifondazione comunista. Spero in una netta affermazione della prima mozione, senza la quale, temo, i problemi di cui mi accingo a parlare in questo scritto rimarrebbero insoluti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Se la costituente della sinistra fosse stata avviata nei tempi previsti dai suoi ideatori, senza una discussione democratica nel PRC, oggi avremmo già assistito ad una dissoluzione rapida del partito, che solo in parte avrebbe preso le forme di una scissione per alimentare l’altra costituente appositamente approntata dal Pdci, quella comunista. Più o meno lo stesso accadrebbe nel caso di una affermazione maggioritaria della mozione di Vendola al prossimo congresso. C’è chi dice che anche nel caso di una vittoria della mozione Acerbo non si potrebbero evitare una o due scissioni, sul versante delle due costituenti. Non credo a quest’ultima eventualità, essendo fondate entrambe le costituenti sul presupposto della morte di Rifondazione e della divisione delle sue spoglie. L’esistenza in vita del PRC sarebbe garanzia per evitare altre scissioni e nuove nascite di formazioni minori. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Il punto del quale voglio parlare, però, non è la auspicata funzione antisciossionistica della mozione Acerbo. Mi interessa, piuttosto, mettere in evidenza un paradosso che forse, nel corso degli anni ed anche oggi, è passato inosservato, o quasi. Si tratta della natura delle scissioni che il PRC ha subito e di quelle che rischia di subire oggi. La logica e l’esperienza storica (così infatti è stato per molti altri partiti comunisti nel mondo) vorrebbero che un partito si possa scindere solo sul tema dell’identità e del progetto strategico, non certo su una scelta tattica, quale è, e rimane in ogni caso, l’appartenenza o meno ad un governo.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Il problema è che Rifondazione Comunista, nel corso della sua breve vita, ha subito 6 (sei!!!) scissioni sul tema del governo. Due verso destra, Movimento dei Comunisti Unitari nel 95 e PdCI nel 98. Quattro verso sinistra, Confederazione dei Comunisti nel 97, Partito di Alternativa Comunista e Partito Comunista del Lavoratori nel 2006, Sinistra Critica nel 2007. Nessuna scissione, invece, c’è stata sull’identità e sul progetto strategico del partito.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Si potrebbe obiettare che, in realtà, le scissioni di cui sopra, sebbene precipitate su scelte attinenti la collocazione di governo, nascondevano o evidenziavano forti divisioni identitarie. In particolare è vero che all’atto delle scissioni si è invocata una coerenza con la migliore tradizione dell’identità comunista e si è sempre accusato il PRC di averla tradita o abbandonata. Si ricorderà l’impareggiabile Cossutta che tuonava: “io dico solo rifondazione perché non sono comunisti”. Come è vero che in alcuni casi c’era un’identità preesistente che nel PRC non si era mai sciolta né politicamente né organizzativamente. Tutto vero.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Ma rimane il fatto che tutte sei le scissioni hanno avuto origine da una rottura con un governo o dalla presenza del PRC in un governo.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Oggi una questione di identità esiste, visto che una parte non marginale del partito ha esplicitamente parlato di obsolescenza dell’identità e della stessa cultura comunista, oltre che di nuovo soggetto dotato di nuova identità. Eppure nessuno parla di scissioni, almeno apertamente, e per il sottoscritto tutto questo sembra davvero un paradosso.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Ovviamente non lo dico né per auspicare né per prevedere l’ineluttabilità di altre scissioni. E’ solo che non mi sembra corretto che passi inosservato un simile paradosso.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Se le cose stanno così bisogna pur chiedersi cosa abbia originato una situazione come questa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Forse la forza, pregnanza ed importanza politica immediata della questione del governo e la relativa genericità, e quindi debolezza, dell’identità comunista. O forse una tale separatezza del governo dalla società che l’identità non sembra bastare né resistere alla prova del governo stesso. O forse la forma partito, questa forma partito specifica nella quale vive l’identità, e che segna l’identità, è intrinsecamente vocata al governo e al potere più che alla realizzazione di processi rivoluzionari. O forse, probabilmente, un poco di tutte queste cose. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Come si vede non ho le idee chiarissime. Non così tanto confuse, però, da non vedere il problema su cui siamo seduti. Sono certo che non lo risolveremo facilmente e tanto meno velocemente. Non basterà certamente il congresso a sciogliere questo nodo. Tuttavia dobbiamo cominciare a parlarne.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Io credo che il pensiero comunista sia tanto più debole quanto più fisso, monolitico e dogmatico. Diciamo pure che i tre aggettivi dovrebbero essere incompatibili con un pensiero rivoluzionario. Chiunque, però, può constatare come siano esistiti ed esistano partiti che hanno ridotto la teoria a dottrina e sostituito la ricerca con il dogma. Parlo di pensiero comunista perché penso sia fondamentale nella formazione ed evoluzione dell’identità, che è cosa ben più complessa e vasta, dagli innumerevoli risvolti culturali, politici, sociali e perfino psicologici, che non provo nemmeno a descrivere.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Si può dire di rifondazione che abbia avuto un pensiero debole, al punto tale da essere sovrastato dalle scelte politiche immediate, per quanto importanti, come l’ingresso o l’uscita da un governo? Credo proprio di no. In fin dei conti, a parte il primo convulso periodo, rifondazione ha rafforzato la propria identità, innovando profondamente il pensiero comunista. Non c’è stato solo il riconoscimento della pluralità dei diversi filoni del comunismo novecentesco. Ci sono state chiare innovazioni, ora appoggiate ora contrastate da questa o quella tendenza presente nel partito. Forse si può dire che alcune innovazioni sono state più annunciate, spesso dall’alto, che discusse previamente nel gruppo dirigente, perchè fossero in partenza un patrimonio veramente condiviso. Ma lo sono divenute nel corso del tempo quando hanno guidato la pratica e le scelte quotidiane e quando, per questo, sono state discusse dal corpo del partito. Parlo, per esempio, della individuazione dei limiti nazionali del partito nell’epoca della globalizzazione e del superamento della funzione di direzione del partito verso ogni conflitto e movimento. Cioè della messa in discussione della presunta superiorità del politico sul sociale, del partito sugli organismi di massa. Parlo della proclamata appartenenza ed internità, alla pari con gli altri soggetti, nel movimento mondiale contro la globalizzazione. Parlo della teorizzazione delle due sinistre e di altro ancora. Altre innovazioni sono state semplicemente annunciate e sono sembrate chiudere, più che aprire, una discussione che le facesse penetrare nella consapevolezza del corpo del partito. Mi riferisco, per esempio, alla svolta antistalinista e a quella nonviolenta. L’una rapidamente divenuta un’arma nelle mani del gruppo dirigente ristretto per “giudicare” e “sentenziare” sulla natura di questo o quel dissenso, in totale incoerenza con l’ispirazione proclamata. L’altra usata come leva per produrre una distinzione ed una divisione, i cui esiti si sono visti ancor meglio in tempi differiti, nel movimento. Non è un caso che entrambe queste ultime citate innovazioni abbiano incontrato i maliziosi ed interessati favori dei salotti buoni, di diversi editorialisti dei maggiori quotidiani e di esponenti di rilievo dei DS. Io, per quel che vale la mia opinione, condivido sia l’antistalinismo sia la nonviolenza, ma sono fermamente convinto della necessità di discuterli a fondo e soprattutto di coniugarli con l’ispirazione conflittuale e rivoluzionaria del pensiero comunista, evitando di ridurli a perbenismo di maniera, giacché in questa forma procurano danni e funzionano come zeppe. Vi è poi una innovazione che è stata solo annunciata, declamata, salvo essere letteralmente contraddetta dai comportamenti e dalle scelte politiche del gruppo dirigente ristretto: la critica del potere. Credo non ci sia neppure bisogno di elencare incongruenze di scelte politiche e perfino di vita interna di partito per dimostrare come la critica del potere sia rimasta solo sulla carta, anzi nell’etere visto che non è stato organizzato neppure uno straccio di seminario per discuterne seriamente e collettivamente. Io credo sia centrale, in modo riassuntivo anche per tutte le altre innovazioni, ripartire dalla critica del potere per coniugare in senso antagonista e realmente rivoluzionario il pensiero comunista contemporaneo ed ogni innovazione che l’abbia attraversato. Credo, in altre parole, che la nostra identità non sia così debole da poter facilmente essere cancellata o contraddetta da una pratica incoerente, ma nemmeno così forte, senza sciogliere il nodo del potere, da poter funzionare da deterrente verso nuove irrimediabili scissioni. In buona sostanza sostengo che il paradosso di non avere mai avuto scissioni esplicitamente identitarie potrebbe essere risolto in negativo oggi e nel futuro subendo la prima separazione in nome del superamento dell’identità comunista o di un ritorno alla stessa nella versione ortodossa. Ma anche, ed è per questo che bisogna battersi nel congresso e dopo, in positivo. E cioè rimuovendo, con la discussione e non con i colpi di scena, le incrostazioni del politicismo e del primato del lavoro nelle istituzioni dal nostro pensiero e dall’agire collettivo. Il che ci continua a rimandare al nodo del potere.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Il tema del potere è troppo grande per essere affrontato da me ed in questa sede. Ma basta un’osservazione empirica del nostro stato organizzativo per rendersi conto di come la presenza nelle istituzioni sia ridiventato il vero ed unico tema di dibattito politico nel partito a tutti i livelli, con buona pace del “fare società”. Accanto alla promozione nel futuro immediato di un approfondito dibattito, per me irrinviabile, sul tema del potere, bisogna pure sottoporre ad una critica serrata i comportamenti politici figli dell’idea che il potere è tutto, che la società chiede ma che ogni trasformazione necessita del possesso delle leve del potere per realizzarsi. Per non parlare della stessa forma verticistica del partito, disegnata ad immagine e somiglianza delle istituzioni che si vorrebbero democratizzare e che finiscono invece con lo spingere i gruppi dirigenti ad usare il partito per finalità perfino inconfessabili. Se ci saranno queste due cose, un dibattito serio e teorico e l’aggressione delle conseguenze del primato del potere nella nostra vita quotidiana, forse si potranno mettere a valore anche altre innovazioni nella effettiva rifondazione del pensiero e dell’identità comunista. Dandogli la forza per resistere alle intemperie degli andamenti elettorali e delle suggestioni illusorie fondate sul nuovismo. Impedendo nel futuro altre disastrose scissioni.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">ramon mantovani</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">pubblicato sul N° 7 della rivista “ESSERE COMUNISTI” del giugno 2007</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Intervista su Liberazione del 3 maggio 2008 ]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/?p=121</link>
<pubDate>Mon, 05 May 2008 00:43:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[“Due anni fa Rifondazione ha smarrito la strada. Ora deve ripartire da dove si è persa”.
 
Frid]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:20pt;line-height:150%;">“Due anni fa Rifondazione ha smarrito la strada. Ora deve ripartire da dove si è persa”.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"><span> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Frida Nacinovich</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Sul tuo blog hai scritto: “La scorciatoia politica dell'unità dall'alto non mi convince. Da lettrice del blog di Ramon Mantovani, da elettrice di sinistra, ti chiedo: si poteva evitare questo disastro elettorale?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Certo che sì. Lo penso e lo dico da più di un anno. Unire dall'alto quattro partiti di governo è una scelta completamente sbagliata. Si poteva e si doveva aprire un confronto sul welfare, sulla precarietà, sulle pensioni. Arrivare - se necessario - ad una rottura con il governo Prodi. Tutto questo è stato impedito proprio dall'unità dei quattro partiti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Quando parli dei quattro partiti di governo ti riferisci a Rifondazione comunista, Verdi, Sinistra democratica e Comunisti italiani, tutti presenti nell'unione prodiana perchè avevano scelto due anni fa di far parte della coalizione che vinse per un pelo le elezioni?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Esattamente. Ma Rifondazione comunista aveva in testa la sinistra europea, guardava a soggetti politici e culturali alternativi, contrari alla globalizzazione. Poi siamo passati all'unione con tre partiti “governisti”, interessante osservare che ognuno di questi ha un diverso partito europeo di riferimento. Un cambiamento di linea politica a trecentosessanta gradi, messo in campo senza alcuna discussione, calato dall'alto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Criticare ora è fin troppo facile, un po' come sparare sulla croce rossa. Dal parlamentare di lungo corso Ramon Mantovani vorrei sapere cosa si è perso in questi ultimi due anni. Sicuramente i voti. Ma c’è dell'altro. Cosa?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Avremmo dovuto aprire un circuito virtuoso, partire dalle buone cose fatte dal governo per portare avanti ulteriori richieste, mettere in campo altre mobilitazioni. In caso di fallimento avremmo dovuto essere in grado di tirare le conseguenze e lasciare il governo Prodi. Uscire dal governo perchè qualcosa non aveva funzionato. Nel luglio dello scorso anno la trattativa con i sindacati sul welfare aveva imboccato la strada sbagliata, era diventata un vicolo cieco. Bisognava essere in grado di mettere in campo una grande mobilitazione senza esitazione alcuna. O si rispetta il programma di governo o si esce dal governo.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Se proprio vogliamo parlare di programma, sembra che sia stato rispettato poco o nulla.</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Il programma dell'Unione è stato totalmente tradito. Penso che avremmo dovuto essere più determinati su punti centrali come il welfare per poi presentare il conto su tutto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Sempre sul tuo blog si legge “il patrimonio di Rifondazione non deve essere disperso”. Che cosa difendi? Rifondazione comunista? La falce e il martello? Il sogno di un altro mondo possibile? L'idea di un'alternativa di società?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Difendo il progetto politico di Rifondazione comunista. L'idea di un partito comunista capace di grandi innovazioni. Di mettersi in discussione a partire dal suo ruolo nelle istituzioni e nel governo. E penso che fino a due anni fa Rifondazione abbia camminato sullo stesso percorso scelto dal '98, poi è andata al governo ed è cambiato tutto. La non rottura con Prodi è stata lo smarrimento di una strada. Io chiedo di tornare a due anni fa. Di ripartire da lì.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Come il polline di primavera, anche qui, nel quartier generale di Rifondazione comunista a viale del Policlinico, c’è qualcosa che gira nell'aria. Su gran parte dei media si parla di resa dei conti, di un congresso incandescente, di mozioni contrapposte. Di leader pronti allo scontro. Come la vedi? Qual è il tuo giudizio su quanto sta accadendo.</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Durante la campagna elettorale Giordano, Vendola, Migliore e con loro altri dirigenti hanno proposto il superamento di Rifondazione. Ecco quello che è successo.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Hai detto: il superamento di Rifondazione.</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">L'hanno proposto esplicitamente e senza aprire alcuna discussione nel partito. E si apprestavano a compiere altri atti irreversibili, così<span> </span>come loro stessi avevano annunciato. Io ho pensato che fosse necessario impedire che si arrivasse alla dissoluzione di Rifondazione comunista. E il voto nel comitato politico nazionale ha voluto proprio cambiare questa traiettoria, permettere di arrivare ad un congresso dove la parola tornasse alle iscritte e agli iscritti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Un congresso a tesi o a mozioni?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Penso sia giusto fare un congresso a tesi. E per quanto riguarda la vita del partito e l'unità della sinistra sarebbe opportuno esplicitare opzioni diverse così che gli iscritti e le iscritte possano scegliere, non scoprire il loro destino guardando “Porta a porta”. Sul resto credo ci debba essere la massima libertà da parte di circoli e federazioni di emendare queste tesi, di mescolare idee diverse sul partito. Penso anche che Franco Giordano e Nichi Vendola vogliano invece un congresso di scontro, permeato sulla scelta di un futuro leader. Lo considero altamente pericoloso, perchè questo scontro potrebbe rivelarsi distruttivo per il partito.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Scindere un partito ridotto ai minimi termini sarebbe in sintonia con il destino della galassia della sinistra italiana...</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Non vedo all'ordine del giorno nessuna scissione. Il congresso dirà se il partito esiste oggi, se esisterà domani. Certamente, se si affermasse la proposta di Giordano sulla costituente della sinistra così come è stata delineata, allora il partito finirebbe con l'essere dilaniato. In campo resterebbe l'ipotesi della costituente comunista di Oliviero Diliberto, molti compagni andrebbero a casa, un altro gruppo darebbe vita a un nuovo partito di sinistra socialista. Sarebbe la fine di Rifondazione comunista.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Torniamo alla Sinistra arcobaleno e a quella parte di sinistra italiana che non è entrata nell'arcobaleno. E' davvero una missione impossibile quella di unificare, cercare minimi comuni denominatori a questo frastagliato microcosmo?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Quale frastagliato microcosmo?</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">La Sinistra</span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> critica, il Partito comunista dei lavoratori, solo per fare i nomi di due partiti che si sono presentati alle ultime elezioni, entrambi sotto il simbolo della falce e martello.</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Penso che sia sbagliato ragionare in termini di sigle. A mio avviso l'importante è costruire una sinistra che affronti problemi concreti, che nasca dal basso. L'unità che mi interessa è quella delle diverse esperienze. Faccio un esempio per essere più chiaro: sarebbe importante mettere insieme tutto quel che si muoverà intorno al G8 della Maddalena. Questa è l'unità che piace a me. Accorpare intellettuali e ceto politico come continuano a proporre è deleterio. Non solo, alla fine del percorso crea nuove divisioni.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Stai ripetendo che il progetto della Sinistra l'Arcobaleno era e resta sbagliato?</span></span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">Esattamente.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;">pubblicata su Liberazione il 3</span> maggio 2008</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[In risposta all'intervista di Nichi Vendola sul Manifesto.]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/?p=120</link>
<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 22:52:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’intervista di Nichi Vendola di venerdì 
www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Aprile-2008/a]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">L’intervista di Nichi Vendola di venerdì </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#3366ff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"><a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Aprile-2008/art56.html">www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Aprile-2008/art56.html</a></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">è l’ennesima operazione mimetica che nasconde i veri problemi per spostare la discussione su un terreno ideologico, in un’auspicata contesa innovatori contro conservatori. Proprio non ci siamo. Insistere nel dire che ci sarebbe stata un resa dei conti, addirittura violenta, che la proposta del congresso a tesi sarebbe una furbizia, non è un bel modo per discutere. Perché intorpidire le acque in questo modo? Chi non era d’accordo con la realizzazione degli annunci di Bertinotti, di Giordano e dello stesso Vendola, mai discussi da nessuna parte nel partito, che avrebbero reso irreversibile il processo di dissoluzione di Rifondazione, lo ha impedito con un voto e con una posizione limpida. Lo abbiamo fatto per restituire, prima che fosse troppo tardi, la parola agli iscritti e a quanti, nella sinistra, sono interessati ad una discussione di prospettiva. Sarebbe interessante discutere della prospettiva piuttosto che di golpe o di contraddizioni tra i golpisti. Come Nichi sa io mi sono opposto, fin dall’anno scorso, alla scorciatoia politicista dell’unità dall’alto. Mi sembrava e mi sembra un fuggire dal problema del governo in compagnia di forze che hanno sempre fatto, della collocazione di governo, il loro orizzonte strategico. Su questo punto Nichi non dice nulla di nulla ed insiste, invece, a proporre di “ricostruire il campo della sinistra” con l’idea, molto curiosa, che si sa dove si comincia e non si deve sapere dove si finisce, anche nella relazione con il PD. Io non sono appassionato alle formulette organizzative. Mi interessa riprendere il cammino del “fare società” e dello stare “nei” movimenti, da dove è stato interrotto a causa dell’esperienza di governo. E su queste basi trovare l’unità possibile ed efficace della sinistra. In altre parole vorrei che l’idea dell’unità alla base della Sinistra Arcobaleno fosse completamente rovesciata. Non il “mettiamoci insieme”, sorvolando su questioni strategiche come il governo, per poi vedere cosa viene fuori, bensì il ripartiamo dalle lotte, dal nostro insediamento sociale, che c’è ancora, da contenuti chiari, e su queste basi costruiamo l’unità. Per questo il patrimonio di Rifondazione non deve essere disperso. In particolare l’innovazione che ci ha contraddistinti in questi anni non va perduta perché é indispensabile per affrontare il nostro tempo. E’ l’averla ridotta a litania ripetuta, ma non praticata, a fiore all’occhiello da esibire per guadagnare l’apprezzamento di alcuni salotti buoni, che l’ha messa a rischio. Il congresso su tesi emendabili dall’alto e dal basso, con la chiarezza del voto su opzioni politiche riguardanti il partito e la sinistra, e con una discussione libera su molte altre cose, comprese le culture politiche che sono un campo di ricerca e non uno strumento al servizio di questa o quella scelta immediata, è una proposta unitaria, non una furbizia. Sostenere che chi è per la non violenza deve per forza essere per la costituente e che chi vuole mantenere in vita il partito lo vuol fare cancellando la nonviolenza, questo sì è una furbizia. Possiamo davvero fare un congresso utile a noi stessi e a tutta la sinistra proprio se, dopo una catastrofe di queste dimensioni, siamo capaci di rimetterci in discussione anche parlando, dolorosamente, degli errori commessi e di che cosa ci divide e di che cosa ci unisce, piuttosto che cercare una finta unità del gruppo dirigente, alla ricerca di un’autoassoluzione. Bisogna bandire le doppie verità, quelle per il gruppo dirigente e quelle per i militanti, quelle per la tv e quelle per i congressi, quelle per gli amici e quelle per i nemici. E bisogna parlare di politica e non di leader. So bene quanto l’idea del leader salvifico, capace di comunicare in TV e di parlare suscitando emozioni, sia penetrata in un corpo politico confuso e reso impotente, proprio perché largamente espropriato del diritto di decidere del proprio destino. Ma una discussione inquinata da questo elemento, personalizzata fino al parossismo, produrrebbe solo divisioni insanabili e un esodo di proporzioni ancor più grandi di quelle che abbiamo conosciuto nella nostra vita politica. Non si tratta di lapidare nessuno, caro Nichi, e comunque sono i mujaheddin del popolo ad essere lapidati ed impiccati dai seguaci dell’ayatollah che incarna l’unità indissolubile della cultura religiosa e della politica di stato.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">ramon mantovani</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;">pubblicato su Il Manifesto il 27 aprile 2008</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:150%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;line-height:150%;"><span> </span><span> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;"><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;"><span style="color:#ffffff;"><span> </span></span><span><span style="color:#ffffff;"> </span> </span></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[dichiarazione sui risultati elettorali]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/?p=117</link>
<pubDate>Mon, 14 Apr 2008 19:17:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[ho rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:
 
“Quattro partiti prendono un milione di vot]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;">ho rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:16pt;">“Quattro partiti prendono un milione di voti e diventano extraparlamentari.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:16pt;">Se il gruppo dirigente irresponsabile che ha portato a questo disastro insiterà sulla linea della sinistra arcobaleno sarà travolto dai militanti e dagli iscritti di rifondazione comunista.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:16pt;">Sarebbe bene per loro e per il partito che si dimettessero immediatamente.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:16pt;">E' stata l'esperienza di governo a deludere gli elettori e ad allontanarci dai movimenti e dalle lotte.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:16pt;">Bisogna ripartire da rifondazione e ripartiremo da rifodazione, anche cercando una unità seria con altre forze mettendo da parte l'idea elettoralistica e subalterna al partito democratico della sinistra e l'arcobaleno”.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:16pt;">ramon mantovani</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;"> </span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Addio a Raul Reyes, il diplomatico che lottava con le armi e con l'ironia]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/?p=110</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 10:41:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il compagno, il comandante, Raul Reyes è morto. Il governo colombiano del mafioso Uribe ha così co]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Il compagno, il comandante, Raul Reyes è morto. Il governo colombiano del mafioso Uribe ha così consumato la propria rappresaglia per la recente liberazione unilaterale da parte delle FARC di quattro prigionieri di guerra. Ed ha così confermato di essere un grave fattore di instabilità in America Latina, per conto del governo statunitense, come dimostra l’attuale crisi diplomatica fra Colombia Ecuador e Venezuela. Ma non sta a me sviluppare altre considerazioni politiche.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">In questo momento, per me, di profonda tristezza e di rabbia, nel quale affiorano, nella memoria, tante cose politiche e personali, voglio solo ricordare Raul raccontando alcuni episodi. Dico Raul e non altri nomi, perchè non ci sono prove che la compagna Olga Marin sia davvero caduta con il gruppo che Raul comandava. Spero sia viva e di poterla incontrare ancora, un giorno, per parlare con lei di politica e di vita, per ore e ore, come abbiamo fatto tantissime volte in diversi paesi dell’America Latina, in Europa e in Italia. Come abbiamo fatto nei congressi e alle feste di Rifondazione ai quali, quando ha potuto, non è mai mancata.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Con Raul noi di Rifondazione, Marco Consolo ed io in particolare, abbiamo avuto un rapporto molto intenso. A parte le lunghe discussioni sulla globalizzazione e sulla sinistra in America Latina e nel mondo, il motivo della nostra stretta collaborazione è sempre stato l’obiettivo di un vero processo di pace in Colombia.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Nel 97 Raul e Olga vennero in Italia, ospiti di Rifondazione, e noi facemmo in modo che venissero ricevuti alla Farnesina. Era utile che il governo italiano conoscesse le intenzioni delle FARC circa un eventuale processo di pace. Venne deciso che FARC e governo italiano avrebbero intrattenuto una relazione stabile presso l’ambasciata italiana in un paese terzo. Questo contatto fu determinante per la liberazione, su richiesta del governo e nostra, di un prigioniero di guerra nelle mani delle FARC, e soprattutto per l’invito ufficiale, del governo italiano e di una delegazione di Rifondazione, alla cerimonia di inaugurazione del processo di pace, nell’estate del 98.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">In quei giorni del 97 passammo molte ore insieme, sia nelle sede di via del Policlinico sia in giro per Roma. Marco Consolo ed io conoscevamo molto bene Olga, per averla frequentata nelle riunioni del Foro di Sao Paolo e nei congressi di altri partiti, ma non così bene Raul. Sapevamo che era uno dei massimi comandanti delle FARC, che si occupava delle relazioni internazionali. Scoprimmo una persona dotata di una grande modestia e soprattutto la sua curiosità per le nostre analisi e proposte politiche. Nessun racconto di epiche azioni militari. La guerra veniva descritta con distacco, come una dura necessità. Una sera, alla Rive Gauche a San Lorenzo, bevemmo insieme un aperitivo, un Negroni, che Raul non conosceva. Quella volta, forse complice l’alcool, ci divertimmo parecchio. Ricordo che rideva molto sentendomi parlare del mio tifo per l’Inter e dell’esistenza di un Inter Club denominato “interisti leninisti”. Ci confermò la veridicità dell’episodio leggendario dei guerriglieri e dell’esercito impegnati in combattimento, che mentre si sparavano, esultavano insieme per i gol della nazionale colombiana. Due anni dopo gli portai una t-shirt degli interisti-leninisti. Fu quando, in un campo delle FARC nella selva colombiana, Raul volle fortemente che Marco Consolo ed io incontrassimo Marulanda e diversi altri comandanti dello Stato Maggiore. Dopo la prima conversazione politica Raul ci disse: “ricordo la vostra ospitalità a Roma e le cose buone che mi avete fatto bere, non posso ricambiarla come si deve qui nella selva, ma ho una bottiglia di whisky Buchanan 18 anni nella mia tenda. La tenevo per un’occasione speciale. Andiamo a berla.” La scolammo tutta chiacchierando nella tenda di Raul fino alle due di notte, e la sveglia nel campo era alle cinque, prima dell’alba.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Nel 98, poco prima dell’inaugurazione ufficiale del processo di pace, durante una delle primissime uscite pubbliche di Raul come portavoce delle FARC, un giornalista italiano, credo inviato del Corriere della Sera, notò che, sulla mimetica, Raul aveva una spilla con il simbolo di Rifondazione, e lo scrisse nel suo pezzo. Effettivamente ci voleva molto bene e volle condividere con noi molto del processo di pace, del quale ci teneva informati e per il quale chiese diverse consulenze ed aiuti. Diversi altri compagni di Rifondazione viaggiarono in Colombia durante i negoziati e lo conobbero.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Quando il tavolo del negoziato di pace fra le FARC e il governo colombiano di Andres Pastrana fecero un giro in Europa mi chiamò al cellulare da Stoccolma. Mi disse che non era giunto nessun invito dall’Italia e che sia lui sia il capo negoziatore del governo chiedevano un nostro intervento affinché l’Italia non rimanesse esclusa. Pochi giorni dopo sbarcarono a Roma e furono ufficialmente ricevuti dalla Commissione Esteri della camera dei Deputati e da altre istituzioni, compresa la  Segreteria di Stato del Vaticano. Durante la loro permanenza in Italia invitai a cena i sei comandanti negoziatori, Raul Reyes, Joaquin Gomez, Fabian Ramirez, Ivan Rios, Simon Trinidad, Felipe Rincon e Olga Marin che li accompagnava come esponente della Commissione Internazionale delle FARC. Marco ed io andammo a prenderli ma Raul ci disse che, per la prima volta dall’inizio del negoziato, la parte governativa li aveva invitati a cena e che non potevano rifiutare. Ci disse, però, che sia lui sia il capo delegazione del governo, che ben ci conosceva, invitavano anche noi due. Così, in un ristorante di trastevere Consolo ed io assistemmo ad una delle cene più stravaganti e curiose della nostra vita. Il clima era molto più che conviviale. Sei fra i più “pericolosi” guerriglieri e sei rappresentanti dell’oligarchia colombiana, compreso il presidente della Confindustria, più due ambasciatori colombiani, presso il Vaticano e presso la Repubblica  Italiana, cantavano, raccontavano barzellette, litigavano di calcio, si prendevano in giro. Ad un certo punto nel ristorante entrarono due posteggiatori con la chitarra. Raul mi chiese di affittare le chitarre e mi sussurrò all’orecchio: “adesso vedrai il perchè ti chiedo questo.” Pagai i due suonatori e le chitarre le usarono il comandante Ivan Rios e il Presidente della Confindustria, Luis Carlos Villegas, per sfidarsi in un esilarante “negoziato”, improvvisato su ritornelli in rima baciata, che durò forse più di mezzora. Con Raul eravamo d’accordo che dopo la cena noi compagni avremmo continuato la serata per conto nostro bevendo qualcosa. Ma quando i governativi salivano sul pulmino per tornare in albergo, Raul mi chiese di portare con noi Victor G. Ricardo, il capo negoziatore del governo. Mi disse sottovoce che, sebbene fosse la sua controparte, si stava comportando correttamente. Che per questo rischiava la vita. E mi chiese di fare un brindisi e di ringraziarlo per il suo coraggio dicendo le parole che lui, come portavoce delle FARC, non poteva pronunciare. Lo feci volentieri pensando che forse il negoziato avrebbe davvero dato i suoi frutti. Invece Victor G. Ricardo venne poi rimosso dall’incarico e sostituito da un signore che preparerà la rottura definitiva delle trattative di pace.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Da quell’indimenticabile cena ho rivisto Raul altre volte, a Madrid e in Colombia, fino alla rottura unilaterale del negoziato da parte del governo. </span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Poi Marco ed io abbiamo continuato a comunicare con lui in altro modo. Soprattutto per creare le condizioni, con prese di posizione di istituzioni in Italia ed in Europa, per il rilascio di alcuni ostaggi e per la ripresa del processo di pace. Tentativi falliti, per le puntuali contromosse del governo Uribe. </span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">L’ultimo suo messaggio, di semplici saluti, risale a poche settimane fa.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Potrei parlare molto più a lungo dell’amicizia politica ed umana che mi ha legato a Raul. Ma non so farlo. Non voglio diventare retorico e, in fin dei conti, Raul era un combattente e ho sempre saputo che potava morire così da un momento all’altro.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Dico solo che Raul era un compagno, come noi. </span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Non ho mai sopportato il vizio eurocentrico e provinciale di storcere il naso per le durezze della guerra in Colombia, per la sua indiscutibile disumanità.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Raul prese la via della guerriglia, come tanti altri compagni, in un periodo nel quale, in pochi anni, 4500 comunisti, senatori, deputati, dirigenti e militanti del partito, sindaci, consiglieri comunali, sindacalisti, intellettuali vennero massacrati o fatti sparire dallo Stato colombiano. Altri scelsero la via dell’esilio ed altri ancora la legalità continuando a morire come mosche.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Dopo l’11 settembre le FARC sono state messe sulla lista delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea. Sull’attentato alle torri gemelle Raul aveva scritto: “Ciò che deve essere chiaro per tutti è che i fatti avvenuti negli Stati Uniti contro il loro Stato e il loro Governo non hanno nulla a che vedere con le lotte politiche, economiche e sociali che i popoli portano avanti per conseguire la loro emancipazione duratura e definitiva; questo è il caso dei movimenti contro la globalizzazione, la fame, la politica neoliberista, la xenofobia, e per l'uguaglianza di genere, il miglioramento della situazione di esclusione dei migranti nel mondo e negli stessi Stati Uniti.<br />
In Colombia il movimento guerrigliero è popolo in armi, di donne e uomini con l'impegno di lottare per la conquista e la difesa dei diritti e delle libertà, fino al conseguimento di condizioni dignitose di vita e di lavoro per il popolo. Non ci sarà pace senza riforma agraria, libertà politiche e sociali, fino a quando il terrorismo di Stato continuerà ad assassinare il popolo per il fatto di reclamare i propri diritti. L'obiettivo finale è la pace senza fame, con educazione e salute gratuite ed efficienti.”</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Non sono le parole di un terrorista o di un narcotrafficante. Il governo che l’ha ucciso è entrambe queste cose.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">La lotta di Raul è una lotta che continua.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">Hasta Siempre Raul.</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';"> </span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';"> </span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';">pubblicato su Liberazione il 6 marzo 2008</span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';"><span> </span></span></font></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#ffffff"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';"> </span></font></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Così la sinistra nasce vecchia e morta.]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2008/02/09/cosi-la-sinistra-nasce-vecchia-e-morta/</link>
<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 23:33:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
<guid>http://ramonmantovani.wordpress.com/2008/02/09/cosi-la-sinistra-nasce-vecchia-e-morta/</guid>
<description><![CDATA[Giordano dice di aver compiuto una scelta “irreversibile”? Ha ragione! Peccato che non avesse il]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Giordano dice di aver compiuto una scelta “irreversibile”? Ha ragione! Peccato che non avesse il mandato per farlo. Gli organismi dirigenti del PRC sono convocati per fine febbraio, quando lista, candidature, simbolo e programma saranno già stati decisi da un’oligarchia che non ha nemmeno voluto ascoltare, non dico gli iscritti, la cui opinione terrorizza il gruppo dirigente, ma nemmeno la direzione e il comitato politico nazionale. La crisi si è aperta il 23 gennaio, la direzione ha discusso della proposta di governo a termine e della necessità della presentazione unitaria alle elezioni. Era una riunione interlocutoria. Infatti, non si è votato neppure un ordine del giorno. Se la direzione fosse stata convocata in questi giorni, come era logico attendersi, avrei presentato la seguente proposta:</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Presentare una coalizione di 4 partiti con un programma comune e un candidato premier alla camera e una lista unica al senato. L’attuale legge elettorale al senato, infatti, obbliga, dato lo sbarramento per le liste dell’8% in ogni regione e del 20% per la coalizione, a presentare una lista unica. Mentre alla camera una coalizione ha lo sbarramento del 10% e del 4% per le liste. Ma la coalizione che supera il 10% elegge i candidati di tutte le liste, compresa la prima che non raggiunge nemmeno il 2% dei voti. Penso che 4 liste prenderebbero più voti di un’unica lista e penso che, comunque, una simile scelta sarebbe stata in linea con la reale unità delle forze della sinistra arcobaleno. Il programma comune e la campagna elettorale unitaria avrebbero contribuito molto a costruire una reale unità e avrebbero giustificato anche la formazione di gruppi unici al parlamento. Sono poi sicuro che non mortificare l’identità politica dei singoli partiti sarebbe stata una scelta intelligente, ed utile da un punto di vista strettamente elettorale. Prevedo, e non dico purtroppo, che migliaia di iscritti e centinaia di migliaia di elettori di rifondazione non si riconosceranno nella lista unica e non la voteranno. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Invece no. Evidentemente dopo aver proclamato per un anno che la sinistra unita “prenderà almeno il 15% dei voti”, dopo aver detto che il tratto distintivo della costruzione unitaria sarebbe stata la partecipazione di iscritti e non iscritti ai 4 partiti, si conta di fare la politica dei fatti compiuti “irreversibili”, decidendo tutto fra i 4 segretari e, per quanto riguarda il nostro partito in segreteria, sulla base di un accordo fra bertinottiani, Giordano e Ferrero. Cioè fra le tre componenti in lotta fra di loro, capaci solo di produrre mediazioni sempre più al ribasso. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Così per iscritti ed elettori non resta che assistere passivamente alla vergognosa contesa sul leader, sull’alleanza o no con il PD e sulle candidature. Per quel che vale la mia opinione penso che Bertinotti sia un pessimo candidato, per il semplice motivo che difficilmente può essere attrattivo per quelli che l’hanno insultato per anni, ed anche perchè ha perso molta popolarità anche fra gli iscritti e gli elettori di rifondazione. Altresì credo che sarebbe bene misurarsi sul recupero di quanti si sono sentiti disillusi dall’inutilità sociale e politica della sinistra al governo e non dei cosiddetti “indecisi” sulla base del piagnisteo “il PD non ci vuole”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Ma, a quanto pare, chi vuole a tutti i costi compiere scelte irreversibili è disposto a pagare qualsiasi prezzo, elettorale e non, pur di imporre le proprie scelte senza sottoporle ad un vaglio democratico.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">Una sinistra così nasce vecchia e, per quanto mi riguarda, morta.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:16pt;font-family:'Courier New';color:white;">pubblicato su Liberazione l’8 febbraio 2008</span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La sinistra rischia di nascere vecchia]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2008/01/19/la-sinistra-riscia-di-nascere-vecchia/</link>
<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 18:29:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Alla fine di novembre, in occasione della discussione sul welfare, vi fu l’occasione per aprire un]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Alla fine di novembre, in occasione della discussione sul welfare, vi fu l’occasione per aprire una crisi di governo e una reale verifica. Si è preferito votare un provvedimento indecente e rimandare la verifica a gennaio. Ora ci siamo. Ma Prodi, Padoa Schioppa e Damiano, intendono la verifica come “tagliando”, come aggiustamento, non certo come cambio di rotta. Intanto, il governo ha varato il 28 dicembre, un vergognoso decreto sulla “sicurezza” che io, come ha scritto Giuliano Pisapia nel suo articolo su Liberazione, considero impossibile votare. E’ presto per dire come andrà questa verifica, mi auguro che si concluda con una svolta nella politica del governo, ma dubito che possa andare bene. Per due motivi: 1) Il Partito democratico, Prodi e i ministri competenti pensano, al massimo, alla redistribuzione di qualche risorsa che ecceda le previsioni delle entrate dello Stato; non interventi strutturali come abbassare le tasse sul lavoro dipendente ed aumentarle al 20% per le rendite finanziarie. Infatti insistono nel dire che bisogna attendere la trimestrale di cassa, alla fine di marzo, per discutere quanti soldi redistribuire ai redditi bassi e al lavoro dipendente. Inoltre pensano, a quanto pare, a defiscalizzare gli aumenti contrattuali aziendali legati alla produttività, assestando così un ulteriore colpo mortale al contratto nazionale di lavoro. Non hanno alcuna intenzione di fare cose reali sulla precarietà e sulle altre grandi questioni, come le spese militari, l’ambiente e i diritti. 2) le forze della sinistra non dispongono di un’arma fondamentale per centrare l’obiettivo: la determinazione. <b>E’ impensabile che, senza mettere in conto una possibile rottura con il governo, si possa condurre una trattativa degna di questo nome.</b> E temo - anzi ne sono sicuro - che PCdI, Verdi, Sinistra Democratica e perfino una parte di Rifondazione Comunista considerino impossibile rompere con il governo. Vuoi per non compromettere la riforma elettorale, vuoi perchè - per tre dei quattro partiti di sinistra - l’appartenenza al centrosinistra è una scelta strategica e sovraordinatrice di ogni altra decisione, come è scritto a chiare lettere nella “carta d’intenti” della Sinistra e l’Arcobaleno. Comunque vadano le cose, almeno è prevista una consultazione referendaria sull’esito della verifica e sulla permanenza al governo. Nei prossimi giorni se ne discuterà più concretamente, per determinarne i tempi e il campo di partecipanti. Fatte queste considerazioni è chiaro, almeno per me, che le tante illusioni e suggestioni sulla rapida costruzione dell’unità a sinistra mostrano sempre più la corda. Non sono animato da pregiudizi o settarismi. Non penso che il partito al quale appartengo sia autosufficiente. Però vedo irrisolti tanti problemi che non si possono ignorare. A cominciare dal tema, grande come una casa, del governo. E non parlo solo del governo Prodi, parlo proprio dell’idea perniciosa, che alberga dentro e fuori i partiti, nel popolo di sinistra con o senza tessera, che la missione di una forza politica di sinistra, unita o unica che dir si voglia, sia quella di prendere tanti voti e possibilmente governare. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Da questa idea discende che coi movimenti si “dialoga” riservandosi il compito di “dare risposte”. Quelle compatibili con il quadro politico, ovviamente. Da questa idea deriva una dimensione soprattutto istituzionale e unicamente nazionale dell’agire politico. Tornando così alle ossessioni elettorali. <b>Rimango dell’idea che sia necessario verificare l’utilità della sinistra nella capacità di essere dentro i movimenti, a cominciare da quello mondiale contro la globalizzazione, e nella pratica sociale, considerando le istituzioni luoghi secondari dell’agire politico.</b> Continuo a pensare che, se c’è una rottura definitiva da consumare con la storia e la tradizione della sinistra, è quella del rapporto con il potere, come ha insegnato a tutto il mondo l’esperienza zapatista. Queste idee non sembra abbiano avuto molta fortuna l’8 e il 9 dicembre, all’assemblea della sinistra. Finché non avranno maggior fortuna rimarrà il rischio che anche l’unico partito che le ha sposate, almeno teoricamente, svanisca in una sinistra con più voti (forse), ma certamente nata vecchia.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p>pubblicato il 18 gennaio 2008 su Carta</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[intervista su Liberazione]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/11/29/intervista-su-liberazione/</link>
<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 15:54:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
<guid>http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/11/29/intervista-su-liberazione/</guid>
<description><![CDATA[

Mantovani: «Occasione persa per il Prc
la verifica di gennaio potevamo farla ieri»


&nbsp;


In]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<table align="center" border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" width="90%">
<tr>
<td colspan="2" class="titolo">Mantovani: «Occasione persa per il Prc<br />
la verifica di gennaio potevamo farla ieri»</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" height="9">&#160;</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" class="catenaccio">Intervista al deputato di Rifondazione: «La fiducia ha rotto il rapporto con i precari<br />
Al congresso dovremo discutere di questa nostra esperienza di governo. E degli errori»</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" height="9">&#160;</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" class="articolo">
<p align="left">Ramon Mantovani, martedì nella riunione del gruppo del Prc, dopo la relazione del segretario Franco Giordano, hai chiesto di parlare per primo e hai fatto mettere ai voti la richiesta di voto contrario alla fiducia al governo. Ci riassumi le tue motivazioni?<br />
Intanto, l'atto del governo è di definitiva rottura con una parte importante del Paese e in particolare con milioni di precari. Poi, questo atto è profondamente antidemocratico perché umilia il Parlamento. Infine, il non rispetto del programma e soprattutto delle promesse fatte dallo stesso Prodi nell'intera campagna elettorale sulla lotta alla precarietà alimenta e aggrava la crisi della politica, presentandola come un imbroglio.</p>
<p>E cosa sarebbe successo se si fosse votato contro la fiducia?<br />
La mia proposta non aveva il senso di esprimere solo un malessere, era una proposta politica. Se fosse stata accettata, il solo annuncio del voto contrario del Prc avrebbe provocato la vera verifica: ciò che si vorrebbe fare in gennaio si poteva fare ieri. E se vale per ieri lo spauracchio di Berlusconi, varrebbe ancor di più in gennaio. Insomma: anche una crisi di governo avrebbe potuto risolversi con un impegno al rispetto del programma. Mentre chi avesse voluto non rispettare il programma avrebbe avuta intera la responsabilità delle conseguenze. Credevo avessimo imparato che nei rapporti con Prodi e con il Pd non c'è trattativa seria che non preveda anche la rottura.</p>
<p>E' stata data per il sì deciso a maggioranza la motivazione del «vincolo sociale», vista l'alternativa dell'entrata in vigore dello scalone Maroni: non ti convince?<br />
Se una crisi si fosse risolta con un rilancio sulla base del programma, ciò non sarebbe stato vero. In ogni caso, mi pare che far passare invece un accordo neo-corporativo sulla precarietà che rilancia lo spirito della legge 30 abbia conseguenze sociali ben più gravi dello stesso scalone.</p>
<p>C'è chi pensa che a sinistra si voglia anche guadagnare tempo, per recuperare un margine d'autonomia strategica, vista la discussione sulla riforma della legge elettorale: sarebbe sbagliato?<br />
I tempi in politica sono importantissimi. Io mi sono attenuto alla linea che avevamo scelto e che ci ha portato a votare tante cose che non condividevamo in attesa dello scontro sociale che abbiamo sempre considerato la chiave di volta della possibilità di fare una buona politica di governo. Perciò avevamo deciso di collocare in questo autunno una consultazione di massa sulla presenza o meno nel governo: che non per caso non si è fatta. Adesso e solo adesso si doveva trarre un bilancio. Capisco le preoccupazioni sulla questione delle riforme elettorali e istituzionali ma temo che l'essere stati umiliati sul terreno sociale sia un indebolimento anche della nostra capacità di pesare su queste scelte. Comunque, ai milioni di precari schiaffeggiati dal governo non si può dire «abbiate pazienza ma dobbiamo fare la legge elettorale»: questa è proprio la separatezza della politica dalla società che abbiamo sempre detto di combattere.</p>
<p>Voto favorevole, dunque, solo per disciplina collettiva?<br />
Ho sempre pensato che i voti in Aula debbano esprimere la volontà della maggioranza del collettivo. Sono contrario alle testimonianze individualiste. Del resto mi sono battuto contro Vendola e Crucianelli quando ruppero la disciplina di gruppo sul governo Dini, come contro Cossutta e Diliberto che lo fecero sulla fiducia a Prodi nel 1998. Proprio per questo sono stato io a chiedere che fosse garantito un comportamento univoco, altrimenti anch'io mi sarei sentito libero di votare contro la fiducia.</p>
<p>Come si mette, ora, per il Prc?<br />
Mi batterò perché continui il progetto di tutti questi anni, che ha sempre contemplato la possibilità della rottura con il governo. Credo che il congresso debba discutere approfonditamente di questa esperienza, di quanto ci sta cambiando, di quali errori abbiamo commesso. Discutere di unità della sinistra con una formula ambigua che pretende di contenere tutto, dal partito unico all'unità d'azione, impedisce agli iscritti di poter veramente decidere sul proprio futuro. Io sono per l'unità della sinistra, ma non per qualsiasi unità. E temo che le scelte di questi giorni e il non avere fatto la consultazione siano anche il frutto della paura di far saltare i rapporti con gli altri partiti della sinistra: che hanno esplicitamente l'obiettivo di costruire una sinistra alleata del Pd e di governo.<br />
<b>A. D'A. L.</b></p>
<p>29/11/2007</td>
</tr>
</table>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[sulla proroga delle missioni militari]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/03/09/sulla-proroga-delle-missioni-militari/</link>
<pubDate>Fri, 09 Mar 2007 15:56:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
<guid>http://ramonmantovani.wordpress.com/2007/03/09/sulla-proroga-delle-missioni-militari/</guid>
<description><![CDATA[

La dichiarazione di voto di Rifondazione comunista


&nbsp;


Votiamo ad occhi aperti,
riconoscend]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<table align="center" border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" width="90%">
<tr>
<td colspan="2" class="occhiello">La dichiarazione di voto di Rifondazione comunista</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" height="9">&#160;</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" class="titolo">Votiamo ad occhi aperti,<br />
riconoscendo e vedendo<br />
le contraddizioni che esistono</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" height="9">&#160;</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" class="articolo">
<p align="left"><b>Ramon Mantovani<br />
</b>E' difficile, in Italia e, purtroppo, anche in questo Parlamento, discutere seriamente della politica estera e ancor più della questione spinosa, difficile e complicata delle missioni militari. Viviamo in un paese nel quale si guarda al mondo, troppo spesso, dal buco della serratura della politica interna e viviamo in un Parlamento nel quale, invece di godere del servizio di informazione della stampa, che informa i cittadini delle nostre elaborazioni, delle nostre discussioni e delle nostre decisioni, finiamo per discutere, noi, di ciò che la stampa propina all'opinione pubblica, mentendo e cercando di inquinare il dibattito politico del paese.<br />
Ieri, il segretario del mio partito è stato vittima di una gravissima deformazione giornalistica. Un titolo, sul suo conto, recitava: «Se ci fosse un morto, dovremmo pensare di andarcene»; sottinteso: dall'Afghanistan. Questa frase è falsa e non è mai stata pronunciata. L'intervista verteva su questioni di politica estera ed interna. Poiché la direzione di questo giornale vorrebbe che Rifondazione dicesse questo, in modo tale che il Governo si trovasse in difficoltà. Infatti, un collega, tratto in inganno, ha evidenziato questa posizione, come se fosse effettivamente la nostra.<br />
Signor ministro, il fatto richiede un intervento, non sul giornale in questione ma, in generale, sul problema della politica, del Parlamento (e, credo, anche dei gruppi d'opposizione, anch'essi vittime, in più di una occasione, di questo trattamento) e del Governo. Non possiamo continuare a discutere in questo modo di cose serie e gravi. Sette mesi fa, abbiamo presentato una risoluzione, approvata da questa Assemblea, sulla questione della politica estera relativamente alle missioni militari, che consideriamo una risoluzione di legislatura. Gli impegni indicati al Governo in quell'atto di indirizzo sono, per noi, di legislatura, sono, per noi, importanti e vincolanti, sono, per noi, decisivi.<br />
E' in ragione di quell'accordo che votiamo ad occhi aperti anche cose che avremmo preferito fossero proposte in modo diverso. Lo facciamo ad occhi aperti, riconoscendo le contraddizioni che esistono nell'attuale politica internazionale del nostro paese e nella natura delle missioni che ci apprestiamo a prorogare.<br />
Non è un mistero per nessuno che abbiamo votato per anni contro alcune missioni e che, nell'ambito di questo accordo, abbiamo deciso - lo ripeto: ad occhi aperti - di accettare di vivere questa contraddizione, perché è cambiata la politica estera del Governo e per noi si è aperta una questione.<br />
Vorrei ricordare che negli anni '90 troppe volte si è detto, anche da parte di tutti i Governi italiani, che l'Onu aveva fallito e non era in grado di sviluppare azioni di pace o missioni militari capaci di impedire le guerre, che ci doveva pensare la Nato oppure che erano necessarie operazioni militari compiute da coalizioni a geometria variabile. E' successo così nei Balcani e altrove.<br />
C'è stata, però, una piccola novità: vi è stata una missione comandata dalle Nazioni Unite. So che alcuni colleghi, anche importanti, non sanno quale sia la differenza tra un'autorizzazione fatta ex post e una missione comandata dalle Nazioni Unite. Lo so, mi dispiace per loro, ma io so cosa vuol dire: significa invertire la politica di delegittimazione delle Nazioni Unite e di svuotamento dei suoi poteri, che è stata perseguita dagli anni Novanta.<br />
La missione in Libano non ha fatto solo scoppiare la pace, ma ha aperto una nuova prospettiva: nel mondo, la funzione di polizia internazionale può essere nelle mani esclusive e monopolistiche delle Nazioni Unite e non ci possono essere paesi che, unilateralmente, anche se in coalizione, si arrogano il diritto di fare il bello e il cattivo tempo e di governare il mondo.<br />
Nella risoluzione che abbiamo approvato, abbiamo impegnato il Governo a compiere un ulteriore passo, che sappiamo essere difficile, ma che il Governo deve fare e farà: promuovere, in qualità di membro non permanente del Consiglio di sicurezza, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento in capo alle Nazioni Unite. Questo elemento per noi è già sufficiente per accettare di vivere la contraddizione di votare per una missione che abbiamo contrastato e sulla quale non siamo d'accordo.<br />
Abbiamo apprezzato anche la posizione del Governo sul Kosovo. Il Governo italiano è stato uno dei pochi Governi europei a dire esplicitamente che non accetterà decisioni unilaterali, né albanesi-kosovare, né internazionali. Infatti, ieri il viceministro Intini ha accettato anche un ordine del giorno dell'opposizione che andava in tal senso.<br />
Abbiamo approvato la posizione del Governo sulla Somalia, per impedire lo scatenarsi di un conflitto, come, invece, è successo per responsabilità soprattutto degli Stati Uniti, in contrasto con il nostro paese dall'inizio degli anni Novanta.<br />
Abbiamo apprezzato tante posizioni del Governo, tra le quali quella di non accedere alle richieste del Segretario generale della Nato e di sei ambasciatori di aumentare le nostre truppe, di impegnarle nella conquista del territorio in Afghanistan e di fornire sistemi d'armi adatti a questo scopo. Capiamo che esiste una contraddizione e che abbiamo posizioni diverse all'interno della maggioranza. Pensiamo della Nato cose diverse da altri partiti della coalizione. Capiamo che non possiamo chiedere al nostro Governo di compiere un gesto unilaterale, che, invece, abbiamo ottenuto per l'Iraq. Sappiamo che esistono dei vincoli, ma poniamo comunque dei problemi che vogliamo che siano riconosciuti come tali, come problemi di tutti, anche dell'opposizione, non solo nostri. In questo decreto-legge che ci apprestiamo a convertire, abbiamo introdotto elementi che erano già contenuti nella risoluzione. La conferenza internazionale di pace costituisce un passo significativo in avanti in questa direzione. La conferenza internazionale è la possibile - sottolineo possibile - soluzione del problema.<br />
La conferenza internazionale è la possibile accensione di un processo che porti alla pace e che metta fine ad una strategia militare che, con ogni evidenza, è fallita e sta fallendo. Lo dico ai colleghi della Lega e a tanti altri che hanno evidenziato questo problema: noi ci sentiamo in pace con la nostra coscienza e coerenti con le nostre convinzioni. Se fosse nelle disponibilità del nostro voto, con un nostro voto contrario sulla missione in Afghanistan, far cessare quella missione ed impedire che si sviluppi ulteriormente la guerra, noi non esiteremmo un solo secondo a farlo, costi quello che costi sul piano della politica interna. Tuttavia, un nostro voto contrario provocherebbe l'effetto opposto ed è per questo che viviamo questa contraddizione, anche faticosamente: la politica è fatta anche di questo.<br />
Noi siamo parte e ci sentiamo parte del movimento pacifista, che è composto da centinaia di milioni di donne e di uomini nel mondo, e non pensiamo di rappresentarlo né con le nostre posizioni né con i nostri atti politici, che giudichiamo in quanto tali per sé stessi. Tuttavia è spiacevole e brutto veder parlare della guerra, dei morti, dei rapimenti, delle stragi di civili, delle bombe ed anche della vita dei nostri soldati - questioni che devono interessare tutti -, ma quando vengono usate retoricamente e demagogicamente per raggiungere miserevoli scopi, trucchi, «sgambetti» di politica interna, non fanno onore a quelli che propongono questa concezione e questa logica.</p>
<p>pubblicato su Liberazione il 09/03/2007</td>
</tr>
</table>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[il PIL]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2004/12/26/il-pil/</link>
<pubDate>Sun, 26 Dec 2004 17:56:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
<guid>http://ramonmantovani.wordpress.com/2004/12/26/il-pil/</guid>
<description><![CDATA[Il Prodotto Interno Lordo una volta misurava bene la crescita dell&#8217;economia  nazionale. Oggi r]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span style="font-family:'Courier New';">Il Prodotto Interno Lordo una volta misurava bene la crescita dell'economia<span>  </span>nazionale. Oggi rischia di essere un indicatore bugiardo e fuorviante. Un esempio per tutti molto di moda: la Cina. Qualsiasi quotidiano economico esalta la crescita del PIL della Cina. Negli ultimi dieci anni una media del 9%. Se la crescita fosse dovuta ad un autosviluppo tutto ciò, oltre che sorprendente sarebbe enormemente benefico per la società cinese, anche da un punto di vista capitalistico. Ma le cose non stanno così. Bisogna sapere che piú del 65% di questa crescita è realizzata dalle produzioni conseguenti agli investimenti stranieri. Analogamente più del 65% delle esportazioni cinesi sono costituite da merci prodotte da investimenti stranieri. Investimenti che sono stati attratti da salari bassissimi e da defiscalizzazioni totali o consistenti garantite per decenni. Le merci prodotte in Cina sono destinate ad altri mercati che possono raggiungere senza pagare dazi in conseguenza degli accordi WTO. Il risultato è che in Cina restano piccole briciole di quel grande aumento del PIL in nessun modo sufficienti per alimentare una qualsiasi redistribuzione della ricchezza. Per giunta le aziende pubbliche cinesi che si sono trovate a dover competere con imprese straniere anche sul mercato interno, hanno dovuto procedere alla ristrutturazione dell'organizzazione del lavoro licenziando decine di milioni di lavoratori i quali, sia detto per inciso, con il posto hanno perso anche assistenza sanitaria, casa e istruzione per i figli, visto che queste tutele sono garantite dalle imprese pubbliche e non direttamente dallo stato. D'altro canto è vero che in Cina il 7 o 8 % della popolazione si è arricchita, e non di poco. E il sette o l'otto per cento di ricchi consumatori in Cina vuol dire un centinaio di milioni di acquirenti di beni di lusso durevoli ed effimeri. Un vero boom economico. Peccato che decine di milioni di lavoratori industriali e centinaia di milioni di contadini hanno visto peggiorare enormemente le proprie condizioni di vita. Se tutto ciò è vero, ed è vero, non avremo affatto nel futuro una potenza economica concorrente con USA ed Europa, bensì un grande mercato integrato nella globalizzazione e controllato dal capitale multinazionale. E il governo cinese, che tutto ciò sa benissimo, ha cominciato a rispolverare il nazionalismo come unica risorsa per darsi autorevolezza e per tentare di tenere insieme un paese altrimenti destinato inesorabilmente alla disgregazione sociale ed anche territoriale. Per confutare, nell'economia globalizzata, il PIL come metro per giudicare il benessere economico e sociale avremmo potuto scegliere qualsiasi paese del sud o del nord del mondo. In ogni paese troviamo gli stessi problemi. Le cose sono andate così per molto tempo vanno così ancora oggi. Ma c'è una novità. Come si sa la economia globale da qualche tempio arranca. Le tempeste finanziarie<span>  </span>sono fattori di grande instabilità e ci sarebbe stato bisogno di un rilancio di investimenti e di mobilitazione di capitali per uscire dalla crisi latente. Per questo nelle ultime tre sessioni del WTO hanno tentato di allargare il mercato a settori fino ad ora esclusivamente o prevalentemente pubblici nella maggioranza dei paesi del mondo: sanità, istruzione e beni pubblici (acqua in primis). Naturalmente il rilancio dell'economia sarebbe stato seguito da un gravissimo bilancio ecologico e sociale. Ma non ci sono riusciti. A Seattle si è presentato sulla scena un soggetto potentissimo che lo ha letteralmente impedito. Il movimento li ha perseguitati anche a Doha e Cancun. Tre sessioni negoziali completamente fallite. Non tanto per le manifestazioni di piazza quanto perché da Seattle in poi non c'è governo che possa andare al WTO a firmare accordi socialmente negativi senza doversela vedere con sindacati, movimenti e opinione pubblica interna ed internazionale. Qualcuno lamenta che agli accordi multilaterali si possono sostituire gli accordi bilaterali egualmente negativi e magari blatera della necessità di riformare e rendere trasparente il WTO. E' facile rispondere che non è importante la natura multi o bilaterale degli accordi quanto il contenuto degli stessi. Perché non battersi affinché Italia ed Unione Europea stipulino accordi buoni e reciprocamente vantaggiosi con paesi del terzo mondo? Perché sognare che il WTO diventi trasparente e democratico chiedendogli di rinunciare alla sua essenza quando sarebbe più giusto battersi per distruggerlo restituendo all'UNCTAD le proprie competenze? Questa è una discussione aperta. Intanto battiamoci per impedire che la prossima sessione negoziale del WTO vada in porto con la privatizzazione e liberalizzazione di sanità, istruzione e beni pubblici e contestiamo gli accordi bilaterali negativi. Possiamo farcela. Pochi giorni fa i social forum dei paesi del Mercosur, con in testa i Sem terra brasiliani, hanno impedito un pessimo accordo bilaterale con l'Unione Europea che prevedeva, guarda caso, di inserire nel mercato liberalizzato acqua, sanità e sistemi formativi. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family:'Courier New';">pubblicato su Carta nel dicembre 2004<span>  </span></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[sulla nonviolenza]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2004/01/26/sulla-nonviolenza/</link>
<pubDate>Mon, 26 Jan 2004 17:12:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
<guid>http://ramonmantovani.wordpress.com/2004/01/26/sulla-nonviolenza/</guid>
<description><![CDATA[Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in ballo l’esperienza zapa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in ballo l’esperienza zapatista per sostenere tesi diverse, e contrapposte fra loro. Intanto è necessario ricordare che l’insurrezione armata zapatista del 1 gennaio 74 (accompagnata da una vera e propria dichiarazione di guerra) fu alquanto sanguinosa. Il negoziato politico fu permesso da una tregua (tuttora formalmente in corso) e non da una dichiarazione di pace con conseguente disarmo dell’EZLN (che è tuttora armato). Come si possa scrivere nel documento che convoca il prossimo convegno di Venezia sulla nonviolenza che “con lo zapatismo si concretizza una dislocazione dell’opzione nonviolenta su un terreno generale e politico” non so proprio. In realtà i guerriglieri dell’EZLN si sono caratterizzati per una spietata critica dell’organizzazione militare, per il rifiuto della mistica rivoluzionaria (tanto cara ai cubani). Da qui viene un loro fondamentale contributo a cancellare l’idea (rivelatasi perniciosa con l’esperienza storica) che la lotta armata fosse la forma più alta e radicale di rivoluzione. Essi, come altri che non hanno avuto tanto acume critico sulla natura dell’organizzazione militare e le cui proposte di negoziato politico sono state travolte dalla guerra e dalla repressione (Colombia e Kurdistan per fare solo due esempi), preferiscono un processo di pace alla guerra, ma sono costretti a contemplare la guerra come una inevitabile eventuale necessità. Dico queste cose, essendo io stesso meravigliato di dover fare queste precisazioni che dovrebbero essere scontate, perché mi pare che il dibattito sulla nonviolenza abbia in molti casi preso una piega “ideologica” che non mi piace, per il semplice motivo che rischia di promuovere un’adesione, o un rifiuto, acritici a “valori” e “principi” astratti più che una necessaria critica dura e spietata dell’idea della violenza e del potere che il movimento operaio, fattosi stato o meno, hanno avuto storicamente. Al contrario di Curzi e Gagliardi, che nel loro articolo del 18 gennaio dicono “c’è stata un’epoca della nostra storia nella quale la violenza delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta più radicale, più in se rivoluzionaria, più efficace… Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente…” io penso che, invece, proprio quella concezione della violenza vada rinnegata alla luce delle “idee maturate oggi”. E non perché è cambiata la fase e siamo nell’epoca della guerra permanente e della spirale che la oppone al terrorismo. Bensì per il semplice motivo che in tutto il nostro passato il necessario, ed ineludibile, uso delle armi è stato accompagnato da quella concezione nefasta della violenza e del potere. Un’idea mutuata dall’avversario che ha finito con il trasformare molte esperienze rivoluzionarie in sistemi oppressivi. A sentire Curzi e Gagliardi avevano ragione allora e ragione oggi. Troppo comodo. Insomma, penso sia assolutamente giusto dichiararsi nonviolenti e proporre un’idea di politica, di democrazia e di relazioni sociali improntate alla nonviolenza rompendo radicalmente con il proprio passato, con la mistica rivoluzionaria e con l’idolatria dello stato. Ma penso sarebbe un madornale errore di presunzione eurocentrica e di idealismo acritico pensare che nel mondo ogni resistenza armata necessaria debba essere annoverata ed ineluttabilmente risucchiata nella spirale guerra terrorismo. Gli zapatisti insegnano. Ma il tema della violenza è intimamente legato al tema del potere. Tema troppo vasto per le mie modeste capacità, anche se qualcosa voglio dire. Anche su questo sono stati tirati in ballo gli zapatisti. Giustamente, visto che hanno solennemente proclamato di non voler prendere il potere in nome del popolo e con le armi, visto che rifiutano categoricamente di voler agire come un’avanguardia. Chi li critica accusandoli di eludere il tema, a mio avviso si sbaglia di grosso. Essi hanno proposto nel negoziato modificazioni costituzionali e legislative che potrebbero profondamente trasformare lo Stato messicano, aprendo le porte ad una democratizzazione integrale della società e delle istituzioni e sollecitando un rivoluzionamento delle relazioni sociali dal basso. Per non parlare della consapevolezza del tema della globalizzazione e della effettiva dislocazione dei poteri reali in ambito sovra nazionale. La scelta di promuovere l’autogoverno delle comunità indigene applicando la legge concordata col governo e tradita dal parlamento come se fosse in vigore, la scelta di mantenere in vita l’Esercito per difendere questa esperienza da eventuali repressioni violente ma assegnandogli un ruolo secondo rispetto agli istituti dell’autogoverno, la scelta di dichiarare chiusa ogni possibilità di dialogo con i partiti e con le istituzioni messicane, sono tentativi di riproporre la lotta nella fase attuale e di innescare un processo più vasto nella società messicana, che porti ad una rivolta e che consolidi i rapporti con tutte le altre esperienze di lotta contro il neoliberismo nel mondo. Penso che anche qui l’EZLN insegni. Non come insegna un modello. Bensì per i problemi che affronta e per la direzione del cammino. Considero caricature coloro che pensano di essere zapatisti in Italia perché capaci di imitarne il linguaggio salvo poi sentirsi ed agire come avanguardie ossessionate dall’idea ultraborghese di “visibilità” sui mass media. Se del 4 ottobre bisogna parlare se ne parli per questo più che per l’uso dei caschi che in diverse altre occasioni si sono rivelati utilissimi per difendere le teste in azioni nonviolente. Ma, per favore, non si metta la sordina alla sacrosanta critica a tanti capi, capetti e leaderini che nel movimento, e nel nostro partito, pensano ed agiscono in funzione della “visibilità” propria personale o di gruppetto o di corrente. Sono altrettanto nocivi per l’unità del movimento e per la sua credibilità di certi scriteriati comportamenti in piazza. E sarebbe bene non trovassero premi, magari in occasione di qualche elezione prossima ventura. Già! Perché non basta proclamare l’erroneità della concezione del potere che il movimento operaio ha avuto per decenni, non basta dirsi antistalinisti, per mettersi al riparo dagli errori tossici che sono sotto gli occhi di tutti quelli che hanno occhi per vederli. Alludo al politicismo che pervade le relazioni del PRC e anche di molti del movimento con il centro sinistra e allo stato interno del nostro partito dove correnti, trasformismi e competizioni personalistiche hanno la meglio sulla democrazia interna. Quanta violenza è insita, anche se non praticata fisicamente, nelle relazioni interne al movimento e nel partito fra gruppi e persone che giocano a “farsi fuori”, a “distruggersi”, ad “eliminarsi”? Quanto stalinismo c’è in chi è sempre immancabilmente d’accordo con il segretario del partito, e che non esita a “fare la guerra” a chi osa avere posizioni personali diverse e critiche mentre scende a qualsiasi compromesso con le correnti organizzate nella pura logica di una piccola spartizione di un piccolo potere? A parte gli opportunismi, i cinismi e i trasformismi personali, che ci sono, è evidente che la concezione del partito e delle relazioni interne ad un soggetto rivoluzionario sono figlie di una storia e di una concezione del potere che ha fatto fallimento. I difetti di ognuno di noi esistono ed esisteranno, parlo di presunzioni, di personalismi, di ambizioni e di istinti prevaricatori. Sarebbe catastrofico affrontarli moralisticamente, e tuttavia bisognerebbe fare in modo che l’organizzazione (vale per il partito come per una qualsiasi associazione o sindacato) non li premi e non li renda efficaci nella conquista di posizioni privilegiate. Io penso, non da ora, che sarebbe necessaria una vera riforma del partito fondata sulla preminenza del collettivo e sulla assoluta delimitazione e fissazione delle responsabilità personali. Ho visto crescere questa esperienza nei Giovani Comunisti dai quali ho imparato moltissimo. Ho visto e vedo nel partito un processo inverso. <span> </span><span> </span></p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left"> </p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">ramon mantovani</p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left"> </p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">pubblicato su Liberazione nel gennaio 2004<span>  </span><span> </span></p>
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<title><![CDATA[dopo genova]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2002/09/26/dopo-genova/</link>
<pubDate>Thu, 26 Sep 2002 18:21:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ad un anno e più dai fatti di Genova vale la pena di tornare su alcune questioni che, soprattutto s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-right:103.9pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Ad un anno e più dai fatti di Genova vale la pena di tornare su alcune questioni che, soprattutto sulla stampa internazionale, sono passate inosservate. Oggi vi sono decine di dirigenti ed agenti delle forze dell’ordine indagati dalla magistratura. Non solo per la repressione indiscriminata verso persone disarmate e pacifiche, per le torture inflitte nelle caserme, per l’assoluta mancanza di rispetto del diritto in occasione degli arresti. Vi sono alti dirigenti ed agenti accusati di aver falsificato prove e di aver inventato reati per giustificare l’irruzione nella scuola dove aveva sede il Genoa Social Forum. In particolare l’ingresso degli agenti (centinaia ed armati di tutto punto) nella scuola Diaz fu giustificata come “perquisizione” e in conferenza stampa furono esibite due molotov. Ora vi è un dirigente della Polizia di Stato accusato di aver portato nella scuola le due molotov. L’accusa è corroborata dalla testimonianza di agenti della Polizia. La violenza che produsse 63 feriti gravi (decine di fratture al cranio, alle braccia, gambe, costole, mandibole, oltre che innumerevoli lesioni e contusioni d’ogni tipo) su 93 presenti, fu giustificata con la resistenza che i presenti avrebbero offerto nello stesso momento dell’ingresso della Polizia nei locali della scuola. Un agente, disse la  Polizia nella conferenza stampa, fu accoltellato e solo il corpetto antiproiettile lo avrebbe salvato. Ora quell’agente è sottoposto a procedimento giudiziario perché le perizie ordinate dal tribunale hanno inequivocabilmente dimostrato che i tagli sulla divisa e sul corpetto antiproiettile non sono compatibili fra loro. Prosegue, intanto, l’inchiesta giudiziaria sull’omicidio di Carlo Giuliani e l’ardita tesi difensiva del Carabiniere che avrebbe ucciso Carlo (scrivo avrebbe perché comincia ad emergere l’eventualità che siano state due le armi a sparare e non una sola) è che egli avrebbe sparato in aria, il proiettile avrebbe colpito un sasso lanciato da un manifestante e, deviato, avrebbe attinto Carlo. Insomma, ciò che è ormai verità politica per l’opinione pubblica italiana, comincia a diventare anche verità giudiziaria. Ma c’è un punto che ancora sembra confuso e che, secondo il mio modesto parere, può essere pericolosamente fuorviante: chi ha ordinato una simile repressione? La risposta a questa domanda sembra molto semplice: da poco c’era un governo di destra, il vice primo ministro è un ex fascista e, per giunta, durante i fatti aveva svolto una visita nella sala operativa delle forze dell’ordine impegnate nella repressione. Dunque la repressione sarebbe stata una precisa volontà del governo Berlusconi e, soprattutto, dei ministri di Alleanza Nazionale. Capisco che questa tesi sia suggestiva e che appaia molto plausibile. Eppure non sono d’accordo. Io ho un’altra tesi. Innanzitutto tutte le limitazioni alle libertà democratiche erano state decise dal governo precedente, di centro-sinistra. La famigerata zona rossa, comprendente tutto il centro di Genova, protetta da una barriera metallica di sei metri e presidiata da migliaia di agenti, e la zona gialla, comprendente il resto della città tranne qualche periferia, inibita perfino alla distribuzione di giornali e volantini, erano state istituite dal governo di centro-sinistra, il quale si era sempre rifiutato di incontrare il Genoa Social Forum, sebbene quest’ultimo fosse costituito, oltre che da centinaia di organizzazioni sociali anche da due partiti parlamentari, Rifondazione Comunista e Verdi. Gia a Napoli, mesi prima, una manifestazione contro l’OCSE era stata repressa nel sangue dal governo di centro-sinistra. Anche in quell’occasione arresti indiscriminati e torture nelle caserme, tanto che recentemente la magistratura ha spiccato ordini di cattura per numerosi agenti della Polizia di Stato. Insomma, se c’era una volontà repressiva, questa non è stata inventata all’ultimo minuto dal governo Berlusconi. Inoltre va detto che la tecnica repressiva applicata a Genova, in Italia non si era mai vista, nemmeno nei periodi più bui della storia della Repubblica. Non parlo del sangue versato, parlo della mera tecnica. Mai era successo che gruppi di manifestanti violenti fossero lasciati agire nella totale impunità per più di 48 ore. I Black Bloc, dichiaratamente esterni al Genoa Social Forum, hanno potuto per due intere giornate distruggere banche, negozi, automobili utilitarie di privati cittadini e perfino dare l’assalto al carcere di Genova, senza mai, ripeto mai, essere fermati o attaccati dalla Polizia. Non è qui che voglio dare un giudizio su questo movimento, che in ogni caso considero un fenomeno reale e non un gruppo composto di provocatori o agenti infiltrati. Resta il fatto che, quando i Black Bloc sono comparsi in altre occasioni, come Praga o Nizza, hanno subito una pesante repressione immediata, mentre a Genova sono stati il pretesto per gli attacchi a tutto il movimento composto di centinaia di migliaia di persone. Il giorno 20 il governo Berlusconi aveva autorizzato quattro meeting in quattro diverse piazze e un corteo delle tute bianche (centri sociali e giovani di Rifondazione Comunista) ed altri gruppi, nella zona gialla. Tutti attaccati dalla polizia senza preavviso e senza motivo. In particolare il corteo delle tute bianche, che ha opposto resistenza, è stato attaccato per diverse ore con una tecnica tesa ad estendere il più possibile gli scontri e a coinvolgere il maggior numero possibile di manifestanti. Il giorno successivo la manifestazione di trecentomila persone (duecentomila secondo la polizia) è stata attaccata, divisa in due tronconi che a loro volta sono stati caricati per almeno quattro ore. Anche in questo caso le forze dell’ordine hanno fatto di tutto per coinvolgere il maggior numero di manifestanti negli incidenti. La sera del 21, quando tutto era ormai tranquillo, è attaccata la sede del Genoa Social Forum. Nel corso di questi fatti i parlamentari di Rifondazione Comunista, io in modo particolare poiché sono sempre stato nei luoghi degli incidenti, hanno più volte parlato per telefono con ministri e responsabili della forze di polizia. Ebbene, spesso il Ministro degli Interni non sapeva assolutamente nulla o aveva informazioni false dai suoi sottoposti. Con i responsabili della Polizia, al contrario che in numerose altre occasioni, nemmeno ai parlamentari era possibile trattare. Infine va detto che gli incidenti si sono svolti solo ed esclusivamente nel tempo della riunione del G8. Sia prima che dopo la riunione nulla è successo. Il martedì successivo ai fatti di Genova si sono tenute manifestazioni in tutte le città italiane con una presenza, secondo le stime della Polizia, di circa un milione e mezzo di persone. Non è successo nulla nonostante la tensione fosse altissima. Mentre Rifondazione Comunista ha immediatamente chiesto le dimissioni del Ministro degli Interni e del Capo della Polizia, il centro-sinistra ha chiesto solo le dimissioni del ministro ed ha difeso l’opera del Capo della Polizia, anche quando quest’ultimo ha palesemente mentito di fronte al comitato d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova. Solo qualche funzionario è stato rimosso dal proprio incarico per essere “promosso”. Oggi, mentre il ministro ha dovuto dimettersi per altre vicende, il Capo della Polizia è ancora al suo posto. Potrei continuare a fare esempi e a citare fatti che contrastano con la tesi superficiale secondo la quale tutta la responsabilità sarebbe da attribuire alla natura di destra ed antidemocratica di Berlusconi. In realtà penso che la repressione di Genova sia stata decisa a livello internazionale e precisamente dal Coordinamento dei Servizi di intelligence e delle forze di polizia che presiede alla sicurezza dei vertici del G8. Penso che il Capo della Polizia, che negli anni precedenti è stato impegnato in organismi internazionali ed ha assistito a numerosi corsi d’addestramento negli USA, abbia applicato le decisioni anche all’insaputa del governo ed abbia usato, com’è stato ampiamente dimostrato, i reparti speciali della Polizia istituiti negli anni in cui governava il centro-sinistra. Penso, come lo pensa il segretario della FIOM (il maggiore sindacato metalmeccanico) che è un iscritto al centro-sinistra, che la tecnica repressiva applicata non sia italiana e sia invece molto somigliante a quella nordamericana. Penso che il governo Berlusconi non avesse il minimo interesse a passare per l’opinione pubblica internazionale come un governo antidemocratico, sebbene lo sia, ma che di fronte a tutto ciò abbia dovuto coprire e rivendicare politicamente assumendosi ogni responsabilità. Insomma, la repressione a Genova non è un fatto meramente italiano, come del resto il movimento contro la globalizzazione capitalista è mondiale. Il G8 ha temuto il movimento, prova ne sia il fatto che per la prima volta i governi più potenti, che ambiscono a costituire il governo reale del mondo nel nome degli interessi generali delle grandi società transnazionali, avevano sentito il bisogno di fingere di occuparsi dei problemi posti dal movimento. Non avevano nemmeno esitato a riconoscere che molte delle questioni poste dalla protesta fossero reali. Avevano perfino invitato alcuni leader di paesi poveri a chiedere elemosine prima del vertice. Al tempo stesso hanno programmato la repressione sia per ridurre il movimento e i suoi contenuti a mera questione d’ordine pubblico, sia per tentare di attrarre una parte del movimento nella spirale repressione-violenza-repressione, che lo avrebbe diviso in un’ala estremista e in un’ala moderata e trasformato quest’ultima in una lobby collaborativa e addomesticata. Com’è noto il “movimento dei movimenti”, come amiamo definirlo, ha resistito e si è allargato sia nella sua dimensione mondiale, come si è ben visto a Porto Alegre, sia in Italia, dove è cresciuto mantenendo viva e reale la propria unità, come si vedrà a Firenze, quando ospiterà il Forum Sociale Europeo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:103.9pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:103.9pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:103.9pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:103.9pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">pubblicato su Liberazione nel settembre 2002</span></p>
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<title><![CDATA[la guerra dopo l'11 settembre]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2002/08/26/la-guerra-dopo-l11-settembre/</link>
<pubDate>Mon, 26 Aug 2002 18:06:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova f]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-right:112.9pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:'Courier New';">L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle e al Pentagono ha certamente aperto una nuova fase. Ma quale? Siamo alla presenza di un rilancio degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale? Siamo entrati in una fase di scontro di civiltà che obbliga l’Europa, il Giappone e la stessa Russia a subire l’egemonia americana? Siamo alla vigilia di una nuova politica “isolazionista”, tradizionalmente repubblicana, che spiega l’insofferenza verso la stessa NATO, se in gioco ci sono i puri interessi USA? Oppure viviamo una nuova fase della globalizzazione capitalistica? Non è facile rispondere a queste domande, perché ognuna contiene una risposta implicita aderente ad una parte della realtà. Che vi sia un rilancio della superpotenza americana è fuor di dubbio. Dall’attacco subito si traggono le giustificazioni e le ragioni per riproporre la potenza americana come gendarme mondiale. Ma con l’evocazione di uno scontro di civiltà interreligioso il gendarme promuove schieramenti a geometria variabile che, sebbene indubitabilmente guidati dagli USA, restano indispensabili al perseguimento degli obiettivi strategici che mirano all’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato sul comando del G8 e del sistema di alleanze conseguente. E’ pur vero che nell’attuale contingenza recessiva e di crisi finanziaria si riaccendono gli spiriti isolazionisti repubblicani e che negli USA vengono difesi puri interessi imprenditoriali locali, soprattutto in settori maturi, che a loro volta provocano contraddizioni con gli stessi alleati. Così com’è vero che dopo l’attacco subito gli USA tendono a “fare da se” più che a mediare nell’ambito della NATO con gli alleati più recalcitranti. C’è un punto, però, che rimette ognuno di questi aspetti nel suo ruolo preminentemente secondario. Si tratta della chiave con la quale si può interpretare correttamente ogni atto sullo scenario geopolitico: l’instabilità. L’instabilità non è una conseguenza non voluta, è il fine e al tempo stesso il maggior strumento di governo reale del mondo. La globalizzazione finanziaria e produttiva è di per se stessa produttrice di profonda instabilità sul terreno economico-finanziario. Gli assetti geopolitici usciti dalla guerra fredda, il ruolo degli stati, gli equilibri del consiglio di sicurezza dell’ONU, sono tutti oggettivamente punti di resistenza rispetto al pieno dispiegarsi degli interessi delle grandi multinazionali. Costituiscono un quadro da rompere e non da modificare lentamente. Con tutta evidenza nel corso degli anni novanta e in questo primo scorcio di secolo si è lavorato alla destabilizzazione d’alcune aree regionali: balcani, medio oriente, africa nera, america latina, Caucaso. Con l’11 settembre tutto ciò viene accelerato e reso globale e, coerentemente, gli Stati Uniti guidano un processo teso a creare alta tensione sulla base della quale implementare il ruolo politico del G8 a scapito dell’ONU e di qualsiasi altro organismo politico regionale come l’Unione Europea, sempre più ridotta a mercato liberalizzato. L’ingresso<span>  </span>a pieno titolo della Russia nel G8 e la sua graduale integrazione nella NATO preludono ad un ulteriore passo nella costruzione del nuovo ordine così come l’ingresso della Cina nel WTO e il prossimo ingresso della Russia preludono ad una nuova, e come già si vede turbolenta, fase della globalizzazione economica. Instabilità e guerra permanente di tipo nuovo (Kossovo ed Afghanistan) sono la cifra del governo politico reale del mondo oggi. Solo così si spiega la voluta destabilizzazione di tutto il medio oriente sia con la cancellazione del processo di pace israelo-palestinese, sia con i ventilati attacchi all’Iraq. Al contrario di quanto pensano molti osservatori gli USA sono interessati a rimettere in discussione il loro rapporto con i cosiddetti paesi arabi moderati. Mentre scrivo non so se ci sarà o meno un attacco in grande stile all’Iraq contro il parere di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, ma intanto il solo annuncio serve a scuotere tutto il medio oriente e tende a costringere ogni paese a cercare una propria nuova collocazione nel mondo globalizzato. Anche qui troppe rendite di posizione dei paesi arabi moderati, che sono costate ai palestinesi non meno delle aggressioni israeliane, costituiscono un ostacolo al pieno dispiegarsi della globalizzazione. Basta volgere uno sguardo anche distratto all’America Latina dove è stato interrotto il processo di pace in Colombia e dove già si parla di un nuovo colpo di stato contro Chavez, dove le turbolenze sociali prodotte dalla crisi finanziaria attuale sono semplicemente represse nel sangue, per capire che l’instabilità è un dato generale e non circoscritto al medio oriente. Insomma, la guerra e la vocazione autoritaria delle organizzazioni che presiedono alla globalizzazione ci accompagneranno per una lunga fase e sono ben più gravi che semplici manovre per il controllo di un oleodotto o di un giacimento energetico. Per questo, e non solo per motivi etici, la discriminante contro la guerra è vitale per il movimento che si oppone alla globalizzazione, così come per qualsiasi discorso sul dialogo fra le sinistre in Italia e in Europa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:112.9pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:112.9pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:112.9pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:112.9pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:'Courier New';">pubblicato su Liberazione nell’agosto 2002</span></p>
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<title><![CDATA[il silenzio zapatista]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2002/07/26/il-silenzio-zapatista/</link>
<pubDate>Fri, 26 Jul 2002 18:42:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[-        Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomanda]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-indent:-19.2pt;margin:0 32.05pt 0.0001pt 37.2pt;"><!--[if !supportLists]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"><span>-<span style="font-family:'Times New Roman';font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;">        </span></span></span><!--[endif]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Mi scusi. Potrebbe darmi qualche contatto utile per poter intervistare il subcomandante Marcos? -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:-19.2pt;margin:0 32.05pt 0.0001pt 37.2pt;"><!--[if !supportLists]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"><span>-<span style="font-family:'Times New Roman';font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;">        </span></span></span><!--[endif]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Guardi, è del tutto inutile, l’EZLN da mesi non parla più con nessuno, né emette comunicato alcuno. -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:-19.2pt;margin:0 32.05pt 0.0001pt 37.2pt;"><!--[if !supportLists]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"><span>-<span style="font-family:'Times New Roman';font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;">        </span></span></span><!--[endif]--><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Scusi se insisto. Ma lei che lo conosce personalmente non potrebbe metterci una buona parola? -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:32.05pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">Disarmante questo mio colloquio con un giornalista di un’importante testata! Disarmante ma illuminante. Lasciamo perdere il vizio del giornalismo italiano di credere che tutto sia fasullo, aggirabile, manipolabile. Illuminante perché il silenzio fa effetto. Sono sicuro che il giornalista in questione pensi tuttora che io gli abbia fatto uno sgarbo, ma in realtà ha dovuto prendere atto del silenzio zapatista. Come tutti noi, del resto. Già, perché il silenzio non è preannunciato, non è spiegato, non è una semplice modalità di comunicazione. Non è quel silenzio che nella musica è tanto importante quanto le note per comporre la melodia. Non è una pausa di riflessione. Non è un rifugiarsi nel proprio mondo. Non è una fuga. Insomma, se devo proprio azzardare un’interpretazione, penso che non si tratti di silenzio. Gli zapatisti hanno parlato con la marcia ed hanno parlato nel parlamento, con tanto di passamontagna. Forse molti hanno rapidamente dimenticato la portata dell’evento. Forse molti hanno pensato che, dopo che Fox ha presentato il progetto di legge che rifletteva gli accordi di San Andres, e che il parlamento lo ha stravolto, gli zapatisti, pur avendolo rifiutato categoricamente, avrebbero avviato una qualche forma di trattativa più o meno sotterranea. Forse qualcuno si aspettava che, dichiarazioni dopo dichiarazioni con le loro brave interpretazioni maliziose, si sarebbe arrivati ad un qualche compromesso. Ma le cose non sono andate così. Il silenzio amplifica potentemente le parole pronunciate nella marcia, nel parlamento e quelle contenute nelle righe del comunicato con il quale l’EZLN ha rigettato la legge approvata da una maggioranza trasversale. Perché dire altro? Perché riprendere la parola per farsela stravolgere? Perché ripetersi sminuendo il significato delle parole già pronunciate? Forse la parola verrà aggiornata quando ci sarà un’effettiva novità. Forse quando la  Corte Costituzionale si pronuncerà sulla suddetta legge, valutando il ricorso opposto da centinaia di comunità indigene e non. Forse. E poi quel silenzio è in realtà un invito a prendere la parola, ad assumere una posizione precisa. Eh si! Perché Marcos ha sempre insistito sulla parzialità dell’esperienza dell’EZLN. L’universalità, e la popolarità, di quell’esperienza è dovuta alla consapevolezza di praticare una lotta contro la globalizzazione, non contro il solo governo messicano. Tocca a tutti prendere parola. Non serve a nulla tacere aspettando il prossimo illuminante discorso o articolo di Marcos. Che non è né vuole essere il leader di un nuovo partito, ma che non per questo rinuncia a porre radicalmente domande che pretendono risposte. Gli indigeni che si ribellano al NAFTA, che chiedono una riforma costituzionale assolutamente incompatibile con gli interessi delle multinazionali, che si aprono cercando un dialogo mondiale invece che resistere chiudendosi in se stessi, che rifiutano la “solidarietà” interessata di chi in realtà vuole semplicemente provare a “dirigerli”, sono un gran contributo nella lotta contro il neoliberismo e contro la globalizzazione capitalistica. Io penso davvero che senza la rivolta del gennaio 94 il movimento dei movimenti non ci sarebbe stato, almeno nelle forme in cui si è reso visibile. Intendiamoci, non perché Marcos lo abbia inventato. Il movimento è il prodotto della globalizzazione, più o meno come il movimento operaio fu il prodotto della rivoluzione industriale. Solo che nel movimento operaio sorsero correnti di pensiero, le più disparate, ma nuove. Anarchici, socialisti utopisti, luddisti, socialisti scientifici ecc. In questo movimento, invece, è come se ci fossero morti che vogliono mangiarsi i vivi. Che vogliono sovrapporre le loro teorie obsolete, i loro schemi e perfino le loro pratiche organizzative ad un movimento che non può rientrarci, pena la morte per noia ed inefficacia. Gli zapatisti non vogliono essere un modello, né vogliono imporre alcunché, ma chiedono a gran voce, anche col silenzio, la rifondazione della sinistra. Questo ci ha detto Marcos l’ultima volta che una delegazione di Rifondazione l’ha incontrato, a Città del Messico qualche giorno dopo la marcia. Se devo essere sincero non credo che parlare di “crisi del movimento”, confondendo le strutture imperfette dei social forum, per giunta italiane, con il movimento mondiale, sia la strada giusta per rispondere a quella domanda. E qui sottoscrivo il punto B dell’articolo di Pierluigi Sullo, in pieno. Non è il movimento ad essere in crisi, casomai lo sono culture, modelli e pratiche incapaci di rifondarsi veramente. Ma forse questa crisi è l’inizio di una risposta alla domanda che gli zapatisti hanno posto al mondo, oltre che a se stessi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:32.05pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:32.05pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">ramon mantovani</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:32.05pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right:32.05pt;"><span style="font-size:14pt;font-family:'Courier New';">pubblicato su Carta nel luglio del 2002</span></p>
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<title><![CDATA[prima di Genova]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2001/06/26/prima-di-genova/</link>
<pubDate>Tue, 26 Jun 2001 17:50:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il G8 è il nucleo del nuovo governo reale del mondo, del nuovo ordine unipolare fondato sul capital]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">Il G8 è il nucleo del nuovo governo reale del mondo, del nuovo ordine unipolare fondato sul capitalismo delle multinazionali. Prima c’era il G7, composto dai sette paesi con il più alto Prodotto Interno Lordo, che discuteva di economia, poi la Russia è stata invitata pur non essendo l’ottava potenza economica. Abbiamo, dunque, un organismo politico, nel senso più pieno del termine, che non a caso è stato la sede dove si è deciso di por fine ai bombardamenti della Jugoslavia da parte della NATO. Un organismo per nulla democratico, delegato da nessuno a prendere decisioni che riguardano l’intero pianeta, tendenzialmente alternativo e sostitutivo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta, appunto, del tentativo, in parte già riuscito, di costituire una guida politica al “governo di fatto”, composto dai molti altri organismi che accompagnano e promuovono la globalizzazione capitalistica. Protestare contro il G8 significa battersi contro il capitalismo contemporaneo, significa rivendicare per i popoli, per le sedi istituzionali internazionali (ONU, Unione Europea ecc), il diritto a decidere del proprio futuro, singolarmente e collettivamente. Non è, il G8, riformabile o correggibile e qualsiasi proposta, come quella avanzata da Veltroni, di allargarlo a qualche paese del terzo mondo, è in realtà un ulteriore attacco all’ONU, e segnatamente alle agenzie dell’ONU. Nel G8, fra i pesi membri del G8, vi sono molte contraddizioni e competizioni, ma sarebbe totalmente sbagliato illudersi che tali contraddizioni possano produrre, in quella sede, un qualsiasi spiraglio per la lotta anticapitalistica o per gli interessi dei popoli. Il G8 è esattamente la sede nella quale le contraddizioni vengono risolte, o comunque discusse magari senza successo, ma sempre in un ambito nel quale le multinazionali e l’ideologia neoliberista hanno piena egemonia e nel quale gli USA possono far pesare la propria potenza politico-militare. Il principale collante della protesta, e del Genoa Social Forum (l’organismo unitario che raggruppa centinaia di organizzazioni, associazioni e partiti) del quale il PRC è parte integrante fin dalla nascita, è proprio l’antagonismo nei confronti del G8 e della globalizzazione. Si possono trovare, su singole questioni di cui discuterà il G8 a Genova, e sulle stesse forme della protesta, molte sfumature e diversità nel campo del movimento antiglobalizzazione. Ma sulla questione essenziale c’è accordo pieno. I tentativi, del governo e dei mass media, di dividere il movimento in “buoni e cattivi” in “partito e antipartito” sono falliti. Ci sono quindi le condizioni affinché il movimento antiglobalizzazione a Genova faccia un passo avanti. Non si tratta, infatti, di dire: “esistiamo” e di ricercare visibilità. Ciò è stato già ampiamente ottenuto da Seattle in poi. Si tratta di crescere in ampiezza di settori sociali, a cominciare da quelli del mondo del lavoro, e in quantità. A Genova ci dovranno essere le mobilitazioni più ampie e più numerose. E’ possibile. E il PRC farà la sua parte mobilitando decine di migliaia di compagne e compagni.</p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">&#160;</p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">ramon mantovani</p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">&#160;</p>
<p class="articolo" style="text-align:left;line-height:normal;" align="left">pubblicato su Liberazione nel giugno 2001</p>
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<title><![CDATA[colombia]]></title>
<link>http://ramonmantovani.wordpress.com/2000/03/26/colombia/</link>
<pubDate>Sun, 26 Mar 2000 18:31:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramon mantovani</dc:creator>
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<description><![CDATA[“La selva colombiana non è il Kosovo, se venissero troverebbero un bel benvenuto. Per i gringos s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="articolo" style="text-align:left;" align="left">“La selva colombiana non è il Kosovo, se venissero troverebbero un bel benvenuto. Per i gringos sarebbe un nuovo Vietnam.” E’ il leggendario Manuel Marulanda, il comandante supremo delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC), che mi parla in un accampamento guerrigliero nel fitto della foresta amazzonica, durante la mia ultima visita in Colombia. Tirofijo, questo il suo soprannome che in spagnolo significa “mira precisa”, ha passato quaranta dei suoi settant’anni a fare il guerrigliero. Lo hanno dato per morto decine di volte, ma in realtà non sono mai riusciti nemmeno a sfiorarlo, visto che, insieme ai suoi ventimila guerriglieri e guerrigliere (le donne sono il quaranta per cento della forza combattente), non sta mai nello stesso posto più di qualche ora. Con l’indice disegna un cerchio sul tavolaccio di legno intorno al quale siamo stati, per più di cinque ore, a parlare di globalizzazione e del processo di pace: “Possono anche venire con i paracadutisti per tentare di circondarci, ma non staremo più dove ci hanno visto con il satellite. Saremo noi a colpirli - ed ecco che il dito traccia immaginarie frecce convergenti a raggiera sul cerchio – dove meno se l’aspettano. Non facciamo guerra di posizione, siamo una guerriglia mobile noi.” Le FARC sono pronte, insomma, a sostenere uno scontro di lunga durata con la ventilata forza multinazionale d’intervento, guidata dagli USA, che tentasse, con la scusa della lotta al narcotraffico, di liquidare la guerriglia comunista che combatte da quaranta anni e che oggi siede al tavolo delle trattative di pace con il governo colombiano di Andres Pastrana. Una trattativa difficile, non c’è che dire, visto che le FARC non accettano nessuna soluzione che non preveda profondissimi cambiamenti istituzionali ed economico sociali. “Loro non si accontenteranno certo di qualche riforma di facciata o di posti nelle istituzioni e nel governo. Abbiamo ben chiaro che qui i cambiamenti devono essere profondi. Del resto, ormai, una parte importante del mondo imprenditoriale, quella che vuole la pace, sa di dover pagare un prezzo alto in tema di riforme economiche, sa che la pace non sarà gratis per nessuno” – mi dice Victor G. Ricardo, l’Alto Commissario per la Pace, nominato dal Presidente Pastrana, nel suo ufficio super blindato situato dentro il Palazzo Presidenziale a Bogotà. Questa reciproca disponibilità e comprensione dovrebbero essere un buon viatico per un’effettiva e rapida soluzione del conflitto, eppure le cose non sono così semplici, purtroppo. Molti lavorano contro il processo di pace. Il governo degli USA, appena insediato il tavolo delle trattative, ha ufficialmente dichiarato di considerare indispensabile la sconfitta militare della “narcoguerriglia” ed ha varato un’impressionante piano di aiuti militari all’esercito colombiano. Allo stesso tempo, ufficiosamente, ha ventilato addirittura l’ipotesi di un intervento militare multinazionale esterno, sul quale si è discusso per mesi su tutta la stampa latino americana. Da una parte, quindi, Pastrana incontra Marulanda, gli assegna il controllo di un territorio grande come la  Svizzera, dichiara che le FARC sono un soggetto politico e non narcotrafficanti, inizia una trattativa di pace, mentre dall’altra parte, gli USA ripropongono la via militare come unica soluzione al conflitto. L’obiettivo nel mirino degli USA non è certo il narcotraffico, bensì una Colombia che, magari insieme al Venezuela di Chavez, al turbolento Ecuador e a Panama (dove gli Stati Uniti hanno definitivamente perso il controllo del canale), si sottraesse alla loro egemonia politica e cercasse un modello economico sociale alternativo al neoliberismo. Non per caso la stampa vicina all’amministrazione Clinton ha ripetutamente parlato di un complotto ordito insieme da Castro, Chavez e Marulanda. La minaccia di intervento esterno è servita, per il momento, a saggiare il terreno e a provocare ulteriori tensioni fra il governo colombiano e quello peruviano di Fujimori, che si è subito dimostrato alquanto disponibile all’avventura militare. Senza dubbio la lotta al narcotraffico sarebbe un argomento spettacolare da usare come paravento per la soluzione militare. Potrebbe essere la seconda puntata dell’ingerenza senza mandato dell’ONU, dopo la guerra NATO del Kosovo. Un altro tassello della costruzione di un nuovo ordine unipolare del mondo a guida nordamericana. A ben vedere, però, ci vorrebbe un notevole sforzo di fantasia per manipolare i mass media fino al punto di presentare una vera e propria guerra come la soluzione del problema del narcotraffico. La politica della repressione militare, infatti, in tutti questi anni, condotta con enorme dispendio di mezzi e risorse finanziarie, non ha dato esito alcuno, ed anzi ha visto coinvolti nel narcotraffico proprio quelli che dicevano di combatterlo. Il Presidente Samper ha finito la sua carriera da ricercato nel territorio USA in quanto narcotrafficante. Alte gerarchie militari colombiane sono state colte con le mani nel sacco mentre trasportavano a Miami, a bordo di aerei militari, ingenti quantitativi di cocaina. Perfino membri della legazione diplomatica statunitense a Bogotà e consiglieri militari USA sono stati smascherati dall’FBI come organizzatori del traffico di stupefacenti. Certo, la guerriglia ha sempre ammesso di tassare l’attività connessa alle coltivazioni illecite, al pari di tutte le altre attività economiche, nei territori che controlla. Ma è cosa ben diversa dall’organizzazione del narcotraffico su vasta scala. In ogni caso si è dichiarata pronta a sostenere, e a produrre in prima persona, piani per la sostituzione delle coltivazioni di coca e di oppio purché siano finanziati garantendo ai contadini la commercializzazione dei prodotti alternativi. Avvelenare i campi rendendoli sterili per anni, se non per decenni, come si è fatto per molto tempo e si continua a fare, oltre a rappresentare un enorme danno ecologico, riduce gli incolpevoli contadini alla fame e spinge i produttori di coca a deforestare ulteriormente la selva, per continuare a coltivare l’unico prodotto che ha un mercato e permette la sopravvivenza. E’ proprio su questo versante, quello della lotta effettiva al narcotraffico, che l’Europa e le stesse Nazioni Unite potrebbero giocare un ruolo decisivo. Questa è la richiesta ufficiale delle due parti, ma le cose si stanno complicando. Le FARC chiedono che gli aiuti finanziari siano destinati al tavolo delle trattative in modo che entrambe le parti possano discutere e decidere del loro utilizzo. Il governo Pastrana, invece, che ha recentemente presentato agli USA e all’Unione Europea il “Plan Colombia”, una richiesta di sostegno finanziario dotata di un progetto di utilizzo articolato anche a livello militare, li vuole gestire da solo. E’ evidente che la destinazione dei fondi al tavolo di pace rafforzerebbe la trattativa, mentre un utilizzo degli stessi per riarmare l’esercito finirebbe con l’incentivare la prosecuzione delle ostilità. La guerra, infatti, continua, nonostan