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	<title>articoli-di-g-faso &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "articoli-di-g-faso"</description>
	<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 06:19:17 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Clandestino (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=291</link>
<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 23:23:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ «Clandestino»: quando una semplice definizione amministrativa diventa un marchio d&#8217;infamia.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-39" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.jpg?w=81" alt="" width="95" height="112" /></a> <em>«Clandestino»: quando una semplice definizione amministrativa diventa un marchio d'infamia. Un articolo di Giuseppe Faso.</em></p>
<p>Il buonsenso vorrebbe che si prendessero le distanze con severità da chi innesta su una infrazione amministrativa (la mancanza di documenti) uno stigma squalificante e sospettoso, il «clandestino»: non una persona che lavora in mezzo a noi (e spesso nelle nostre famiglie, come colf o assistente per la cura degli anziani), ma uno infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine.<!--more--><br />
Ma esistono anche tentativi di riabilitazione dell’uso di questo termine, da fonti che sarebbero insospettabili, se non avessimo ormai da tempo compreso quanto stia montando un <em>socialismo da imbecilli</em> (il razzismo, secondo una blasonata definizione). Si può, secondo tale cavillosa argomentazione, essere senza «permesso di soggiorno» perché lo si aveva, e non si è riusciti a rinnovarlo; o perché si è entrati in Italia con un visto turistico, che poi è scaduto; oppure perché si è entrati in Italia di soppiatto. I primi due sono «irregolari», quest’ultimo invece «clandestino».</p>
<p>Cosa cambia? I primi due hanno dato «contezza di sé» presso un ufficio di polizia (come prescriveva il T.U. di polizia del 1931, anno X dell’era fascista), il terzo no. Nessuno fra questi begli spiriti conclude (con un minimo di coerenza) che dando a chiunque arrivi in Italia un documento in questura, si debellerebbe la «piaga dei clandestini»: ma la coerenza non è richiesta alla chiacchiera dell’uomo della strada, e del suo rappresentante in accademia.</p>
<p><em>Giuseppe Faso, febbraio 2004<br />
</em></p>
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<title><![CDATA[Insicurezza: <i>percezione</i> spontanea o <i>costruzione</i> politico-mediatica? (di G. Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=264</link>
<pubDate>Sun, 18 May 2008 23:36:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Uno splendido articolo di Giuseppe Faso, uscito sul numero in edicola di Left. La cosiddetta ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-265" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/05/televisioni.jpg?w=111" alt="" width="111" height="96" /> <em>Uno splendido articolo di Giuseppe Faso, uscito sul numero in edicola di Left. La cosiddetta "percezione di insicurezza" non è un sentimento spontaneo della "gente comune". E', invece, il prodotto complesso di strategie comunicative messe in opera da giornalisti, politici, intellettuali. Sono i colti a costruire cornici ideologiche che portano alle sensazioni "di strada".</em></p>
<p>Un gruppo nutrito di persone va ripetendo che sono inutili le certezze sulla diminuzione dei crimini, quello che conta è l'aumentata <em>percezione </em>dell'insicurezza. E che non averne tenuto conto ha nuociuto al marketing del centro-sinistra. Hanno cominciato Veltroni (allora Sindaco di Roma) e Amato (allora Ministro dell'Interno).<!--more--> Ora, vi ritornano in tanti esponenti del PD, tra cui Rutelli per spiegare al volo (e con una favoletta sola) la sua cocente e grave sconfitta elettorale, e i giornalisti. Tra cui si distinguono il <em>comunquista</em> Augias («comunque la percezione dei cittadini è quella, e una certa sinistra avrebbe dovuto capirlo», <em>La Repubblica </em>del 26 Aprile 2008), e Michele Serra.</p>
<p>Il quale afferma che «il sentimento dell'insicurezza è soprattutto un sentimento "popolare", un sentimento di strada» (20 Aprile 2008, sempre su <em>La Repubblica). </em>Chi voglia capire da dove viene, si rivolga a Lisa Simpson, reduce dalle lezioni di creazionismo: «Abbiamo fatto una verifica e la risposta è sempre la stessa: l'ha fatto Dio». Serra spiega, indulgente, che «la tentazione delle varie "ronde" più o meno spontanee, più o meno manesche, nasce esattamente dal timore che l'arretramento dello Stato, sul terreno tutt'altro che simbolico delle città, dei quartieri, delle periferie, sia anche un arretramento "politico"». E ribadisce che sarà duro imporre agli stranieri «il rispetto delle nostre leggi: operazione, quest'ultima, di particolare difficoltà nel caso di popoli e culture che hanno delle donne un concetto "proprietario", dunque rapinoso e violento».<br />
Non sfugga lo slittamento delle imputazioni: il comportamento dei <em>rondisti</em> (più o meno maneschi) viene spiegato su base situazionale, mentre i comportamenti di interi «popoli e culture» vengono ricondotti a una identità, sulle cui caratteristiche soccorre uno stereotipo, il concetto sovente proprietario (tra virgolette, traccia di un imbarazzo linguistico che Serra si lascia alle spalle) delle donne.<br />
Si segna un confine preciso tra i «nostri» comportamenti, spiegati in base a situazioni e disagi sociali, e i «loro», ricondotti a cause naturali o di così lenta storicità da sembrare tali. Da una parte le «nostre» leggi (come si lascia sfuggire Serra: concetto proprietario?), dall'altra la «loro» brutalità, da ricondurre alla «loro» cultura, assai più prossima della nostra a una <em>natura </em>incoercibile.</p>
<p>Pare che non si possa chiedere a <em>leaders </em>politici un minimo di dignità scientifica, senza scatenare reazioni come quelle di infausta memoria espresse pochi mesi fa da Amato. Ma da chi esibisce di saper leggere e scrivere, forse qualcosa di più ci si potrebbe aspettare. Per esempio, che si rendano conto, il Serra e l'Augias, che le loro strategie retoriche sono minuziosamente descritte negli studi più prestigiosi sul discorso razzista. Già all'inizio degli anni '90, per esempio, da un osservatorio poco provinciale, Teun Van Dijk (di eccellente competenza, sulla lingua, la percezione e il razzismo) mostrava come <em>la percezione «popolare» di una pericolosità sociale degli immigrati non sia un fenomeno naturale, ma sia profondamente influenzata dal discorso istituzionale e mediatico</em>. Van Dijk indica le motivazioni e descrive le strategie discorsive delle <em>élites, </em>che offrono una pre-formulazione del discorso pubblico razzista consentendone la riproduzione e la diffusione.</p>
<p>Sono i colti che costruiscono cornici ideologiche che portano alle percezioni "di strada": tra queste, quella sul carattere congenitamente diverso delle minoranze immigrate, sulla minaccia per le «nostre» donne (come da indimenticabile <em>exploit </em>Poverini-Augias) e sul carattere culturale della loro inassimibilità, opposta a quella positiva presentazione di sè necessaria a coprire la xenofobia delle <em>élites </em>politiche e mediatiche.</p>
<p><em>Giuseppe Faso, «Left», n. 20, 16 Maggio 2008. Il titolo originale dell'articolo è «Sentimento»</em></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Milano, <i>Immigrazione sana</i> o <i>pulizia etnica</i>? (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=230</link>
<pubDate>Fri, 09 May 2008 15:14:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Tempo fa avevo segnalato a Giuseppe Faso l&#8217;incredibile progetto del Comune di Milano - da me ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-231" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/05/copertinaleft.jpg?w=70" alt="" width="70" height="96" /> <em>Tempo fa avevo segnalato a Giuseppe Faso l'incredibile progetto del Comune di Milano - da me già <a title="Sergio Bontempelli - Milano, pulizia etnica" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/04/26/milano-quando-la-pulizia-e-etnica/" target="_blank">descritto e commentato su questo blog</a> - che vorrebbe insegnare le regole della pulizia e dell'igiene</em><em> agli immigrati, considerati evidentemente alla stregua di selvaggi. Giuseppe ha raccolto la palla al balzo e ha pubblicato - sul numero in edicola del settimanale <a title="Left" href="http://www.avvenimentionline.it/" target="_blank">Left</a> - un suo commento "al veleno". Eccolo.</em></p>
<p>«Una certa "fragilità" intrinseca e una scarsa cultura della salute e della prevenzione di alcune popolazioni straniere hanno portato a una recrudescenza di patologie ormai debellate o del tutto marginali nella popolazione milanese...» (<a title="Comune di Milano, Immigrazione Sana" href="http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentLibrary/giornale/giornale/tutte+le+notizie/salute/salute_malattie+immigrati" target="_blank">Comune di Milano</a>). “Immigrazione Sana” è il titolo di un "progetto" presentato nel sito dell’Amministrazione Comunale e segnalatomi da Cinzia, del Naga e Sergio, di Africa Insieme. Si tratta di un documento di rara comicità.<!--more--></p>
<p>E’ difficile capire su che dati certi si basino le affermazioni ivi contenute. Sembra che vi prevalgano una inclinazione alla diceria di senso comune e una fantasia turbata, su cui potrebbe intervenire altro settore della sanità ambrosiana, per un intervento dal titolo “Amministratori psichicamente equilibrati”. Così finalmente smetteremmo di leggere che  ci troviamo davanti, negli immigrati,  a «una condotta sessuale non sempre cosciente, matura e responsabile quando non addirittura legata agli ambiti dell’illegalità». Fatico a immaginare cosa significhino le sinistre allusioni di questa prosa morbosa al rapporto tra sesso e ambito di illegalità – mi vengono in mente solo coloro che praticano forme criminali di turismo sessuale, ma quelli devono trovarsi piuttosto tra i milanesi radicati.</p>
<p>Se una persona in situazione di infrazione amministrativa viene definita per lo più con l’epiteto stigmatizzante di “clandestino” (sempre senza virgolette: una categoria legittima e certa), nel documento meneghino chi è in regola con le leggi italiane viene retrocesso a “regolare”, scritto con le virgolette: regolare per modo di dire, sappiano bene che davvero regolari non lo saranno mai. E perché rimangano regolari solo tra virgolette, nella presentazione di un progetto “Immigrazione Sana” non c’è spazio per informare sul diritto all’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, o all’accesso agli strumenti di prevenzione.</p>
<p>Gli immigrati vengono distribuiti in tre grossi spicchi: quelli che portano con sé patologie dal paese d’origine; quelli che presentano patologie “da degrado”; e quelli che hanno patologie comuni al resto della popolazione ma che assumono particolare gravità in situazioni precarie. Ci sono cioè quelli che ci infettano, e quelli sono più esposti perché abitano nel fango e nelle catapecchie. Un quarto spicchio, di persone regolari solo tra virgolette ma sane, non è contemplato. Chi passi da Milano, eviti di pranzare fuori, con tutti quei cuochi e pizzaioli tubercolotici di suo o precari in salute, e non abituati a «rimuovere con apposito detergente…lo sporco nelle superfici utilizzate per i pasti» (vedi oltre).</p>
<p>A questo branco di luridi lebbrosi, abitatori di fogne melmose viene riferito che la salute è un dovere: non un diritto, come ci sembrava, e come viene religiosamente taciuto nel documento - chissà i selvaggi lo venissero a sapere. E perciò, aprano un computer (le catapecchie degradate in cui ci si immagina vivano saranno pur dotate di ADSL, "Milan l’è semper Milan"), e scarichino il manualetto predisposto dall’Amministrazione erede della grande tradizione austriaca. Così impareranno a «curare la pulizia del proprio corpo lavandosi ogni giorno, avere i capelli puliti, detergere i denti dopo avere mangiato, curare l’igiene delle unghie, indossare abiti puliti». E seguano, le loro donne, un corso di formazione (proporrei un bel titolo ad effetto, come “pulizia etnica”), per imparare il vivere civile: «Con scopa e straccio pulito si rimuove regolarmente lo sporco da pavimenti, servizi igienici, superfici utilizzate per il consumo dei pasti. Lo sporco ostinato va rimosso con apposito detergente». E via di questo passo: ce n’è abbastanza per proporre il Comune di Milano, reparto “(Dovere della) salute”, per il Premio Nobel per la pace, visto lo sforzo che fa per civilizzare 170.000 selvaggi.</p>
<p><em>Giuseppe Faso, da Left, n. 19 - 9 Maggio 2008, pag. 81. Il titolo originale dell'articolo è «Pulizia Etnica»</em></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dati di fatto (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=163</link>
<pubDate>Thu, 01 May 2008 22:16:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Ancora un bell&#8217;articolo (recente) di Giuseppe Faso, sulle dicerie gabellate per &#8220;dati d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-39" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.jpg" alt="" width="81" height="96" /></a> <em>Ancora un bell'articolo (recente) di Giuseppe Faso, sulle dicerie gabellate per "dati di fatto"...</em></p>
<p>Una decina d’anni fa, la mia collaborazione a questo inserto è nata dall’idea che non si potesse delegare a specialisti accademici, coi loro tempi lunghi, un’analisi qualitativa delle strategie linguistiche e retoriche che costruiscono nella nostra società il fenomeno immigrazione, lo classificano, ed espellono dal discorso pubblico domande, perplessità, problematizzazioni nate in chi svolge un lavoro di prossimità con gli immigrati. Tale convinzione portò a istituire due rubriche, «Strumenti di lavoro» e «Le parole che escludono». Nella prima, venivano recensiti contributi sociologici, demografici, pedagogici e criminologici sull’immigrazione. Nella seconda, muovendo da spunti di lettura o di ascolto si ricostruivano pratiche di esclusione, a volte trasparenti (come in «vucumprà» o «efferato») a volte più complesse (come in «consulta» o «integrazione»).<br />
Era chiara la fiducia, direi illuministica, su cui si reggeva l’operazione. Non sottovalutavo, però, la miseria di certe attività «intellettuali» che nel frattempo si muovevano in direzione opposta. <!--more-->In quegli anni, in un manuale di storia venivo citato come coautore, con Giuliano Campioni, dell’unica analisi italiana rilevante, allora, del «razzismo dei colti» (segno già questo del fatto che loro, i colti, quest’analisi la stavano evitando). Quello che però sottovalutavo era la tendenza, che in quegli anni si rafforzava, di ricercatori e politici, ad abbandonare qualsiasi «faccia», e che si coagulava nei rigurgiti securitari del governo all’inizio del 1999, in seguito a una serie di delitti, a Milano, attribuiti gratis agli immigrati (riepilogati con grande attenzione da Wacquant). L’offensiva dei «colti» da allora non si è fermata: l’impressione è che si attenui lievemente durante i governi di centro-destra e riesploda con governi più «amici» (loro).</p>
<p>Negli ultimi mesi abbiamo assistito con grande sconforto alla riedizione di meschinerie intellettuali di ogni tipo, all’insegna del «dato di fatto»; un’espressione che, ci insegnano i filosofi, spesso è del tutto pleonastica (toglietela, l’affermazione rimane la stessa), ma serve a enfatizzare quanto si sostiene, come se valesse da smentita inequivocabile di posizioni altrui. Si tratta cioè di una mossa di pura retorica.</p>
<p>È un dato di fatto che «la matrice di alcuni delitti sia unica», si è detto nella campagna «anti-rumena». È come collegare cinque stelle del firmamento lontane tra loro milioni di anni-luce per ottenere una configurazione, e poi dire che le figure dello zodiaco sono «un dato di fatto», smentendo ogni posizione di buon senso.</p>
<p>È un dato di fatto che, «oltre una certa soglia», si scatena la xenofobia del popolo ospitante (un bel racconto di fantascienza demenziale). È un dato di fatto che gli immigrati (specie «clandestini») delinquono più degli italiani, ripetono studiosi e libri bianchi del Ministero (affidati ai medesimi studiosi): quei documenti ufficiali che già nel 2001 parlavano della «matrice etnica» di «efferati» delitti «condivisa tra slavi e albanesi», espressioni che squalificano chi le scrive. Le stesse statistiche ministeriali, anche se chiamano «delitti commessi» i «delitti denunciati», e definiscono «delitti puniti» i «presunti autori denunciati», (non è equivoco di poco conto: a chi è stato commissionato il compitino, uno scolaretto idiota o un servo furbo?), mostrano una situazione assai più complessa. Era un dato di fatto, in un libello amato da parlamentari, che non esiste discriminazione anti-immigrati nelle pratiche delle forze dell’ordine. Peccato che la «dimostrazione» rovesciasse il senso dei dati statistici citati.</p>
<p>In tali modi tra politici, giornalisti, «ricercatori» di questi livelli, si è costruito lo straniero come pericolo pubblico, grazie a stereotipi gabellati come «dati di fatto» e sondaggi d’opinione guidati da formulazioni grottesche, adoperati come statistiche. Così i luoghi comuni sono diventati fatti sociali, e addirittura categorie di analisi: e la diceria ha espulso la considerazione razionale dei fenomeni.</p>
<p>Del resto, dopo un trentennio in cui le forze dell’evidenza scientifica hanno ridicolizzato la categoria della «razza», negli Usa la banda dell’Ortica (quella del «palo sguercio… / che vederci non vedeva un’autobotte / però sentirci ghe sentiva un accident») è tornata, su committenza, a cercare di dimostrare la superiorità della «razza» bianca su quella nera.</p>
<p>Giuseppe Faso, Dicembre 2007</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le <i>parole</i> di Giuseppe Faso diventano un libro]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=197</link>
<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 19:06:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
<guid>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=197</guid>
<description><![CDATA[ Lessico del razzismo democratico: è il titolo dell&#8217;ultimo libro di Giuseppe Faso, uscito per]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-198" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/04/copertinafaso.jpg?w=61" alt="" width="61" height="96" /> <em>Lessico del razzismo democratico: è il titolo dell'ultimo libro di Giuseppe Faso, uscito per Derive &#38; Approdi, che raccoglie gli articoli usciti nella rivista <a title="Percorsi di Cittadinanza" href="http://www.ancitoscana.it/Relazioni-con-i-Comuni/Il-giornale-AutAut/Percorsi-di-cittadinanza/anci-s_172/riviste.html?id_rivista=4" target="_blank">Percorsi di Cittadinanza</a> (e pubblicati più volte anche in <a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank">questo sito</a>). Riproduco qui una recensione di Daniele Barbieri uscita sul n. 15/2008 di <a title="Carta" href="http://www.carta.org" target="_blank">Carta</a>.<br />
</em></p>
<p>Durante un dibattito, Tahar Lamri cita un proverbio arabo: «la lingua non ha l'osso», insomma va dove gli pare. Una ragazza albanese è lesta a rispondergli: «da noi invece si dice: non ha l'osso ma rompe tutte le ossa». Le parole corrono e fanno male: sono pietre, come la faccia dell'uomo nella copertina di «Lessico del razzismo democratico» [<a title="Derive e Approdi. Lessico del razzismo democratico" href="http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=337&#38;stato=novita" target="_blank">Derive Approdi, 144 pagine, 10 euro</a>] di Giuseppe Faso. <!--more-->Le parole «escludono» spiega il sotto-titolo.  Da una decina d'anni, Giuseppe Faso pubblica su <a title="Percorsi di Cittadinanza" href="http://www.ancitoscana.it/Relazioni-con-i-Comuni/Il-giornale-AutAut/Percorsi-di-cittadinanza/anci-s_172/riviste.html?id_rivista=4" target="_blank">«Percorsi di cittadinanza»</a> [rivista toscana dell'Anci, insomma dei Comuni] una rubrica dove smonta innocenza e neutralità delle parole. In alcuni casi è facile capire il razzismo [consapevole o meno] che sta sotto una certa espressione. Altre volte il trabocchetto è meglio celato: si parla a interlocutori inesistenti; si citano numeri che non hanno fondamento; si inventano questioni assurde come nel forum di «Repubblica» che [il 7 maggio 2007] lancia la domanda «E' razzismo chiedere di rispettare le leggi?».</p>
<p>Cosa rara, questo libro di Faso nasce da una pressante richiesta di persone che non sono riuscite a trovare il precedente [<a title="Carta. L'antidizionario di G. Faso" href="http://www.carta.org/articoli/11010" target="_blank">«Le parole che escludono: voci per un dizionario»</a>] pubblicato dall'Arci a inizio 2006. Così l'autore si è fatto convincere da <em>Derive Approdi</em> a ripubblicarlo, ampliarlo ­ passando da 28 voci a 50 ­ e aggiornarlo. Le voci «dati di fatto», «efferato», «percepito», «valori» a esempio sono scritte negli ultimi mesi del 2007 ma anche quelle di 10 anni fa restano attualissime.  Vicende grottesche come quelle alla voce «Imam», la teoria del «razzismo sostenibile», il ritornello della <a title="Giuseppe Faso. Soglia" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/02/27/soglia-di-giuseppe-faso/" target="_blank">«soglia»</a>, i giochini delle tre carte [vedi per esempio «benevolenza»], l'insensatezza di espressioni tipo «presumibilmente albanese», il martellante uso di «non sono razzista ma», l'abuso della parola «civiltà»; un lungo viaggio che spesso ci porta dall'altra parte dello specchio, alla nostra emigrazione, quando vittime del razzismo eravamo noi.</p>
<p>L'ingannevole senso comune è al centro del «Lessico» ma nel mirino sono, con ogni evidenza, i <em>mass media</em>. Quel Tahar Lamri citato all'inizio paragona sempre i nostri giornalisti ai pesci rossi: non escono dalla vaschetta, ignorano quasi tutto e ­ come i pesci ­ hanno una memoria di soli 15 minuti.  La grande capacità di Faso nel farsi capire, l'ironia, la saggezza purtroppo non possono arginare l'acqua alta della xenofobia. Ma questo libro forse «cambierà il nostro modo di parlare» come scrive Paolo Nori in una delle prefazioni. Non è poco.</p>
<p>Daniele Barbieri, Carta</p>
<p>Per acquistare il libro online <a title="Derive e Approdi. Acquisti online" href="http://www.deriveapprodi.org/offerte.php" target="_blank">vai a questo link</a></p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-198 aligncenter" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/04/copertinafaso.jpg" alt="" width="374" height="585" /></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Opinione (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=196</link>
<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 18:23:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
<guid>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=196</guid>
<description><![CDATA[ Il rispetto per le opinioni altrui è, ovviamente, la base della democrazia e del pluralismo. Eppur]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-39" src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.jpg?w=81" alt="" width="81" height="96" /></a> <em>Il rispetto per le opinioni altrui è, ovviamente, la base della democrazia e del pluralismo. Eppure, spiega Giuseppe Faso in questo articolo (uno dei suoi migliori pezzi, almeno a mio avviso), "nel mondo capovolto della chiacchiera televisiva, chi argomenta sulla base dell’esperienza e richiama alla cautela del metodo passa per uno incapace di uscire dalle proprie opinioni; e chi, per faziosità o debolezza accetta la diceria della tribù passa per informato, ben educato". Una riflessione brillante a partire da un esempio concreto.<br />
</em></p>
<p>Mi guardo intorno, sorpreso dalla pacatezza con cui si sta discutendo il caso di S. La scuola è iniziata da due mesi, e non si riesce a programmare un inserimento per lui, proveniente dal Marocco, dove frequentava la quarta elementare: arrivato in Italia, in maggio, è stato inserito in quinta (non dal Collegio, come prescrive la legge, ma dal dirigente). «Inserito»: si fa per dire, perché, sia per le sue competenze linguistiche, che per non «disturbare» i nuovi compagni sotto esame, S. ha passato molto tempo fuori della classe, «badato» da insegnanti a turno. Promosso in prima media, senza essere accompagnato da nessun progetto di sostegno (la scuola gode di specifiche sovvenzioni da parte dell’Ente Locale, ma il bambino non è stato segnalato), si è trovato in una situazione di spaesamento, e le insegnanti per difendersene hanno sfoderato una terminologia avventizia (il termine ufficialmente più usato è «ipercinetico», ma nei corridoi si adopera altro termine più brutale) e discriminatoria, soprattutto davanti ai genitori degli altri bambini. Tutto il piccolo paese di ***  sa che quel bambino rappresenta una minaccia per i suoi compagni di classe e impedisce ai docenti di lavorare. Il Centro Interculturale di cui faccio parte ha cercato di disinnescare la miccia, ma l’invito alla sdrammatizzazione e a un’azione programmata di inserimento finora ha dato scarsi frutti: si è preferito proseguire nella strada della stigmatizzazione. <!--more-->Ora, uno psicologo chiamato dal (nuovo) dirigente relaziona sul bambino, dopo averlo osservato in classe: si tratta di un bambino del tutto normale, un po’ piccolo (la scuola lo ha inserito per errore un anno avanti!) e spaesato. C’è voluta l’autorità per ribadire l’evidenza; provvisoriamente, s’intende, perché non ci si mette niente a screditare il lavoro dell’autorità, quando non sta dalla parte della tribù.</p>
<p>E si discute di come programmare l’inserimento di S. tutti pacati, e io invece turbato. Decido di manifestare, appena possibile, il mio disagio. Parla l’assessore, una brava persona. Riferisce che l’assistente sociale ha trovato «chiusa» la famiglia di S. scatto su: «Sono stanco di assistere a questo teatrino: il pettegolezzo vuole che il bambino sia stato immesso in V piuttosto che in IV su richiesta dei genitori, un altro pettegolezzo lo definisce pazzo; tutto questo serve a coprire incapacità professionali. Ora l’assistente sociale dice che la famiglia è chiusa, quando un’insegnante – non della sua classe – è stata accolta a casa senza nessun ostacolo da una mamma, che si è dimostrata collaborativa e consapevole delle difficoltà del figlio. Che le famiglie marocchine siano chiuse è uno stereotipo che precede e deforma la realtà».</p>
<p>L’assessore si irrita, l’assistente sociale in questione gode della sua fiducia: chiede, civilmente, che non si diano giudizi senza le prove. Gli rispondo che questi meccanismi li vedo in atto quotidianamente, da anni. A questo punto scatta la parola-chiave: l’assessore dice che può rispettare le mie opinioni, ma che esse restano, appunto, opinioni. Rifiuto di essere intrappolato in questa categoria, e chiedo se si può sapere quando, dove e come l’operatrice ha incontrato la famiglia, e su che elementi basa la sua impressione.</p>
<p>I cellulari servono anche a questo: nel giro di pochi minuti si viene a sapere che l’assistente sociale ha incontrato una volta, in Comune, la famiglia in questione, e che l’impressione sulla chiusura le deriva dal fatto che <em>l’impiegata dell’ufficio accanto le ha detto che la moglie non sale in macchina con un uomo che non sia suo marito</em>.<br />
L’incidente è chiuso: ma aperte rimangono le possibilità maligne di una tribù dedita alla diceria. Resta da dire sulle opinioni.</p>
<p>Definire «opinioni» le argomentazioni scomode, indipendentemente dal loro grado di attendibilità, è abitudine dilagata negli ultimi anni presso conduttori radiotelevisivi arroganti e faziosi; ciascuno dei lettori si trovi l’esempio da sé: a me è accaduto di sentire giorni fa alla radio uno di questi campioni di finezza asserire senza alcun dubbio che «il popolo iracheno si riconosce nei patrioti che combattono accanto agli americani». Capaci di questi abissi di semplificazione, basta che un interlocutore tenti di problematizzare perché appioppino al suo ragionamento l’appellativo di «opinioni» – aggiungendo che, da veri democratici, comunque loro le rispettano, e togliendo la parola. Dimostrazione fisica del fatto che la parola «opinioni» esclude (dall’audio, dal video, dalla considerazione).</p>
<p>Forse è meglio manifestare assai meno rispetto per le opinioni, per indirizzarlo nei confronti del ragionamento articolato, delle asserzioni fondate, dei dati accompagnati da notazioni di metodo. Chi dice così spesso di rispettare le opinioni altrui ha avversione per l’argomentazione e la complessità dell’analisi: per questo le riduce a «opinioni», censurando in tal modo la possibilità che l’altro scorga ed esprima qualcosa che non rientra nella cornice chiusa della propria percezione. Nel mondo capovolto della chiacchiera televisiva e della tribalizzazione delle società postindustriali, le parti risultano rovesciate: chi argomenta sulla base dell’esperienza e richiama alla cautela del metodo passa per uno incapace di uscire dalle proprie opinioni; e chi, per faziosità o debolezza accetta la diceria della tribù passa per informato, ben educato: degno di fare il moderatore. Chi si basa sulla chiacchiera dell’ufficio accanto si riveste di serietà professionale, contro le opinioni di chi cerca di dotarsi di strumenti di analisi: come chi rifiutava di usare il cannocchiale offerto da Galileo per osservare le lune di Giove – che, lo sapevano tutti, non esistevano.</p>
<p>Giuseppe Faso, Novembre 2004</p>
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<title><![CDATA[Degrado (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=131</link>
<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 14:47:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Ancora un articolo di Giuseppe Faso, che stavolta ripercorre la storia del termine &#8220;degrado]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a> <em>Ancora un articolo di Giuseppe Faso, che stavolta ripercorre la storia del termine "degrado", e l'emergere in tempi recenti (molto più recenti di quanto non si crede) della sua accezione di "deterioramento del paesaggio urbano dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con l’insicurezza che tale presenza comporta"</em></p>
<p>Giornalisti, amministratori, politici fanno ricorso sempre più spesso al termine «degrado», per indicare una situazione urbana segnata dalla presenza di prostitute, lavavetri, zingari, immigrati costretti a condizioni abitative assai disagevoli. Dal momento che lavavetri e buona parte delle prostitute e degli zingari sono (non) persone migrate in Italia, la categoria «immigrato» fa presto a inglobarli. Così un luogo comune diventa un fatto sociale, e alla categoria costruita si affibia la responsabilità di un danno, un attentato al pubblico decoro. E scattano «misure anti-degrado» di vario genere, fino alle recenti grida sui lavavetri a Firenze. In casi simili piccole incursioni fuori dalla nostra provincia spazio-temporale possono aiutare a decostruire processi di categorizzazione in funzione discriminatoria.<!--more--><br />
Degrado, infatti, non è che debba voler dire proprio quello, in italiano. Il «Grande dizionario della lingua italiana» diretto da S. Battaglia, al vol. IV, riporta solo tre usi letterari, tutti nel Settecento, due di Scipione Maffei e uno di G.B. Graziani, col significato di umiliazione o di «riduzione di spessore» (dei muri). Altri dizionari ne registrano un timido uso a partire dal 1950, e Migliorini avverte che «Non è term. solo di caserma, ma anche di tecnici, ingegneri ecc.». Se ne deduce che pochi anni fa il termine veniva sentito come burocratico e da caserma, ma poteva avere una funzione tecnica.</p>
<p>Una semplice ricerca ottiene così un effetto di spaesamento: e il degrado nel senso di «deterioramento del paesaggio urbano dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con l’insicurezza che tale presenza comporta»? Nessuna traccia, fino a pochi anni fa. Come per «badante» (altro neologismo discriminatorio), la ricerca va perciò spostata a quelli che costituiscono gli unici dizionari di molte persone (non sempre analfabeti, visto che vi ritroviamo molti amministratori).</p>
<p>Il più raffinato studioso della costruzione dell’insicurezza, Marcello Maneri, pochi anni fa («Rassegna di sociologia». n. 1, 2001), ha dato conto dell’uso di «degrado» su alcuni quotidiani. Da una parte, si assiste al dilagare di questo termine, prima rarissimo e poi invece frequente; dall’altra, a uno slittamento semantico, per cui mentre negli anni Ottanta il significato oggi più consueto di «degrado» copriva meno del 5% delle sue occorrenze, a metà anni Novanta si arrivava a circa il 25%, per poi giungere alla fine del secolo a un circa 55%. In altre parole, è stato costruito con una rapidità impressionante e un uso martellato un significato di «degrado» dove l’offesa al decoro e la minaccia alla sicurezza si mescolano in una identità sinonimica: tornassimo indietro di vent’anni, probabilmente non capiremmo quest’accezione: era il paradiso terrestre?</p>
<p>Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce e mistifica l’uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto, decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione delle pratiche sociali.</p>
<p>Giuseppe Faso, Settembre 2007</p>
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<title><![CDATA[Per delinquere (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=89</link>
<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 21:55:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Ancora un articolo della serie &#8220;Le parole che escludono&#8221; di Giuseppe Faso. Stavolta, og]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Articoli di Giuseppe Faso" href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a> <em>Ancora un articolo della serie "Le parole che escludono" di Giuseppe Faso. Stavolta, oggetto dell'ironia di Giuseppe è la trita distinzione tra gli immigrati che vengono qui "per delinquere", e quelli che invece emigrano "per lavorare". Una dicotomia fondata su una idea (razzista) di "propensione": la propensione a delinquere, la propensione a lavorare... </em></p>
<p><em></em>Nella «Guida al Pacchetto per la Sicurezza» [del Ministero dell’Interno] tra le varie espressioni di senso comune torna la locuzione «per delinquere»: «In quanto comunitari, i rumeni possono entrare liberamente in Italia (…). E questo va benissimo per coloro che vengono per lavorare. Ma servono strumenti adeguati per non lasciare campo libero a chi viene per delinquere».<br />
Siamo di nuovo alle favole per minori (di senno) semiaddormentati: una volta la favola riguardava l’opposizione tra i «regolari», tutti buoni, e i «clandestini», fior di delinquenti. Ora che in Europa è cambiato il quadro normativo si fa una distinzione tra «inclini al lavoro» e «inclini alla delinquenza».<!--more--></p>
<p>E ci si torna sopra in un riquadro di maggiore evidenza: «Chi lavora non delinque. Il problema è chi viene non per lavorare ma per delinquere. Prevedere limitazioni ai lavoratori avrebbe prodotto un danno per il nostro sistema economico e non avrebbe certo frenato chi viene per delinquere. Anzi, forse avrebbe aumentato questa quota limitando di fatto la possibilità di mantenersi onestamente in Italia».</p>
<p>Dire che «chi lavora non delinque» porterebbe a negare che, ad esempio, noti avvocati condannati per l’erogazione di tangenti miliardarie abbiano mai lavorato in vita loro. Ma probabilmente i colletti bianchi sono esclusi, e si tratta solo delle «classi laboriose, classi pericolose»: lasciategli alcuni minuti al giorno di libertà dal lavoro, e un povero, invece di spaccarsi la schiena a lavorare, ruberà.</p>
<p>Poniamo che abbiano ragione i soloni di Amato: come si fa a distinguere chi viene per delinquere e chi viene per lavorare? L’etnometodologia d’oltreoceano, in memorabili ricerche sul campo con i poliziotti, arrivò a scoprire quali erano i loro criteri per distinguere: la barba lunga, la mancanza di cravatta, i capelli ricci e neri, il fatto di guidare un’auto un po’ malandata ecc… Criteri simili negli anni Settanta in Italia lasciavano indisturbati i terroristi in giacca e cravatta e ben rasati, che dovevano, loro sì, aver studiato etnometodologia, e raccomandavano tale tenuta nelle Guide per il buon terrorista.</p>
<p>Un minimo di buon senso troverà difettivo dire che uno migra «per delinquere». Sarebbe come dire che c’è chi ha fatto carriera nei servizi segreti italiani per confezionare bufale sull’uranio del Niger. Il ministro Amato ricorderà che non molti anni fa in Tv e a teatro si diceva che l’iscrizione a un certo partito implicava la propensione al furto, e tendeva a questo scopo. Molti ridevano e ripetevano quelle battute, ma era una categorizzazione rozza e ingiusta, e un minimo di sociologia (quella non amata dal ministro) lo poteva dimostrare anche allora.</p>
<p>Ma finché a parlare è un comico, si può sempre cercare di prendere le distanze, e magari ammettere che qualcuno tali battute se le è cercate. Se invece un Ministero degli interni proclama che c’è chi «viene per delinquere», siamo di fronte al rischio che leggi che dovrebbero rassicurarci siano fondate su una percezione della realtà che assomiglia alle sabbie mobili.</p>
<p>Giuseppe Faso</p>
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<title><![CDATA[Tra lavavetri e mendicanti: le ordinanze dei Comuni (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=142</link>
<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 21:00:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[  Mentre l&#8217;assessore Cioni di Firenze annuncia la prossima emanazione di un&#8217;ennesima ord]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" title="Articoli di Giuseppe Faso" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a>  <i>Mentre l'assessore Cioni di Firenze annuncia la prossima emanazione di un'ennesima ordinanza, stavolta sui mendicanti "orizzontali" (!!), torna d'attualità questo bell'articolo di Giuseppe Faso, scritto all'indomani del provvedimento fiorentino sui "lavavetri". E' una riflessione sul ruolo degli amministratori pubblici, da "esperti" nel governo delle comunità locali a volgari passaparola del senso comune più retrivo. Ecco come è cambiato il linguaggio delle "ordinanze".</i></p>
<p>Sono andato a rileggermi alcune ordinanze. Sulle limitazioni all’uso dell’acqua, sulla lotta alla zanzara tigre ecc. Da questa lettura capisco che cos’è un amministratore. Lo capisco perché adotta un linguaggio e mette in atto delle procedure da Sindaco. Fa un quadro della situazione specifica molto più articolato rispetto a quello di cui sono capace io, semplice cittadino, le costruisce intorno contesti significativi, fa riferimento a una serie di norme e all’efficacia che ci si può aspettare dal provvedimento. Parla di scopi e di obiettivi, non fa riferimento a valori (diffido di questi richiami, me l’ha insegnato quand’ero ragazzo uno storico, di quelli che studiavano le cause sociali delle sofferenze umane e le funzioni ideologiche delle mitologie dominanti).<br />
Leggo poi le ordinanze sui lavavetri e sugli sgomberi. E ne rimango sgomento. <!--more-->Mi prende il panico a pensare quanto sia facile per alcuni amministratori slittare fuori dalle proprie competenze (non è il caso di riportare qui le osservazioni che la Procura della Repubblica ha mosso in tal senso al sindaco di Firenze), e dimenticare di attenersi al proprio ruolo istituzionale. Che non è certo quello di far da volano a sentimenti, siano pure diffusi, di diffidenza e irritazione nei confronti di alcuni gruppi presenti nella società.</p>
<p>Cinquant’anni fa, un geniale sociologo, Harold Garfinkel, si accorse di un «curioso fenomeno». I membri di una giuria popolare, per giustificare il loro verdetto di colpevolezza o meno di un imputato, non facevano riferimento alle procedure e al linguaggio giuridico, ma si impegnavano a mostrare quanto la loro decisione fosse adeguata al senso comune ed esprimibile secondo il linguaggio corrente. Nacque da questa scoperta un modo di lavorare che ha rinnovato le scienze umane, l’etnometodologia: un insieme di analisi che mostra come in una serie di pratiche, di giudizi, di rappresentazioni non facciamo che applicare il sapere della tribù cui apparteniamo. Grazie a tali studi oggi sappiamo di più su come funzionano alcuni pregiudizi che magari ribadiscono l’ethos della tribù ma rischiano di risultare inefficaci e discriminatori. Si pensi a quanto abbiamo capito dei criteri con cui le forze dell’ordine fermano le persone: se li avessimo compresi prima, ci sarebbe stato qualche attentato di meno.</p>
<p>Credo che a un amministratore si debba chiedere di più che richiamarsi, rilanciandole, alle diffidenze e alle paure di senso comune; anzi, è proprio qui una delle linee di demarcazione tra la figura del sindaco e quella del capo di una comunità chiusa e violenta che celebrando un rito collettivo sequestra, processa, tortura e uccide automobilisti di passaggio (un topos sintomatico della letteratura nera e di fantascienza americana).</p>
<p>Ma chi si rivolga alle ordinanze cui ci riferiamo, rimarrà sorpreso nel vedere come, accanto alle misure repressive ed espulsive (dalle mura del borgo di competenza), manchi del tutto un richiamo al governo complessivo del fenomeno: dove andranno a finire, fisicamente e socialmente, le persone di cui si promette l’espulsione dallo sguardo in quanto brutti, sporchi e cattivi? Oggi, 25 settembre, leggo su una «civetta» a caratteri cubitali: «Castelfiorentino invasa da artisti del circo». Chi non abbia la pazienza di rincorrere la notizia, probabilmente non immaginerà di che si tratta: un meeting di giocolieri appartenenti ad associazioni pedagogiche. Più probabile sarà la lettura in termini di panico per l’eccesso di marginalità, favorita da quell’<i>invasa</i> del tutto spropositato. Il circo per secoli ha costituito, nell’immaginario dei bambini una «promesse de bonheur» proverbiale. Si è mossa ora una straordinaria macchina da guerra per rovesciare tale attesa in sindrome da invasione, mobilitazione contro gli untori responsabili della «nostra» insicurezza.</p>
<p>Per queste accelerazioni sappiamo chi ringraziare; e seguiamo, sbigottiti, le iniziative degli amministratori da noi democraticamente eletti, temendo prossimi ricorsi a forme di confinamento degli «artisti da circo» e di altre figure così poco rispettabili.</p>
<p><i>Giuseppe Faso, Ottobre 2007</i></p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Sondaggi (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=93</link>
<pubDate>Fri, 28 Mar 2008 19:11:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
<guid>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=93</guid>
<description><![CDATA[  Un articolo di Giuseppe Faso, sull&#8217;uso (e l&#8217;abuso) dei sondaggi di opinione. Il sondag]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"> <a href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" title="Articoli di Giuseppe Faso" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a> <i>Un articolo di Giuseppe Faso, sull'uso (e l'abuso) dei sondaggi di opinione. Il sondaggio non è uno specchio delle percezioni collettive: ne è, piuttosto, una sorgente.</i></p>
<p class="MsoNormal">A giudicare da un sondaggio, parrebbe che – dopo l’ultima campagna di stampa – per il 42% degli italiani gli immigrati siano dei ladri. Inoltre, tre italiani su dieci ritengono che l’attività usuale degli stranieri sia lo spaccio, il 17 per cento la rapina e l’11 per cento lo stupro.<!--more--></p>
<p class="MsoNormal">Naturalmente, è da discutere quanto sondaggi simili siano in grado di rilevare le opinioni di milioni di persone. Ve lo immaginate, il ragazzino che vi corre dietro alla stazione o vi chiama al telefono, e vi chiede: secondo lei, l’attività usuale degli stranieri è… lo stupro, il furto o la rapina? (barrare la casella che interessa). C’è chi risponde, chi mette giù il telefono: e forse questi ultimi non sono equamente ripartiti tra le varie caselline. Che il sondaggio sia solo uno specchio, e non anche una sorgente di percezioni, è difficile da credere.</p>
<p class="MsoNormal">Un altro sondaggio, durato una settimana, su Radio Tre, chiedeva: “Il ddl Amato-Ferrero prevede, per gli stranieri che giungono in Italia in cerca di lavoro, la possibilità di auto-sponsorizzarsi. Siete d’accordo?”. Per rispondere, era necessario riflettere, informarsi, essere capaci di leggere una parola di oltre dieci lettere. Sarà stato per questa selezione, che la maggioranza (più del 60%) ha risposto di sì, solo il 5% gli incerti. Nessuno ha ripreso i dati del sondaggio non becero.</p>
<p class="MsoNormal">Frequentatissimo, invece, il forum aperto da <i>La Repubblica</i> il 7 maggio scorso, dal titolo: “È razzismo chiedere di rispettare le leggi?”. Sarebbe bello sapere chi ha mai sostenuto che sia razzismo chiedere di rispettare le leggi: in mancanza di tale informazione, converrà attenersi all’aureo principio secondo il quale chi parla come se si dialettizzasse con una posizione di cui non fornisce la fonte è un volgare imbroglione che attribuisce posizioni finte a chi non è d’accordo con lui.</p>
<p class="MsoNormal">È vero, centinaia di persone hanno intasato il sito del giornale per rispondere: la qualità della maggior parte degli interventi è infatti al di sotto di qualsiasi livello di decenza, e non pare ingeneroso attribuire buona parte della responsabilità a chi ha formulato quella domanda, che del razzismo ha molte caratteristiche, tra cui il vittimismo (“ho solo chiesto di rispettare le leggi, e mi si dà del razzista…”).</p>
<p class="MsoNormal">Eppure la lettera da cui è cominciata la più recente campagna razzista si prestava a diverse domande da forum. Una avrebbe potuto riguardare la reciprocità dello stupro: “È d’accordo con la richiesta che sia assicurata la reciprocità nella punizione degli stupro fuori casa?”. L’autore della lettera, infatti, indulgeva a immaginarsi stupratore in un paese arabo, lamentando il fatto che lui sarebbe stato punito, contrariamente agli stupratori stranieri in casa nostra. Si sbagliava. In Italia su 100 stupri denunciati vengono assicurati alla giustizia ben 88 autori; e la stragrande maggioranza degli stupri, denunciati e non, avvengono in famiglia.</p>
<p class="MsoNormal">Si noti il progresso verso un grado perfetto di barbarie da parte della tribù cui apparteniamo. Prima si invocava la reciprocità nella costruzione dei luoghi di culto (“vogliono costruirsi la moschea, se fossimo in Arabia non ci permetterebbero di certo di costruire una chiesa…”), ora si invoca la reciprocità nello stupro impunito (“perché loro possono stuprare impunemente le nostre donne e noi non possiamo farlo con le loro?”). E ciò forse non è indenne, oltre che da paure ancestrali, da una sotterranea paura che in qualche modo ci venga fatto pagare l’assai diffuso turismo sessuale praticato da molti nostri rispettabili concittadini.</p>
<p>Giuseppe Faso, luglio 2007</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Percepito (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=92</link>
<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 13:42:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
<guid>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=92</guid>
<description><![CDATA[ Giuseppe Faso sulla nota favoletta della &#8220;sicurezza percepita&#8221;&#8230;.
La Guida al Pacc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><a href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" title="Articoli di Giuseppe Faso" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a> <i>Giuseppe Faso sulla nota favoletta della "sicurezza percepita"....</i></p>
<p class="MsoNormal">La <i>Guida al Pacchetto per la Sicurezza</i> pubblicata dal Ministero degli interni consta di venti paginette. Ne raccomando caldamente la lettura a quanti siano in grado di resistere all’angoscia dell’inefficacia programmata e all’uso grottesco di figure retoriche tipiche di consimili prodotti. Si veda l’uso fitto della litote, che ricorda pagine esilaranti di Gadda scritte sotto l’ironica veste di <i>Norme per la redazione di testi radiofonici</i>: “non infondata”, “non univoci”, “non senza”, “non può non”, “non esclude”, “non inferiore”, “non immediata”, ecc. C’è di che provare insicurezza esistenziale e linguistica, ma questa è la prosa del ministero.<span>  </span>Non manca, certo, la sintonia con il senso comune prevalente tra politici e gazzettieri. Anzi, ci sono sintomi rilevanti di convergenza, come sulla nozione della <i>Percezione</i> e la convinzione che la gente si sposti <i>Per delinquere</i>.<!--more--></p>
<p class="MsoNormal">Gli studi criminologici hanno da tempo individuato un “paradosso dell’insicurezza”, per cui i gruppi di soggetti che risultano più insicuri sono quelli meno vittimizzati, e c’è una bella differenza tra consistenza reale del fenomeno criminale e insicurezza. In altre parole, la “percezione dell’insicurezza” (che è quasi un ghiribizzo teologico, come dire “percezione di una percezione”) non ha molto a che fare con i motivi concreti per essere insicuri. Per questo, rafforzare la sicurezza è una cosa, combattere la percezione della percezione richiede altre strategie, che non sono certo aiutate da chi parla di “unica matrice romena” dei delitti e simili incentivi a una cattiva percezione.</p>
<p class="MsoNormal">Ma il Ministero degli Interni, sensibile al linguaggio delle campagne irresponsabili in atto, vede sociologia, criminologia, psicologia sociale come fumo negli occhi, per dichiarazione esplicita del titolare: a meno che, s’intende, non si pieghino allo spirito dei tempi. Loïc Wacquant ha mostrato autorevolmente la meschinità di molti scienziati sociali soprattutto statunitensi, sdraiati su questi temi ai piedi del potere politico-affaristico: e anche da noi gli esempi non mancano. E così la differenza tra buoni motivi per esser insicuri e “percezione dell’insicurezza” viene giocata privilegiando il campo avventuroso della “percezione”, fin dall’inizio: «<span>I dati sull’andamento dei delitti negli ultimi anni non sono univoci (…). Di certo la percezione della sicurezza va peggiorando. E questo avviene per il diffondersi di una criminalità che ha tipologie nuove, che invade spazi fino ad oggi ritenuti sicuri, che ha sempre più spesso – va detto – come protagonisti soggetti stranieri irregolarmente in Italia, che colpisce le persone comuni, quelle più deboli, le donne, gli anziani, i bambini».</span></p>
<p class="MsoNormal">Veramente i dati secondo studiosi di prestigio internazionale (uno per tutti: Ferrajoli) parlano di un calo, continuo e graduale, dei reati. Ma qui i dati, la razionalità, la ricerca (e perciò l’efficacia dei rimedi) non contano: vale la percezione, cui si strizza l’occhio, dell’invasione (gli stranieri invadono spazi fino ad oggi ritenuti sicuri: quali?).</p>
<p class="MsoNormal"><span>«E ad acuire ulteriormente la percezione di insicurezza dei cittadini c’è la convinzione, non infondata, di una inadeguata garanzia della certezza della pena»</span><span style="font-size:9pt;">. </span>La convinzione definita <i>non infondata</i> si regge con tutta evidenza su fondamenta costruite socialmente, le dicerie (vent’anni fa da bar ma ora anche da politici “democratici”) sui “privilegi” di rom e immigrati che invece, a quanto dicono gli studi seri sull’argomento, sono gli unici a pagare, oltre misura, per i reati commessi (e a volte presunti), come mostra, su un campione specifico ma significativo di casi, un documento della Fondazione Michelucci pubblicato su «Guerre&#38;Pace», dicembre 2007. Si veda il caso del “pirata albanese” e del «rom assassino», condannati per omicidi colposi a pene assai più gravi di qualunque altro “pirata della strada” (cfr. www.vittimestrada.org).</p>
<p class="MsoNormal">Per il resto, la lettura del documento ministeriale conferma quanto già si può prevedere, a partire dalla campagna sulla “tolleranza zero” negli Usa, che incentivò una serie imprecisabile ma alta di morti, soprattutto poveri e neri di pelle, ma che avevano il torto di “avere una spazzola in mano che poteva sembrare una pistola” e simili facezie: tutti uccisi dalla polizia per “tragici errori”. Si tratta di una riedizione dell’ideologia famigerata della mattonella e della listarella di serranda, qui reinterpretata <i>ad usum syndacorum</i>: «I danneggiamenti sono uno di quei fenomeni considerati minori, ma che incidono notevolmente sulla percezione di cura e vivibilità di un territorio». In carcere, allora, i graffitari e i lavavetri, individuati dalla percezione (ministeriale) della percezione (di senso comune) dell’esposizione al crimine; che continuerà a colpire soggetti svantaggiati di cui poco in concreto ci si cura: a cominciare da una bambina di cinque anni, «uccisa per errore tra le braccia della madre» («la Repubblica», 6 maggio 2007) a casa sua, nel napoletano: uccisa per un «errore» non definito tragico (era polacca!) e trascurata dalle cronache del 99% dei quotidiani, evitandole il compianto, altrimenti così fluviale, dei politici di casa nostra.</p>
<p class="MsoNormal">Giuseppe Faso, Novembre 2007<span style="font-size:10pt;"></span></p>
<p class="MsoNormal"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
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<title><![CDATA[A seguito di... (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=85</link>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 01:30:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[  Ancora un articolo di Giuseppe Faso, uscito sull&#8217;ultimo numero di Percorsi di Cittadinanza,]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a><i>  Ancora un articolo di Giuseppe Faso, uscito <a href="http://www.ancitoscana.it/riviste.asp?s=172&#38;Id_rivista=4&#38;Id_numriv=148&#38;Id_articolo=1641" title="Percorsi di Cittadinanza, n. 3/2008" target="_blank">sull'ultimo numero di Percorsi di Cittadinanza</a>, rivista della Consulta Regionale ANCI per l'Immigrazione</i>. <i>Un verbale dei carabinieri - da me segnalato a Giuseppe - senza capo nè coda. C'è un rumeno al supermercato e la gente chiama le forze dell'ordine</i>. <i>Anzi: </i><b>a seguito</b><i> della presenza di un rumeno la gente chiama; i carabinieri, </i><b>a seguito</b><i> della segnalazione, prontamente accorrono. Ma a seguito di che? Non è successo niente e tutti si agitano. Le conseguenze grottesche dell'allarme sicurezza...</i><i> </i></p>
<p>"Oggetto: verbale di perquisizione personale ai sensi dell’art. 352 comma 1 del cpp operata a carico di (…). Il giorno 22 del mese di Dicembre 2007 alle ore 10.20 in ZZZ, all’esterno del supermercato QQQ sito in questa Via YYY, i sottoscritti Ufficiale ed Agente di P.G. Mar. XY e Carabiniere Scelto YZ, danno atto che <i>a seguito</i> della presenza del cittadino romeno in questa Via YYY, danno atto a chi di dovere che <i>a seguito</i> della segnalazione della presenza del cittadino romeno da parte di personale dipendente del predetto supermercato, hanno proceduto di iniziativa alla perquisizione del soggetto, in quanto lo stesso alla nostra vista tentava di allontanarsi dal posto con passo veloce. Il sig. xxx, preliminarmente veniva avvertito della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia o da altra persona di fiducia, purchè prontamente reperibile ed idonea a testimoniare ad atti del procedimento, lo stesso ha rinunciato a tale facoltà. (…)”.<!--more--></p>
<p>Tante volte in passato ho avuto la tentazione di riportare senza commenti verbali di perquisizioni o semplicemente fogli pre-stampati propinati agli sportelli, con l’elenco dei documenti richiesti all’immigrato per l’espletamento di alcune pratiche. Poi ho rinunciato, perché i testi risultavano interessanti per comprendere la produzione di ostacoli burocratici di ogni tipo per gli immigrati, meno invece la costruzione di senso comune dell’immigrato – che è quanto qui interessa di più.</p>
<p>Il verbale “in oggetto”, come direbbe il maresciallo che l’ha redatto, è invece prezioso per un dettaglio rivelatore, ripetuto due volte: <i>a seguito di…</i>. <i>A seguito</i> della presenza del cittadino romeno il personale del supermercato segnala il fatto ai carabinieri, i quali, <i>a seguito di</i> tale segnalazione, hanno proceduto “di iniziativa” alla perquisizione del soggetto, resosi sospetto perché, all’arrivo della “volante” a serena spiegata si allontanava dal teatro delle indagini con passo veloce - come suppongo che farei con molta probabilità anch’io: mi danno enorme fastidio, certe messeinscena con sgommate e frenate brusche, come pure la folla che si ferma a guardare come uno spettacolo un incidente o un <i>intervento-monstre</i> delle forze dell’ordine.</p>
<p><i>A seguito di...</i> è un’espressione sintomatica. Assomiglia molto a <i>quindi</i> e al più forte <i>dunque</i>, e indica successione temporale, da cui si slitta a successione logica. Non sempre l’implicazione logica è giustificata , e in molti casi viene surrogata da un’aspettativa illogica, superstiziosa o stupida ma di senso comune. C’è un signore di origine romena davanti al supermercato. L’origine per la verità non ce l’ha scritta in viso, ma qualcosa nel suo modo di vestire e di muoversi lo fa sospettare come tale. Non la logica, ma il senso comune costruito negli ultimi mesi fa scattare una segnalazione. “E’ romeno, quindi lo segnalo”. Arriva la volante. “Mi segnalano un romeno quindi io accorro”. Poco importa che negli studi sulla polizia si scopre che son proprio loro, le forze dell’ordine, a lamentarsi per le troppe chiamate di questo genere, che 95 volte su 100 si rivelano inutili e 5 volte dubbie. Ma i media e molti politici dicono che i romeni sono una popolazione efferata…</p>
<p>E se, come previsto, non ne verrà fuori nulla? Basta imparare a continuare nell’uso del <i>quindi</i> e del <i>dunque</i>, con disinvoltura. Il modello potrebbe essere una scena di <i>Straziami ma di baci saziami</i>, un capolavoro della Commedia all’italiana dei bei tempi. E’ Natale, e quando Manfredi gli dice che vorrebbe uccidersi perché non riesce a ritrovare la ragazza amata (Pamela Tiffin in veste picena), lo psicologo di <i>Telefono amico</i>, che ha una gran fretta di raggiungere la famiglia, sostiene che la ragazza non è mai esistita: si tratta in verità di una proiezione della mamma di Manfredi, di sicuro morta giovane. “E’ morta assai giovane, vero?”. “Ottantaquattro anni…” mormora confuso Manfredi, affamato e in preda all’inedia. E l’altro, trionfante: “Vede dunque?”.</p>
<p><i>Giuseppe Faso</i>, <i>in </i>Percorsi di Cittadinanza, <i>n. 3/2008</i></p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Soglia (di Giuseppe Faso)]]></title>
<link>http://sergiobontempelli.wordpress.com/?p=37</link>
<pubDate>Wed, 27 Feb 2008 20:55:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio Bontempelli</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il mio amico Giuseppe Faso pubblica da anni una rubrica sulla rivista dell&#8217;ANCI Toscana ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://sergiobontempelli.wordpress.com/category/immigrazione/articoli-di-g-faso/" title="Articoli di Giuseppe Faso" target="_blank"><img src="http://sergiobontempelli.wordpress.com/files/2008/02/faso.thumbnail.jpg" alt="faso.jpg" /></a>Il mio amico Giuseppe Faso pubblica da anni una rubrica sulla rivista dell'ANCI Toscana "Percorsi di Cittadinanza": la rubrica si chiama "Le parole che escludono", e ogni pezzo è un commento sull'utilizzo di alcuni termini nelle retoriche comuni riguardanti l'immigrazione (quelle per capirci, largamente in uso nella stampa quotidiana, nei mezzi di informazione e nella politica). Questi termini sono, appunto, parole che escludono. I pezzi di Giuseppe sono arguti, ironici, gustosi da leggere, e propongono sempre riflessioni non scontate: per questo, decido da oggi di ospitare sul mio blog quelli che mi sembrano più stimolanti. Qui di seguito, il commento sulla parola "soglia". Quella che figura in frasi del tipo "oltre una certa soglia di immigrati, la gente diventa razzista"...</div>
<p><!--more--></p>
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<div><b>Soglia</b></div>
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<div class="descrscheda"><i>Percorsi di Cittadinanza, numero 5 Anno 2007</i></div>
<div class="scheda">
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<div class="testo_html">Temo proprio che il progresso non esista.</div>
<div class="testo_html">Si fa tanta fatica per mettere in questione cattive abitudini, poi passano alcuni anni ed eccotele di nuovo davanti, portate da altre persone, fresche e baldanzose. E bisogna ricominciare daccapo.</div>
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<div class="testo_html">Pochi mesi fa, lo stesso giorno in cui in giornali informavano sulla presentazione del XVI Dossier Caritas sull’immigrazione, mi accingevo a intervenire a un convegno in una città toscana, di provata laicità e benemerita sul piano civile.</div>
<div class="testo_html">L’assessore di turno, nel suo saluto – di introduzione al convegno e di congedo, perché è andato via senza che si potesse informarlo della <i>gaffe</i> in cui era caduto -, sbalordiva il pubblico, sostenendo che i numeri raggiunti ci dovrebbero avvisare che ci si sta avvicinando all’”effetto-soglia”, oltre il quale scatta – come è notorio, diceva, l’assessore - l’intolleranza da parte della popolazione autoctona. A un pubblico stupefatto, l’imperturbabile amministratore “spiegava” che siamo ormai intorno al 5%, e l’effetto soglia scatta al 7%, per cui ci si deve dare da fare.</div>
<div class="testo_html">E qui le inevitabili banalità sui diritti e sui doveri, sui conflitti e le armonie, sulle culture e le religioni, i valori e le abitudini: il peso più insopportabile, per chi come me si avvia al ventennio di attività civile in questo campo.</div>
<div class="testo_html">Poi è fuggito via, fra la costernazione di chi si chiedeva che cosa scatterà, oltre il 7%, di peggio di quanto stia già avvenendo: lo sterminio sistematico non di alcune decine soltanto, ma di migliaia di polacchi nel tavoliere foggiano?</div>
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<div class="testo_html">Passano poche settimane, e mi accade di leggere il Report di un Istituto di ricerca sul futuro di una città toscana, intriso di battute xenofobe.</div>
<div class="testo_html">Dovendo riconoscere il ruolo positivo dell’immigrazione dai paesi poveri per un riequilibrio demografico e l’incremento della quota di popolazione in età lavorativa, l’estensore del report fa ricorso a un <i>ma</i>, secondo una nota abitudine studiata dagli esperti di razzismo, Van Dijk in testa. E’ proprio un “tic”: appena si accenna al fatto che il mercato del lavoro locale, soprattutto per i lavori più disagiati e pesanti, “richiede una presenza sempre più cospicua di stranieri” si aggiunge: “<i>ma </i>questi, oltre una certa soglia, rischiano di entrare in competizione nell’accesso ai servizi sociali con la popolazione autoctona, con conseguenti implicazioni sulla coesione sociale”.</div>
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<div class="testo_html">Nessuno scienziato sociale serio asserirebbe che una soglia numerica di immigrati può determinare un rischio, che se mai è prevedibile in presenza di politiche sociali insufficienti e sbagliate, e da una resa al convergere, cui qui si assiste, tra diceria incompetente e chiacchiere irresponsabili, travestite da contributi “scientifici”. E questo, in un territorio per anni benemerito nelle pratiche di accoglienza.</div>
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<div class="testo_html">L’effetto-soglia, dovrebbe essere notorio, è una boiata. I giornali ne parlavano nei primi anni ’90, poi pian piano se n’erano perse le tracce: non ha nulla di scientifico ed è, con ogni evidenza, una spiegazione razzista del razzismo. Per quanto mi riguarda, rischia di farmi diventare intollerante (con chi parla così) sentirmi dire che, superato un tot di passaporti stranieri in circolazione, la mia ferinità si lascerebbe conquistare da richiami alla crociata antimusulmana o ai raid modello KKK.… Che vergogna.</div>
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<div class="testo_html"><span style="font-style:italic;">p.s. Può irritare, e ne chiedo scusa, che si faccia riferimento a fatti (e scritti) precisi senza usare i nomi, i cognomi, le sigle. La presenta rubrica esiste da troppo tempo per avere bisogno di tali sostegni. Può essere più utile, a volte, evitare di circoscrivere i fenomeni descritti. Non aiuta, pensare che si sta descrivendo un comportamento altrui: tutti rischiamo di essere parlati dai linguaggi che qui descrivo.</span></div>
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<div class="testo_html">Giuseppe Faso</div>
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